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Quella notte terribile in cui Sharon Tate fu uccisa all'ottavo mese di gravidanza

La moglie di Roman Polański, Sharon Tate, fu massacrata il 9 agosto del 1969, incinta di otto mesi, dalla setta di Charles Manson. Ora rivive al cinema, nel nuovo film di Tarantino uscito proprio per il cinquantesimo anniversario della strage.

Charles Manson è stato sicuramente il killer che con la sua setta ha sconvolto gli Stati Uniti sul finire degli anni ’60. Arrestato e incarcerato nel 1971, è morto il 19 novembre 2017, mentre scontava l’ergastolo dopo essere stato condannato per sette omicidi e un tentato omicidio.

Fra le sue vittime è impossibile non citare la giovane attrice Sharon Tate. Ancora oggi, quello della moglie del regista Roman Polański rimane uno dei delitti più efferati, terribili e atroci mai compiuti dalla setta di Manson, perché oltre a lei, ai tre amici che si trovavano nella sua villa di Los Angeles e a un quarto giovane, ucciso in macchina, la Manson’s Family tolse la vita anche al bambino che Sharon, incinta di otto mesi e a sole due settimane dal parto, portava in grembo.

Mentre il marito Roman, sposato nel 1967, si trovava a Londra per lavoro, Sharon aveva passato la sera del 9 agosto 1969 in compagnia degli amici Jay Sebring, noto parrucchiere di Hollywood, Wojciech Frykowski e Abigail Folger, un aspirante scrittore e la fidanzata di lui, molto amici del regista.

Manson, che all’epoca dei fatti aveva 32 anni e si era trasferito da un paio d’anni in California da Cincinnati, nell’Ohio (dove lasciava un passato fatto di abusi e di piccola delinquenza) ordinò a quattro membri della setta da lui fondata –  Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian – di introdursi nella villa al 10050 Cielo Drive, nella zona nord di Beverly Hills, e di uccidere nella maniera più cruenta possibile gli occupanti dell’abitazione.

I quattro assassini sorpresero le loro vittime mentre stavano dormendo e le uccisero sparando loro o accoltellandole. L’ultima a essere trucidata fu proprio Sharon Tate, martoriata con 16 coltellate, anche alla pancia, di cui cinque ritenute mortali.

Una quarta vittima, Steven Parent, un venditore porta a porta diciottenne, venne raggiunto dai colpi di pistola mentre cercava di scappare a bordo della propria automobile. Le indagini in seguito stabilirono che fu proprio lui il primo a essere ucciso, subito dopo essere uscito dalla proprietà, dove aveva mostrato dei prodotti all’amico William Garretson, custode della villa (quest’ultimo rimasto illeso perché la dépendance in cui viveva era poco visibile rispetto alla casa).

La carneficina compiuta venne scoperta solo la mattina seguente da Winifred Chapman, cameriera di Sharon. Polanksi rientrò subito a Los Angeles, giusto in tempo per essere interrogato dalla polizia e per seguire il funerale della moglie, avvenuto il 13 agosto. Sharon venne sepolta nella Holy Cross Cemetery, a Culver City, in California, stringendo tra le braccia il suo bambino, Paul Richard Polański.

Solo in un secondo momento, mettendo insieme gli indizi lasciati dalla setta di Manson in un altro delitto, quello dell’imprenditore Leno LaBianca e della moglie Rosemary (massacrati il giorno seguente a Sharon Tate e agli amici) la polizia californiana riuscì a collegare le morti al mandante Charles Manson e ai suoi boia della setta.

Il primo si trovava già in carcere per altri reati, gli altri quattro vennero arrestati e tutti furono condannati alla pena di morte nel 1971. La condanna, tuttavia, venne commutata in carcere a vita un anno più tardi, dopo che la Corte suprema californiana decise di abolire la pena capitale dallo stato.

Con la morte di Charles Manson si è chiusa una delle pagine più nere e terribili della storia contemporanea: cosa abbia spinto un gruppo di giovanissimi a mettersi al seguito di una mente malata e macabramente lucida come quella di Manson è un mistero che rimane tuttora inspiegabile.

A far rivivere quella notte terribile ci ha pensato Quentin Tarantino, che nel suo nono film, Once upon a time in Hollywood, uscito negli USA il 26 luglio 2019 e in arrivo il Italia il 19 settembre, ha fatto rivivere, esattamente cinquant’anni dopo, quella terribile notte.

Polański, com’è noto, è salito poi agli onori della cronaca nel ’77 per lo stupro – poi commutato in “comportamento immorale” – nei confronti di una tredicenne, e da allora evita accuratamente tutti i paesi in cui possa essere richiesta l’estradizione negli Stati Uniti, dove non ha mai fatto ritorno. Per questo, anche se presenterà il nuovo film An officer and A Spy alla 76esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, è altamente improbabile che sia fisicamente in Italia, proprio in virtù di un accordo siglato dal nostro paese con gli USA nel 1983.

Questioni giudiziarie a parte, resta il grande dolore che ha vissuto in quella notte del ’69, quando la follia di Manson e della sua setta ha tolto la vita alle persone a lui più care… Anche a chi, alla vita, non ci è mai arrivato, come il piccolo Paul Richard Polański.

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