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Vuoi lavorare? Devi essere normopeso e non avere famiglia. L'annuncio di lavoro choc indigna tutti

Trentenne, sola e non in sovrappeso. I requisiti richiesti da un centro estetico per assumere hanno scatenato proteste e indignazione un po' dappertutto, ma la verità è che sono lo specchio di una società dove il bisogno di lavorare sembra "giustificare" ricatti e sessismo.
Fonte: web

 Senza problemi di famiglia, non in sovrappeso, di oltre 30 anni, senza problemi di orario, dal lunedì al venerdì orario continuato 8:30-19:30. Vuoi lavorare?

Sta proprio lì, nella domanda conclusiva di questo annuncio di lavoro pubblicato ad Asti, tutto il nocciolo della questione.

Il vero quesito da porsi, in questa storia, è un altro, e non attiene per nulla alla volontà delle persone di lavorare o a quanto si impegnino per trovare un impiego; sta piuttosto in quello che sono disposte a fare pur di lavorare. Quali compromessi sono disposte ad accettare. Dove sta il limite tra i diritti di un datore di lavoro di assumere lavoratori che corrispondano alle sue aspettative e l’umiliazione verso chi un lavoro lo cerca. Vuoi lavorare? Accetti queste condizioni, qualunque esse siano. Si potrebbe, in fondo, riassumere così il senso del cartello comparso sulla vetrina di un centro estetico di Asti, che ha sollevato – e c’era da aspettarlo – proteste e indignazione un po’ dappertutto. Perché i requisiti che campeggiano sopra l’annuncio di lavoro che cerca un’estetista non hanno nulla a che fare con la competenza, le qualifiche: non c’è il minimo accenno all’esperienza richiesta, ad esempio.

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Il profilo che viene ricercato da questi potenziali datori di lavoro è quello di una trentenne, normopeso, che non abbia problemi di famiglia. Che significa, che deve essere un’orfana, una single, una che non ne vuole sapere di fare figli? Si potrebbe definire “sessista” e altamente discriminatorio, ma sarebbe veramente troppo banale farlo, e non renderebbe appieno la gravità della questione. Perché in questo caso non si tratta più, solamente, di mettere in evidenza quanto siano diverse le richieste che vengono fatte in sede di colloquio di lavoro a uomini e donne – chissà perché a nessun uomo viene mai chiesto se ha famiglia o se abbia intenzione di averla, mentre le donne sono sottoposte spesso e volentieri a inquisitorie nemmeno troppo velate sulle aspettative di vita futura, sulle attitudini materne e sembra debbano presentare l’intero stato di famiglia ogni volta che vanno in cerca di un lavoro – ma c’è altro, di più grave, di più inquietante, che emerge dall’annuncio di lavoro di Asti, peraltro finito – ragionevolmente – anche sotto l’attenzione della Cgil della città piemontese, che ha presentato un esposto all’ispettorato del lavoro..

C’è che, come sottolinea Massimo Gramellini nel suo editoriale per il Corriere,

La solitudine esistenziale viene elevata, si fa per dire, a prerequisito lavorativo.

Per lavorare devi avere la volontà di non farti una famiglia; ma non basta: devi anche avere la volontà (o la fortuna) di mantenere un corpo sempre asciutto, per non parlare dell’intenzione di sacrificare praticamente ogni istante della tua vita al lavoro, lavorando qualcosa come 11 ore ininterrottamente per cinque giorni su sette… ah già, ma del resto se non hai famiglia non hai nulla o nessuno di cui occuparti, perciò puoi farlo (evidentemente questa è la logica stringente dei datori di lavoro). Ecco perché, per quanto sia atroce, non è sbagliato parlare di solitudine esistenziale. Perché, se prima tutte queste domande scomode venivano rivolte in sede di colloquio privato, adesso vengono addirittura spiattellate su un annuncio pubblico affisso in vetrina, esposto pubblicamente come fosse un monito per tutte le donne: “Volete lavorare? Scordatevi mariti, figli, genitori e fratelli, dimenticate gli strappi alla dieta, siate pronte a diventare schiave legalizzate del vostro lavoro!”. Come fosse la normalità, insomma. Ma questa non è la normalità, e non può diventarlo.

Queste sono aberrazioni totali di un sistema che ha messo in ginocchio tutti, d’accordo, chi offre e chi cerca lavoro, ma che gradatamente ha portato a estremi che non sono accettabili, che sono anzi altamente lesivi della dignità. Perché cercare lavoro non significa essere disposti a diventarne schiavi, e non ci si può trincerare dietro la scusa della necessità di lavorare e della crisi economica per proporre condizioni di lavoro assurde o chiedere ai propri dipendenti di diventare degli eremiti solitari (in perfetta forma fisica, oltre tutto).

Sarebbe interessante sapere quale fantastico stipendio venga offerto, a questa donna trentenne che dovrà essere anoressica, orfana, nubile e senza figli e senza zii e nipoti, disposta a mettersi a disposizione dall’alba al tramonto – si legge in un post Facebook del profilo della Cgil Piemonte – Magari le proporranno qualche voucher di nuovo conio.

Sarebbe però anche interessante sapere con quale criterio questi datori di lavoro hanno scritto questo annuncio, se con la consapevolezza piena delle conseguenze che inevitabilmente ci sarebbero state, o piuttosto con la volontà esplicita di provocare, affinché ci si facesse della “pubblicità”, perché se ne parlasse. Se così fosse, certamente ne saremmo ben più liete e sollevate, dato che si potrebbe considerare come una sorta di (bizzarra) scelta di marketing, come un modo per far parlare di sé – partendo dal vecchio detto “o bene o male, purché se ne parli”-. Purtroppo, però, nutriamo seri dubbi in proposito.

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