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Nel Paese in cui più di uno studente su 10 vende il suo corpo per guadagnare soldi

In Europa la piaga della prostituzione giovanile è fortissima: spesso gli universitari vendono i propri corpi per pagare i debiti, o per guadagnare qualche extra.

I costi per mantenere un figlio all’università, soprattutto se è uno studente fuori sede, sono sicuramente molto elevati, e nonostante i sacrifici dei genitori, spesso i soldi, per i ragazzi, non sono sufficienti per lo stile di vita che vorrebbero perseguire, soprattutto se hanno vizi come il fumo, l’alcol o le serate in discoteca.

Anche quando però non si tratta di voler mantenere un tenore di vita rispetto alle proprie possibilità, per dar sfogo ai propri capricci, ma magari solo – tentativo apprezzabilissimo – di volersi distaccare dal proprio nucleo familiare per vivere in completa autosufficienza, anche economica, non sempre i ragazzi riescono ad arrivare a fine mese, e spesso neppure i prestiti o i lavoretti extra come camerieri o baristi riescono a coprire le tante spese.

Ma i dati forniti dalla National Student Money Survey, che ha svolto un’indagine in Gran Bretagna, raccontano di una preoccupante situazione estrema, dove i ragazzi accettano di prostituirsi per guadagnare quanti più soldi possibili. Un quadro agghiacciante che, a dispetto di quanto si potrebbe pensare, non interessano solo le fasce più povere a livello di reddito, ma anche adolescenti provenienti da famiglie decisamente più benestanti.

I dati di un fenomeno agghiacciante

Secondo lo studio, condotto su un campione di 3.167 studenti del Regno Unito, addirittura il 78% dei ragazzi fatica a coprire i costi accademici, per questo motivo alcuni di loro accettano di offrire prestazioni sessuali a pagamento.

Mediamente uno studente britannico riceve 600 sterline al mese dal prestito di mantenimento, a cui vanno aggiunte le 138 sterline passate mensilmente dai genitori; eppure, andare avanti con 738 sterline al mese non è facile, soprattutto considerando che un costo della vita medio arriva a 770 sterline mensili.

Se un buon 76% si affida a lavori part-time per avere delle entrate extra, sono però moltissimi i ragazzi che scelgono strade alternative e meno legali, dedicandosi, ad esempio, al gioco d’azzardo, oppure intraprendendo la via della prostituzione, cosa che accade all’11% di loro.

Una discriminante importante, poi, va fatta verso quel 5% di studenti che, pur non trovandosi in stato di necessità economica, si rivolge comunque a questo tipo di prestazioni per incassare più denaro.

Jake Butler, esperto di gestione dei prestiti studenteschi, come riporta TPI ha dichiarato:

Ogni anno, il nostro sondaggio rivela che gli studenti sono coinvolti nel lavoro sessuale, sia per scelta sia perché sono a corto di opzioni. È vero che negli ultimi anni c’è stato un miglioramento, ma le prostitute si trovano ancora di fronte a uno stigma ingiusto, e molti potrebbero temere ripercussioni dalla loro università sulla loro scelta di lavoro.

Butler ha infine invitato le università a concentrare i propri sforzi

[…] per fornire supporto e creare spazi in cui gli studenti si sentano sicuri nell’accedere ai consigli, per garantire che tutti gli studenti siano consapevoli dei loro diritti e possano praticare il loro lavoro in sicurezza.

Quella della prostituzione studentesca non è comunque una piaga che riguarda il solo Regno Unito; anche in Italia, infatti, c’è un ampio mercato sommerso di baby escort, cam girl o sugar daddy.

La situazione italiana e in altri stati

Un articolo del Fatto Quotidiano del 2013 indagava all’interno del sito bakekaincontri.com , uno dei tanti, si legge nell’articolo, “frequentati da ogni genere di persona: ci sono i cinquantenni annoiati, gli uomini sposati, le donne in cerca di ‘scappatelle’, giovani e trans che si prostituiscono. E minorenni“.

Le ragazze (e i ragazzi) lo fanno per guadagnare soldi extra, sentendosi protette dall’anonimato fornito dal Web; accettano di fare sesso con uomini più adulti, spesso scegliendo consapevolmente di essere delle sugar baby, ovvero giovani che si fanno mantenere da uomini decisamente più anziani (gli sugar daddy), oppure percorrono la strada delle camgirl, offrendo spettacoli erotici o pornografici servendosi semplicemente della propria webcam, collegata a Internet, attraverso cui il pubblico può assistere dietro, ovviamente, lauto pagamento. I quali consistono in ricariche di conti online, oppure nell’acquisto di specifici “regali” richiesti dalla ragazza; il profitto può inoltre essere generato anche dal traffico pubblicitario del sito Internet, il quale richiede da parte sua un contributo monetario alla camgirl.

Una sentenza della Corte di Cassazione del 2003, si legge su Wikipedia, ha equiparato l’attività delle camgirl a quella delle prostitute, sostenendo che, anche in assenza del contatto fisico,  per essere definita tale sia sufficiente l’interazione con il cliente e il ricevimento di una somma di denaro.

Nemmeno gli altri paesi europei, però, sembrano messi meglio da questo punto di vista: nel 2011 il  Centro Studi Berlino- Studienkollegs zu Berlin – fece una ricerca globale  dal titolo Nebenjob: Prostitution (Secondo lavoro: prostituzione) prendendo circa 3600 studenti tra Kiev, Parigi e la capitale tedesca, che diede risultati inaspettati: uno studente su quattro, infatti,  sosteneva di potere  praticare il sesso per lavoro, fosse esso partecipare a uno striptease, appartenere a un  servizio di escort o prostituirsi nel senso tradizionale.

A Parigi gli studenti che pensavano di potere lavorare nel campo della prostituzione erano il 29,2% a Kiew il 18,5%, mentre la percentuale più alta si registrò proprio a Berlino, dove uno  uno studente su tre considerava possibile prostituirsi per ottenere un guadagno extra.

Dallo studio sarebbe inoltre emerso che i motivi che spingono a diventare lavoratori del sesso sono i più disparati, anche se un buon 30% degli appartenenti al campione aveva dichiarato di avere debiti insoluti.

Insomma il problema sembra tutt’altro che remoto, né di facile soluzione, in ogni parte d’Europa.

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