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La lettera d'amore di Alain Delon al suo grande amore quando morì

Una lettera piena di sofferenza, tristezza e della malinconia di un amore mai davvero vissuto appieno: ecco le parole di Alain Delon per la morte di Romy Schneider.
Fonte: Web

Ti guardo mentre dormi. Sono accanto a te, sono al tuo letto di morte. Indossi una lunga tunica, nera e rossa, con un ricamo sulla parte superiore. Credo che siano fiori, ma non indugio troppo a osservarli. Ti dico addio, il più lungo di tutti gli addii, bambolina mia. Così ti ho sempre chiamata: bambolina. Non perdo tempo a guardare i fiori, guardo il tuo viso e penso che tu sia bella e che non lo sia mai stata così tanto come in questo momento. Penso anche che è la prima volta in vita mia che ti vedo quieta e serena. Si potrebbe dire che una mano delicata abbia lavato via dal tuo viso paure e dissidi.
Ti guardo mentre dormi. Mi dicono che tu sia morta. In che modo ne sono colpevole io?… Ci si pone sempre questa domanda davanti a qualcuno che si è amato e si ama ancora. Questa emozione ci sommerge, poi torna indietro e alla fine ci si convince che tutto sommato non si è colpevoli. Non colpevoli, ma comunque responsabili.

Comincia in questo triste e doloroso modo una delle lettere d’amore più malinconiche mai scritte. Un messaggio per un amore mai realmente vissuto e ormai lontano, in quella triste mattinata primaverile del 1982. È stato Alain Delon l’autore di tali parole e per il destinatario quella fu la prima e ultima lettera d’amore mai ricevuta dall’attore. Sì, perché il bel Delon con gli occhi glaciali, famoso nel cinema degli anni sessanta, amava solo corteggiare e con estrema discrezione. Niente di clamoroso, solo sorrisi accennati e, al massimo, qualche biglietto lasciato fra mazzi di rose. Ma per Romy Schneider, Alain Delon era un uomo tutto diverso.

Ecco. Lo sono anch’io. È a causa mia che la notte scorsa il tuo cuore ha cessato di battere. A causa mia, perché 25 anni fa fui scelto per essere il tuo partner in “Christine“. Tu arrivavi da Vienna e io ti aspettavo a Parigi con un mazzo di fiori in mano che non sapevo come tenere. Ma i produttori mi avevano detto: “Appena scende dalla passerella, vada da lei e le porga i fiori”, io aspettai con i fiori in mano come un imbecille, in mezzo a un’orda di fotografi. Tu scendesti dall’aeroplano, io mi avvicinai. Dicesti a tua madre: “Deve essere Alain Delon, il mio partner!” Nient’altro, nessun colpo di fulmine a ciel sereno. Così andai a Vienna, dove si girava il film, ed è stato là che mi sono innamorato follemente di te. E tu ti sei innamorata di me. Spesso ci siamo posti a vicenda la tipica domanda degli innamorati: “Chi è stato di noi due ad innamorarsi prima, tu o io?”…contavamo: “Uno… Due… Tre…” e rispondevamo: “Né tu ne io… Entrambi…”. Mio dio come eravamo giovani e felici! Alla fine del film ti dissi “Vieni con me, andiamo a vivere insieme in Francia” e tu rispondesti subito: “Sì, voglio vivere con te, in Francia”… Ti ricordi vero? La tua famiglia, i tuoi genitori, andarono fuori di sé. E tutta l’Austria, tutta la Germania. Dissero che ero un usurpatore, un rapitore. Mi accusarono di portare via “l’imperatrice”. Io un francese, che non parlava una parola di tedesco. E tu, bambolina, che non parlavi una parola di francese.

