Cliccando in rete ci si rende conto che la frase che alimenta uno dei racconti più popolari dell’universo anticomunista, “i comunisti mangiano i bambini”, è ancora oggi molto presente nell’immaginario collettivo. Una diffusione planetaria.

Una leggenda fiorita sulla verità degli episodi di cannibalismo registrati in Unione Sovietica durante le terribili carestie degli anni Venti e Trenta.

Il cannibalismo degli anni Venti

L’origine va cercata nelle pratiche cannibale fiorite in Urss tra gli anni Venti e Trenta nei luoghi delle carestie, come riporta Focus. Per sopravvivere in quelle condizioni terribili la gente mangiava i cadaveri dei loro familiari che morivano di stenti.

Tragedie della fame che con passo biblico sono state narrate da Koestler, da Salamov, da Grossman e da una preziosa letteratura storiografica che ha fatto luce sulle grandi carestie sovietiche e, più tardi, sull’assedio di Leningrado nel 1941, che uccise migliaia di persone.

Il libro La Ceka – Il terrore bolscevico, pubblicato nel 1923, riferisce che il cannibalismo era commentato nella stampa e negli organi ufficiali russi:

I cadaveri umani già vengono usati come alimento… I parenti dei morti di fame sono costretti a mettere per il primo tempo dei piantoni presso le tombe… I fanciulli morti vengono fatti a pezzi e messi nella pentola”. Così parla questo collaboratore [Antonoff Ovsenko] del ben noto Krylenko nella sua relazione ufficiale al Congresso dei Soviet. E ciò viene riprodotto dalla stampa ufficiale, nella quale da allora non cessano di esser pubblicati lunghi e dolorosi elenchi dei casi di cannibalismo provocato dalla fame, registrati ufficialmente.

Storie terrificanti che però non parlano di comunisti vocati al cannibalismo per cieca fede, bensì di povera gente vittima del comunismo, condannata a farsi bestia anche in conseguenza della sciagurata collettivizzazione forzata delle campagne voluta da Stalin.

Holodomor

Fonte: Joseph V. Stalin. (Ap)

Ad alimentare la leggenda fu inoltre l’ancor più grave carestia che si abbatté in Ucraina dal 1932 al 1933, il cosiddetto Holodomor, oggi considerata un genocidio da parte del governo di Stalin: in quell’occasione il regime ordinò di confiscare ai cosiddetti kulaki (i contadini che si opponevano alla collettivizzazione delle loro terre) ogni tipo di cibo.

I contadini si opposero fermamente alla collettivizzazione, occultando le derrate alimentari, macellando il bestiame, e ricorrendo perfino alle armi. Stalin reagì ordinando eliminazioni fisiche e deportazioni di massa nei campi di lavoro forzato. Malgrado la riduzione della resa agricola, le autorità sovietiche richiesero un sostanziale incremento del raccolto nel 1932, puntando a un obiettivo irrealizzabile.

Nel novembre 1932 un decreto segreto ordinò alla polizia e alle forze di repressione di aumentare la loro “efficacia”. Molotov, burocrate staliniano, ordinò di non lasciare grano nei villaggi ucraini e di confiscare anche barbabietole, patate, verdure ed ogni tipo di cibo. In pochi mesi, la campagna ucraina, una regione storicamente molto fertile, si trasformò in uno scenario nel quale imperversava una terribile carestia.

La carestia del 1932-1933 non fu causata da un collasso infrastrutturale, né fu un effetto a lunga distanza della prima guerra mondiale, ma fu un deliberato atto politico, una decisione amministrativa al punto che il governo sovietico negò gli iniziali rapporti sull’evento e impedì ai giornalisti stranieri di viaggiare all’interno della regione. Nei 13 anni tra il 1926 e il 1939, la popolazione dell’Ucraina, invece di aumentare, si ridusse da 31 a 28 milioni, si stima che il genocidio abbia ucciso oltre 5 milioni di persone.

Il 23 ottobre 2008 il Parlamento europeo adottò una risoluzione nella quale riconobbe l’Holodomor come un crimine contro l’umanità. Questa terribile carestia spinse la gente ad atti di cannibalismo. I più disperati, resi folli dalla fame, andavano addirittura nei villaggi vicini per rapire i bambini.

La propaganda di Salò

Fonte: La falsa deportazione in Unione Sovietica. Manifesto della Rsi (1944).

Un evento storico che venne ripreso ed amplificato dalla propaganda di Salò. Nel 1943, proprio a ridosso del Natale per aumentare l’impatto emotivo, venne pubblicata la notizia terrificante di una deportazione in Russia di bimbi italiani, dai 4 ai 14 anni.

Un passaparola incessante durato giorni, con cronache che raccontarono di donne straziate dal dolore, di genitori che decisero di uccidere i loro bambini per poi di suicidarsi, piuttosto che lasciarli partire per la Russia. Si racconta inoltre di navi affondate con il carico di bambini: un falso, ovviamente. Ma un falso che, soprattutto in Italia, fatica ad essere cancellato.

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