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La tempesta di sabbia: quanto è difficile inseguire la nostra felicità?

Sopravvivere a tutto e a tutti, sopravvivere comunque vadano le cose. Sopravvivere anche se dentro ci si sente morire e, possibilmente, farlo a testa alta: è un must.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Camera con vista”

Sopravvivere a tutto e a tutti, sopravvivere comunque vadano le cose. Sopravvivere anche se dentro ci si sente morire e, possibilmente, farlo a testa alta: è un must. Soprattutto se si vive in una comunità molto piccola e a dettare le leggi sociali e familiari sono gli uomini; soprattutto se le donne sono considerate degli orpelli e delle portatrici sane di gravidanza e la loro vita deve girare intorno al benessere della casa, del maschio e della famiglia.

L’individualismo e la volontà di essere altro non esistono né sono minimamente contemplati perché è oltraggioso e vige solo e unicamente la legge del dovere e della cosa giusta da fare. Tale impostazione, purtroppo, e in barba alle tante battaglie per le pari opportunità, è ancora oggi molto diffusa e fortemente aggravata dalla mancanza di un’adeguata istruzione e di modelli alternativi che possano sollevare le coscienze e accendere le menti. A maggior ragione, però, è ancora la normalità in molti paesi del mondo dove a dettare le regole sono un aberrante patriarcato e la volontà di mantenere tutti, uomini e donne, sotto la soffocante campana dell’ignoranza.

misoginia

La Tempesta di Sabbia, produzione originale Netflix, diretta da Elite Zexer pone l’accento proprio sulla condizione di due splendidi personaggi femminili collocati all’interno di un villaggio beduino, che nella narrazione sono madre e figlia e che, a modo loro, tentano in tutti i modi di sopravvivere a un mondo che a loro sta troppo stretto.

Jalila (Ruba Blal) è costretta ad organizzare e ad assistere alle seconde nozze del marito Suliman (Hitham Omari) con una donna più giovane, per la quale ha costruito una splendida e confortevole casa, a differenza della bettola nella quale è costretta a vivere lei con le sue quattro figlie. Lo fa con sguardo duro e sofferente, il cuore in frantumi e l’orgoglio ferito.

Layla (Lamis Ammar), la figlia, cerca in tutti i modi di emanciparsi attraverso la scuola e le lezioni di guida impartite dal padre e di nascosto dalla comunità in cui vivono e coltiva sogni di libertà tra cui quello di poter sposare un ragazzo che non appartiene al suo villaggio. Quando la madre scopre tale relazione, la osteggia in tutti i modi, consapevole di quanto sia crudele la realtà in cui vivono e di quanto il liberalismo ostentato da Suliman verso le figlie sia debole e precario perché dinanzi alle dure leggi della società soccomberà e porterà avanti la “cosa giusta da fare”, come quella di far sposare Layla a un giovane del villaggio, noncurante dei reali sentimenti della figlia.

Benché accomunate dal medesimo dramma interiore e dalla volontà di non cedere ai doveri imposti, tra le due donne all’inizio non vi è complicità ma urto, contrapposizione e scontro. Solo con il dipanarsi della storia e attraverso le importanti e coraggiose scelte di Jalila che combatte dall’interno delle mura domestiche le restrizioni imposte dalla tradizione, madre e figlia si avvicinano fino a sancire la loro comunione di anime in un abbraccio che, però, non le libererà.

La loro ritrovata complicità farà in  modo che ciascuna delle due sacrifichi se stessa per il bene e la felicità dell’altra. E tutto questo per continuare a sopravvivere. Anche se il finale della storia ci lascia con l’amaro in bocca e una lacrima di rabbia, è l’ultimo fotogramma, di cui non vi sveliamo nulla, a donarci uno spiraglio di speranza verso un cambiamento in cui la scelta individuale nei confronti della propria vita vince su tutto. La scelta di vivere.

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