All’inizio ci amavamo senza scambiarci una parola. Ci guardavamo e ridevamo. Bambolina…. e io ero “Pepè”. Dopo qualche mese io ancora non parlavo tedesco, ma tu parlavi francese così bene che potemmo recitare in teatro. Quella volta il regista fu Visconti. Ci diceva che ci assomigliavamo, che avevamo fra le sopracciglia la stessa “V” che si increspava per la collera, per la paura di vivere, per il terrore. Lui la chiamava la “V di Rembrandt”, perché diceva che nel suo autoritratto questo artista si era raffigurato con la stessa “V”. Adesso ti guardo dormire e la “V di Rembrandt” è scomparsa. Adesso non hai più paura. Non stai più in agguato, non sei più preda di cacciatori. La caccia è finita e tu finalmente riposi.
Ti guardo ancora e ancora e ancora. Ti conosco bene, in ogni dettaglio. So chi sei e perché sei morta. La tua indole, come si dice. A loro , agli “altri”, io rispondo che l’indole di Romy era la sua indole. Questo è tutto! Lasciatemi in pace. Tu facevi male agli altri perché eri te stessa, compatta e unica. Una ragazzina che divenne una stella molto velocemente, troppo. Da questo provenivamo da una parte i tuoi capricci, i tuoi impeti di collera e le tue bambinate, sempre legittime, certo… Ma con conseguenze inimmaginabili. Dall’altra, la tua autorevolezza professionale. Sì, una ragazzina che non sapeva bene con cosa stesse giocando, con chi… E perché.

Era il 29 maggio 1982 quando Romy Schneider si spense al numero 11 di rue Barbet de Jouy, nel cuore di Parigi, a causa di un arresto cardiaco. Una morte che aveva fatto discutere all’epoca poiché scambiata, in un primo momento, per un suicidio. Una vita, quella della bella interprete dell’imperatrice Sissi, buia e vuota per la morte del figlio David, di 14 anni, morto il 5 luglio dell’anno precedente dopo essersi infilzato nel cancello della casa dei nonni. L’attrice austriaca non si riprese mai dalla sua dolorosa perdita, così come Alain Delon da quella della stessa Romy. Venuto a sapere della morte dell’attrice, era solo riuscito a gettarsi al suo capezzale e scattarle qualche fotografia fra le lacrime, immagini che, a quanto dichiarato da lui diverse volte, custodisce ancora gelosamente nel portafoglio. Fotografie della sua bambolina, finalmente serena dopo anni di sofferenza. Alain Delon non si presentò al suo funerale, ma il 30 maggio del 1982, il giorno dopo la morte dell’attrice, passò ore e ore davanti alla sua tomba a Boissy-sans-Avoir, un piccolo paese vicino alla capitale francese. Un modo per rimanere insieme, ancora una volta.

È in questa contraddizione, e attraverso questa breccia che fanno irruzione la paura e l’infelicità. Quando ci si chiama Romy Schneider e quando si è nel fiore della propria vita e si ha la tua sensibilità e il tuo temperamento. Come si può spiegare chi eri tu e chi siamo noi, i cosiddetti “attori”, come si può far capire che noi, recitando, interpretando, essendo qualcun altro da quello che realmente siamo, impazziamo e ci perdiamo? Come si può far capire la difficoltà, il bisogno di possedere un carattere forte ed equilibrato per riuscire a rimanere in qualche modo in piedi? Ma come possiamo noi, trovare questo equilibrio in questo mondo… Noi, i giocolieri, i clown, i trapezisti da circo ai quali i riflettori indicano la strada dorata?
Dicesti una volta: “Non so cosa io debba fare nella mia vita, ma in un film sono in grado di fare tutto”… No, gli altri non possono capire. Non possono comprendere che più un attore è grande e più diventa inadatto alla vita. Greta Garbo, Marylin, Rita Hayworth… E tu… E mentre tu riposi io urlo e piango, piango accanto a te, piango perché questo lavoro schifoso non è un lavoro per una donna. Ed io tutto questo lo so perché l’uomo che io sono è quello che meglio di ogni altro ti ha conosciuta, quello che meglio di ogni altro ti ha capita. Perché sono anch’io un attore. Eravamo della stessa razza, bambolina, parlavamo la stessa lingua. Non possono capirci loro, gli “altri”… Gli attori si, gli altri no. È inspiegabile. E quando si è una donna come te, non possono comprendere che di questo ci si può anche morire.
Loro dicono che tu fossi un mito… Sì certo, ma il mito non è che una maschera, un riflesso, un apparenza, ma quando viene la sera il mito si dissolve e rimane solo Romy, ancora Romy, soltanto una donna incompresa, maltrattata, maldescritta sulla stampa, indebolita, braccata. È nella solitudine che svanisce il mito, succede per paura. E più questo assilla la conoscenza, più si diventa succubi della felicità artificiale dell’alcool e dei tranquillanti.

