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Quello strano caso che ha sterminato il 50% dei maschi fertili 5-7 mila anni fa

Circa 5-7 mila anni fa la popolazione maschile si è dimezzata. Molte sono le ipotesi avanzate, ma la più accredita (e sorprendente) è senza dubbio questa.

Nel corso della storia e dell’evoluzione umana ci sono indubbiamente stati momenti particolari in cui, per ragioni diverse, la densità demografica sia aumentata oppure diminuita; si è spesso verificato, insomma, quello che la scienza definisce collo di bottiglia, fenomeno che identifica un particolare tipo di deriva genetica e che si verifica quando il numero di individui appartenenti a una popolazione subisce una drastica riduzione, generalmente causata da forze atipiche nella selezione naturale (come caccia, o persecuzioni), oppure dall’isolamento di una parte di essa (attraverso spostamenti migratori anomali, barriere geografiche).

Alla base del collo di bottiglia, dunque, ovvero della decimazione di un popolo, stanno principalmente fattori legati alle epidemie (basti pensare alla peste che, tra il 1347 e il 1352 , uccise almeno un terzo della popolazione europea, diffondendosi in larga parte degli stati), oppure a flussi migratori drastici.

Quali che siano le cause, sembra evidente che non risparmino nessun membro della popolazione, e che colpiscano indistintamente uomini, donne e bambini.

Eppure, tra 5000 e 7000 anni fa ci fu un collo di bottiglia che interessò esclusivamente gli uomini, arrivando a decimarne la popolazione e facendola passare da 20 a 10 milioni; insomma, una riduzione drastica, del 50%, del cromosoma Y, o meglio, come hanno riferito gli esperti, dell’Aplogruppo I (Y-DNA), che ha interessato gli uomini nelle zone dell’Africa, dell’Europa, dell’Asia e del Medio Oriente nel periodo del Neolitico.

Come si può spiegare tale incredibile decimazione, e perché ha riguardato solo il cromosoma Y?

Le varie teorie

Naturalmente molte sono le ipotesi che, negli anni, gli studiosi hanno formulato per spiegare le ragioni per cui ci sia stato un restringimento, quindi una decimazione, della popolazione maschile.

Una delle prime teorie riguardava i fattori ecologici o climatici, che potrebbero, secondo la tesi sostenuta, essere i responsabili di cambiamenti demografici specifici per sesso. Alcuni fattori ecologici o climatici, come lo stress o la malattia, ad esempio, possono avere un impatto sulla mortalità infantile e il rapporto tra i sessi alla nascita; tuttavia, tali effetti non sono stati ritenuti sufficienti per spiegare la disparità di 1:17 tra le dimensioni della popolazione maschile e quella femminile, dedotte dai dati.

Una seconda ipotesi riguarda le espansioni demografiche, basate sullo sviluppo progressivo di agglomerati sociali sempre più complessi, basati sull’agricoltura, con conseguenti movimenti migratori che, secondo linguisti e antropologi, potrebbero spiegare la distribuzione delle famiglie linguistiche e delle culture. Questi movimenti avrebbero lasciato nei gruppi pochi uomini, con tante donne; tuttavia,  questa ipotesi non può essere ritenuta accurata, almeno per quanto riguarda l’Eurasia occidentale, dove la popolazione dei maschi nei vari gruppi di agricoltori creatisi era relativamente grande, molto più di quella dei cacciatori.

Infine, una terza teoria sostiene che, nel periodo di transizione dal Neolitico, con l’organizzazione della popolazione in un primo archetipo di società complessa si sia dato il via anche alla pratica della poligamia, con la presenza, in quei gruppi, di pochi uomini che si accoppiavano con molte donne diverse. Naturalmente, però, anche questa teoria sembra presentare diverse problematiche, perché, anche dando per scontato che tale situazione si verificasse, non si capisce perché la popolazione maschile non avrebbe potuto crescere, anche grazie ai nuovi nati, frutto delle relazioni poligame di questi pochi uomini.

L’ipotesi più accreditata

A diffondere una nuova ipotesi, ritenuta estremamente plausibile, è stato Marcus Feldman, dell’Università di Stanford, esperto di evoluzione culturale. Nessuna epidemia, nessun movimento migratorio e nessuna società patriarcale basata sulla poligamia: a uccidere il 50% della popolazione maschile tra 5000 e 7000 anni fa sarebbe stata… La competizione.

Come spiega anche questo video, pubblicato su Facebook dall’università di Padova.

La composizione sociale era fatta di piccoli gruppi parentali, e geneticamente perciò piuttosto omogenei, che tuttavia competevano fra loro, arrivando ad eliminarsi fisicamente. Il risultato di questa faida continua? Una riduzione notevole del cromosoma Y, che raggiunge quasi l’estinzione riducendo la variabilità genetica.

La teoria è stata pubblicata nel maggio 2018 dalla rivista scientifica Nature Communications, sostenendo che il collo di bottiglia si sarebbe esaurito, e quindi la popolazione maschile sarebbe progressivamente tornata a crescere, grazie all’evoluzione culturale e genetica: il cambiamento socio-organizzativo, con l’espandersi di strutture sociali sempre più complesse, avrebbe infatti garantito la fine di faide e guerre, evolvendosi in un’organizzazione più gerarchica, con una divisione netta tra dominatori e dominati che hanno ridotto la quantità di aggressività.

La riflessione vera, tuttavia, è un’altra: sembra proprio che i maschi, da molti millenni, abbiano seri problemi nella gestione del proprio testosterone!

Ci sono maschietti molto potenti che fanno a gara fra di loro su chi lancia il missile nucleare più lontano.

Afferma nel video Telmo Pievani, direttore di Il Bo Live.

Dovremmo dunque sperare che, tra molti millenni, gli archeogenetisti non si trovino a ipotizzare i motivi di un nuovo collo di bottiglia?

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