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"Se una donna oggi volesse...": la "giusta causa" di Ruth Bader Ginsburg

La “giusta causa” di Ruth Bader Ginsburg.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Camera con vista”

Secondo voi possiamo affermare che nel 2019 la battaglia per le pari opportunità sia giunta a buon fine?

Se oggi una donna volesse intraprendere una professione con tanto di ascesa carrieristica in mestieri tipicamente considerati maschili o in contesti con un’alta concentrazione di testosterone, avrebbe un percorso liscio e sereno, scandito solo dall’impegno profuso, o dovrebbe sgomitare e impegnarsi più dei colleghi maschi perché deve dimostrare in modo più o meno conscio che è meritevole di occupare quella posizione?

Soprattutto in busta paga, a parità di ruoli, responsabilità e dedizione lavorativa, avrebbe i medesimi benefit e compensi o il suo stipendio sarebbe penalizzato solo per il fatto che è donna?

Infine e sempre a parità di competenze e di preparazione, tra un lui e un lei chi sarebbe selezionato il più delle volte per ricoprire le posizioni apicali di un’azienda? E a che prezzo se la scelta finale dovesse ricadere su una “lei”?

Sicuramente rispetto a cinquanta anni fa molti progressi sono stati fatti, benché ancora oggi si debba lottare per l’affermazione delle pari opportunità e per mantenere inalterati e sacrosanti una serie di diritti civili che le donne hanno duramente conquistato, specie per il rispetto della propria persona e di scelte non sempre indolori, e malgrado certi scellerati reazionari al governo le stiano rimettendo pericolosamente in discussione.

La strada, signori miei, è ancora lunga da qui a dire che ci troviamo in una società totalmente paritetica e civile. Di certo, però, dobbiamo dire grazie a una serie di donne e di uomini che in passato hanno combattuto e hanno lottato per conquistare dei diritti, ponendo al centro della propria vita l’autodeterminazione del genere femminile con l’obiettivo dell’inviolabile stato delle pari opportunità.

“Una giusta causa” di Mimi Leder, distribuito da Videa, racconta proprio la storia di una delle “madri costituenti” dei diritti acquisiti dalle donne: Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones), che oggi ha 86 anni, ed è stata una delle sette donne ammesse alla Facoltà di Giurisprudenza di Harvard alla fine degli anni ’50, quando era già moglie di Martin D. Ginsburg (Armie Hammer), divenuto un importante avvocato tributarista e suo primo e più grande sostenitore nelle battaglie intraprese per le pari opportunità.

Nel corso della sua carriera scolastica, Ruth ha affrontato molto difficoltà, non ultima quella di passare da Harvard alla Columbia di New York per seguire il marito. Benché laureata con il massimo dei voti, non è riuscita a entrare in qualità di avvocato in nessuno studio legale perché donna in un mondo completamente costituito da uomini e ha dovuto ripiegare sull’insegnamento.

Solo negli anni ’70, epoca di grandi fermenti e cambiamenti societari, la Ginsburg è riuscita a entrare in un tribunale per difendere il diritto di un uomo single di poter assistere la madre anziana e malata e dedurre le spese infermieristiche affrontate, concessione accordata fino ad allora solo alle donne e ai vedovi.

Il futuro giudice della Corte Suprema d’America è stata così in grado di creare un precedente storico molto importante nella giurisprudenza americana, dimostrando non solo la vetustà del sistema legislativo verso una prassi sociale e culturale evoluta rispetto alla Carta Costituzionale, ma anche che questo doveva essere il primo passo verso un cambiamento legislativo che penalizzava fortemente le donne.

Con noi a guardare questo film molto interessante e utile, ma non sempre facilissimo da comprendere laddove si entrava nel dettaglio del diritto americano, c’era Gabriella Maria Luccioli, prima donna nominata presidente di sezione della Cassazione e, soprattutto, una delle prime rappresentanti del genere femminile a entrare in magistratura con il concorso aperto a tutti solo nel 1965, anno in cui finalmente si abolì una legge del 1919 in base alla quale le donne non potevano ricoprire la carica di magistrato perché “umorali” (oggi ci definerebbero uterine).

sofia

Durante la conferenza finale e ai nostri microfoni la Presidente che, per le importanti battaglie intraprese durante la sua carriera professionale rappresenta l’omologa italiana di Ruth Bader Ginsburg, ha ricordato quanto sia ancora lunga la strada dell’autodeterminazione femminile e quanta attenzione si debba porre da parte di tutti per tutelare i diritti duramente conquistati: perché combattere e lottare per una corretta e onesta affermazione di sé, a qualsiasi livello, è una giusta causa. Sempre.

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