Inizia come un’abitudine, poi diventa regola, alla fine è necessità. Il danno è sempre più irreparabile, e il cuore tace consunto perché è troppo stanco per battere. Questo cuore è stato maltrattato, sballottato, questo cuore che apparteneva ad una donna che la sera si metteva a sedere davanti ad un bicchiere… Si dice che ad averti ucciso sia stata la disperazione dovuta alla morte di David. No, la gente si sbaglia. Non è stato questo ad ucciderti. La morte di David ti ha solo dato il colpo di grazia. È vero che tu hai detto a Laurent, il tuo ultimo e incantevole compagno, le seguenti parole: “Ho l’impressione di essere giunta alla fine del tunnel”, è vero che tu volevi vivere, che tu amavi la vita. Tuttavia è anche vero che hai raggiunto la fine del tunnel nel grigiore di un sabato mattina. È vero che tu, poiché il tuo cuore era distrutto, eri l’unica a sapere che la fine che intendevi era proprio quella che poi hai raggiunto. Io ti scrivo a casaccio, senza un ordine preciso. Bambolina mia, così aggressiva, così piena di ferite.

Continua nella sua triste lettera, Alain Delon, ricordando il temperamento ribelle di Romy Schneider. Una morte, quindi, a quanto detto dall’attore non dovuta soltanto dalla morte del figlio David, ma alle tante sofferenze che la donna aveva subito durante i suoi soli 44 anni di vita. Anni di distruzione dovuti a due matrimoni falliti, all’abuso di alcool, allo stress lavorativo e all’asportazione del rene a causa di un tumore. “La morte di David ti ha solo dato il colpo di grazia“, scrive malinconico Delon, e per chi abbia mai letto almeno una volta una biografia dell’attrice, sa quanto queste parole possano essere vicine alla realtà.

Non sei mai riuscita a capire ne ad accettare il ruolo di personaggio pubblico che tu stessa avevi scelto e che amavi. Eri un personaggio pubblico e le grandi implicazioni di questo non le hai mai comprese.
Tu hai rifiutato il ruolo e tutti i ruoli che questo lavoro porta con sé. Ti sei sentita assalita, trafitta, violentata nella tua sfera personale. E tu, tu l’hai sempre saputo che il destino ti prendeva con una mano quello che ti dava con l’altra. Abbiamo vissuto insieme più di 5 anni. Tu con me, io con te. Insieme.
Poi la vita… Quella nostra vita che in fondo non interessava a nessuno, ci ha separati. Ma ci siamo chiamati, spesso, si proprio così, ci siamo dati dei segnali. Alla fine ci fu il film “La piscina”, ci siamo ritrovati con il fine di lavorare insieme. Venni a prenderti in Germania, conobbi David, tuo figlio. Da quel film in poi tu sei mia sorella, io tuo fratello. Fra di noi tutto era chiaro, schietto. Nessun’altra passione. La nostra amicizia risiedeva nel sangue, nella somiglianza e nelle parole.
E dopo ci fu nella tua vita ancora infelicità e la paura… La paura… Gli altri diranno: “Che grande attrice!” “Che grande tragedia!”, senza sapere che tu stessa sei quella tragedia quando sei al di fuori del cinema, perché tu sei questo nella vita e lo paghi molto caro. Non capiscono che i drammi della tua vita si riflettono sulla tela, nei tuoi ruoli. Non possono immaginare che tu sei così “Brava e geniale” al cinema perché c’è una tragedia che vivi sulla tua stessa pelle, che sei sconvolgente perché rispecchi i tuoi drammi personali in te. E tu risplendi del loro fuoco che ti brucia.

