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Copia Originale, tutte le volte che abbiamo cercato di essere un'altra

Quante volte abbiamo silenziosamente urlato a noi e al mondo la necessità di essere visti e accettati per quello che siamo, pur non avendo il coraggio di essere noi stessi?
Questo contenuto fa parte della rubrica “Camera con vista”

Quante volte abbiamo mentito per salvarci?
Quante volte abbiamo finto per apparire quello che non siamo?

Quante volte abbiamo desiderato una vita che non era la nostra e ci siamo sentite più a nostro agio nei panni di altri?
Quante volte abbiamo silenziosamente urlato a noi e al mondo la necessità di essere visti e accettati per quello che siamo, pur non avendo il coraggio di essere noi stessi?
Quante volte abbiamo cercato il nostro posto nel mondo e siamo dovute a scendere a molti compromessi per raggiungere quell’isola tutta nostra?

Chi vi scrive, in questo momento, e presa, forse, da un eccesso di onestà intellettuale e sentimentale vi risponderebbe, nuda nell’anima, “tante”; anche se molto probabilmente domani tornerebbe a indossare abiti e sorrisi che non sempre la rappresentano appieno.

Ecco, Copia Originale di Marielle Heller, ha scatenato tutte queste domande oltre a momenti di genuina ilarità e di grande empatia che solo una regia fine e arguta può mischiare a tanta disperazione. Il film è la trasposizione cinematografica di “Can you ever forgive me?”, libro autobiografico di Lee Israel (Melissa McCarthy), scrittrice e falsaria, ma anche molto di più: misantropa, anaffettiva, alcolista, volgare nell’eloquio, sporca ed esagerata in tutte le sue esternazioni.

Una di quelle persone da cui ci guarderemmo, con le quali non vorremmo mai avere a che fare ma che, vi assicuro, siamo state ben felici di incontrare e di conoscere; una di quelle persone a cui, malgrado tutto, si finisce per volere bene e che si cerca di aiutare, se non per altro per vedere fino a che punto arrivi il suo odio per l’umanità.

Nel 1991, in una New York che ci riporta alle tinte di Woody Allen, Lee Israel perde il suo lavoro in redazione per un bicchiere e un “vaffanculo” di troppo a una collega e si ritrova senza un soldo per l’affitto e per curare la sua gatta, unico essere che le strappa sorrisi e tenerezze. Sta lavorando all’ennesima biografia di un personaggio famoso, ma la sua editor le blocca tutto perché nessuno è più interessato ai suoi libri e perché per “essere e fare la stronza come Lee abitualmente si comporta, bisogna essere prima famosi.

La nostra protagonista, però, non è fatta così. Rifugge la vita pubblica, la mondanità, gira sempre con gli stessi indumenti, è interessata solo al suo lavoro e a un buon whisky da bere da sola o al massimo con il suo unico amico Jack Hock (Richard E. Grant), gaudente e spiantato gay.

Non riesce a essere diversa dal personaggio che si è costruita e, forse, fa paura anche a lei scoprire come realmente sia, tanto da farla rifugiare nella vita degli altri, soprattutto in quella di personaggi famosi: ed è in quelle esistenze che trova la chiave per svoltare e sbarcare il lunario.

Inizia a falsificare lettere di celebrità del passato come Dorothy Parker, Noël Coward, Edna Ferber, che rivende a collezionisti di arte, nelle quali, però, mette tutta se stessa. Dona loro un’anima talmente forte e vera che la finzione supera la realtà, finché non viene scoperta e fermata dall’FBI.

Sembra tutto perduto, ma pagato il suo debito con la giustizia, Lee Israel è pronta per scrivere di sé e della sua storia. Finalmente può mettere mano alla copia originale e unica della sua esistenza, facendo pace con un po’ di mostri e di fantasmi che si portava dietro e trovando, ci auguriamo, il suo meritato posto nel mondo.

La scrittrice è morta nel 2014 e fino alla fine è stata conosciuta più per i 400 falsi prodotti che per la sua attività di scrittrice. Ciao Lee, è stato bello conoscerti, di sicuro non ti dimenticheremo tanto facilmente.

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