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È davvero possibile diventare più intelligenti grazie all'Effetto Mozart?

Gli studi sul cosiddetto effetto Mozart parlano della possibilità di diventare più intelligenti ascoltando musica. Sarà vero?
effetto mozart

L’ascolto della Sonata in re maggiore per due pianoforti (KV 448) di Wolfgang Amadeus Mozart sarebbe capace di indurre un temporaneo aumento delle capacità cognitive. È questa la teoria alla base degli studi sul cosiddetto Effetto Mozart, divenuto oggetto non solo di numerose ricerche, ma anche di libri.

Il primo a scriverne con un certo profitto non per la comunità scientifica fu Don Campbell, un insegnante di musica del Texas. Il suo The Mozart Effect (1997) è diventato in breve tempo un best seller. Nel saggio racconta le esperienze di medici, sciamani, musicisti e ricercatori, per dimostrare l’influenza della musica sulla timidezza, sulla pressione, sul dolore, sulle paure. Inoltre consiglia una trentina di esercizi per ‘curarsi’ con la musica.

Dagli studi sul cervello all’Effetto Mozart

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Fonte: Istock

Il cervello è sempre stato oggetto particolare di studi e ricerche, in particolar modo nel Novecento. Non a caso l’ultimo decennio del ventunesimo secolo è addirittura soprannominato“Il decennio del cervello”. L’attenzione su questo organo è stata di vario tipo: il cervello è stato preso in considerazione sotto tutti i punti di vista e ne sono state evidenziate le correlazioni anche con altre scienze e discipline, come la psicologia e le neuroscienze.

Ci si è avviati verso la formulazione della teoria sull’effetto Mozart intorno al 1988, quando il neurobiologo Gordon Shaw e il suo assistente Xiaodan Lung (dell’Università della California) hanno cercato di studiare l’attività cerebrale attraverso un computer. I due si sono accorti, attraverso diverse simulazioni, che le cellule nervose tendono a collegarsi e raggrupparsi secondo specifiche frequenze e specifici ritmi musicali.

Con l’apporto scientifico dei fisici Frances Rauscher e Katherine Ky lo studio si indirizzò vero la vera e propria formulazione di quello che loro stessi battezzarono Effetto Mozart. Il loro esperimento fu pubblicato dalla rivista “Nature“, la più accreditata rivista scientifica del mondo, nel 1993.

I benefici dell’Effetto Mozart: l’esperimento

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Fonte: Istock

Frances Rauscher e Katherine Ky sottoposero tre gruppi di persone a tre ascolti diversi:

  • la Sonata in re maggiore per due pianoforti (KV 448) di Wolfgang Amadeus Mozart
  • un “nastro di rilassamento”
  • dieci minuti di silenzio.

Lo scopo era misurare il loro QI attraverso la somministrazione del test di Stanford-Binet, che misura l’ intelligenza dal punto di vista del ragionamento spaziale. La prova comprendeva il riconoscimento di sapori di cibo diverso, la denominazione o il confronto di alcuni oggetti, la ripetizione di alcuni brevi periodi, il disegno di semplici figure, la memorizzazione di foto. Ebbene, le persone del primo gruppo hanno avuto una media di 9 punti in più rispetto a quelle degli altri due gruppi.

Alcuni studiosi ripresero l’esperimento alcuni anni più tardi, su un campione di persone maggiore. Anche in questo caso si ottenne un aumento transitorio del QI (cioè non persistente ma solo durante l’ascolto e i 15 minuti successivi) su coloro che appartenevano al gruppo della selezione di Mozart.

Contestazioni all’Effetto Mozart: esiste davvero?

La comunità scientifica in merito a questi esperimenti è divisa e scettica, molti studiosi hanno contestato i risultati ottenuti ritenendoli poco attendibili.

Uno studio, anche questo pubblicato su Nature, ha evidenziato, ad esempio, che il modesto e temporaneo aumento delle facoltà non è da relazionarsi strettamente alla musica, bensì a qualsiasi attività parallela che genera eccitazione e godimento. Il team di ricerca, infatti, ha osservato il potenziamento delle capacità di logica e ragionamento anche su volontari sottoposti all’ascolto di un brano di Stephen King. Chiaramente, questo discorso vale per gli appassionati di questo autore e questo genere letterario.

Ad oggi, le ricerche sono ancora in corso. Le neuroscienze stanno facendo passi da gigante, che potranno di certo perfezionare questi studi e dare risposte più certe in merito alle funzionalità del cervello. E perché no, magari presto ne sapremo di più anche sulla sua relazione con la musica.

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