Bambolina mia, questo lavoro così doloroso! Ho vissuto con te oppure solo al tuo fianco?
Fino alla morte di David c’era il lavoro a tenerti la testa fuori dall’acqua, poi David se ne è andato e il lavoro non ti è stato più sufficiente. Non mi ha stupito affatto la triste notizia che anche tu ci avevi lasciato. Di cosa avrei dovuto stupirmi? Del tuo non-suicidio, forse. Ma non del tuo cuore distrutto. Mi sono detto: “Eccola, la fine del tunnel!”. Ti guardo mentre dormi. Tuo fratello Wolfie e Laurent entrano nella stanza. Parlo con Wolfie. I nostri ricordi vanno alla mia casa di campagna. Ai doberman che ti facevano così paura. A tante altre storie… Più di 20 anni fa, in Baviera, in un piccolo paesino. Wolfie aveva 14 anni, io 23 e tu 20. Ridemmo molto quando ci fu annunciata la visita del presidente francese del “Romy Schneider fan club”. Vedemmo arrivare una ragazza giovane e slanciata, con un paio di occhiali, carina… Si chiamava Bernardette. Quando tornammo a Parigi la chiamammo. Divenne la nostra segretaria, per sei anni. Lei è ancora la mia segretaria!
Ti guardo mentre dormi, solo ieri eri viva e hai detto a Laurent: “Vai a dormire, io vengo fra un po’… Resto ancora con David ad ascoltare musica!”. Questo lo hai detto ogni sera. Prima di coricarti volevi rimanere da sola con il ricordo di tuo figlio. Ti sei messa a sedere. Hai preso carta e penna e hai disegnato, per Sarah… Disegnavi per la tua piccola figlia, finché non hai avuto dolori al cuore e improvvisamente… Così bella. Bella, ricca, famosa. Di cos’altro avresti avuto bisogno? Di pace, e di un po’ di felicità!

Una felicità mai giunta però, fino alla triste fine dell’attrice in quel sabato del 1982. Dopo la morte di David, Romy Schneider era solita rimanere in salone ad ascoltare la musica. Melodie, una dopo l’altra, che le ricordavano il figlio e le donavano, anche per sole poche ore, quella tranquillità che tanto ricercava nella vita.

Ti guardo mentre dormi. Sono di nuovo solo. Mi dico: tu mi hai amato. io ti ho amata. Io ho fatto di te una francese, una star francese. Si, è per questo che mi sento responsabile. E questa terra che tu hai amato per causa mia, è diventata anche la tua patria. La Francia. Wolfie ha deciso, e anche Laurent ne ha espresso il desiderio, che tu rimanga qui per sempre in suolo francese. A Boissy.
Là, dove fra un paio di giorni verrai raggiunta da tuo figlio David. In un piccolo luogo dove hai appena ricevuto le chiavi per la tua casa. Là volevi vivere, vicino a Laurent, vicino a Sarah. Là dormirai per sempre. In Francia. Vicino a noi, vicino a me. Del tuo viaggio fino a Boissy me ne sono occupato io, così da alleggerire Laurent e la tua famiglia. Ma non sarò presente né in chiesa né alla tomba.
Wolfie e Laurent mi capiscono. Ti prego di perdonarmi… Tu sai che io non avrei potuto in nessun modo proteggerti da questa gente avida, da questa massa di libidinosi, da questo “spettacolo” di cui hai sempre avuto paura. Perdonami. Verrò il giorno successivo e staremo da soli.

Bambolina, continuo a guardarti, a guardarti ancora. Con i miei sguardi voglio inghiottirti e dirti ancora che non sei mai stata così bella e così tranquilla.
Riposa in pace. Io ci sono. Da te ho imparato un po’ di tedesco. Le parole: “Ich liebe dich”.
Ti amo, ti amo, bambolina mia.

Alain

Un amore mai davvero vissuto quindi, che l’attore dopo più di 30 anni dalla morte di Romy, custodisce ancora gelosamente. Anche quella dell’uomo è stata una vita fatta di relazione burrascose, depressione e di un ritiro dal grande schermo, anche se non del tutto definitivo. Nel maggio 2017, dopo 10 anni dalla sua ultima apparizione nei cinema, ha infatti annunciato la sua partecipazione in una nuova pellicola diretta dal regista Patrice Leconte. Un nuovo film senza, ancora una volta, la sua bambolina al suo fianco.

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