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A Private War: la guerra privata di Marie Colvin contro tutto il dolore del mondo

Uccisa nel 2012 mentre si trovava in Siria, Marie Colvin è stata definita la reporter di guerra più grande della sua generazione: ecco la sua storia

Il 20 febbraio 2012 la giornalista americana Marie Colvin scrisse una mail al suo ultimo compagno, Richard Flaye. Non poteva sapere che sarebbe stata l’ultima. Si trovava a Homs, in Siria, per documentare la guerra civile, e la notte era rischiarata dai lampi dei missili. Come raccontato in un articolo dell’edizione statunitense Vanity Fair, circa 30.000 persone erano circondate dalle truppe del presidente Bashar al-Assad e la situazione stava degenerando.

Mio caro, sono tornata a Baba Amr, la zona assediata di Homs, e ora sto gelando nel mio tugurio senza finestre. […] Ho dovuto scavalcare due muri di pietra stasera, e faticavo con il secondo (quasi due metri) così un ribelle ha fatto scaletta con le mani e mi ha detto, “Salga qui e l’aiuto”. Peccato abbia pensato che fossi più pesante di quanto non sia in realtà, così quando mi ha “alzato” il piede, mi ha lanciata oltre il muro e sono finita con la testa nel fango! […] Farò un’altra settimana qui, poi me ne andrò. Ogni giorno è un orrore. Ti penso tutti i giorni. Mi manchi.

Corrispondente dall’estero per il quotidiano britannico Sunday Times, Marie Colvin non si era mai lasciata intimorire, nemmeno dagli scenari bellici più pericolosi. Nel 2001, durante la guerra civile in Sri Lanka, aveva perso un occhio e da allora girava con una benda. A Timor Est pare abbia salvato la vita di 1.500 donne e bambini circondati dalle forze indonesiane. E poi aveva documentato la Primavera Araba da Tunisia, Egitto e Libia nel 2011. L’orrore non l’aveva mai fermata, fino al tragico attacco finale.

Nata il 12 gennaio 1956 a Oyster Bay, nello stato di New York, Marie Colvin era figlia di due maestri. “Piangi solo quando sanguini”, le ripeteva sua madre da piccola, un mantra che poi lei adottò per tutta la sua vita. Forte e indipendente, da adolescente rinunciò agli svaghi per lavorare come baby sitter e mettere da parte un po’ di soldi per il suo futuro.

Ancora giovanissima, marciò verso Washington per protestare contro la guerra in Vietnam. Dopo un’esperienza di studio in Brasile, tornò con l’idea di iscriversi a Yale: sembrava un’impresa impossibile, ma venne accettata alla facoltà di antropologia e presto iniziò a scrivere per lo Yale Daily News.

La sua carriera di reporter iniziò a New York, per la United Press International, che nel 1984 decise di farla diventare capo del bureau di Parigi. Un anno dopo decise di passare al Sunday Times, per cui lavorò fino alla fine dei suoi giorni. Specializzata nel Medio Oriente, fu la prima giornalista a intervistare Gheddafi dopo l’inizio dei bombardamenti degli Stati Uniti in Libia, nel 1986.

Una carriera coraggiosa e di grande successo, che la portò a ricevere tanti riconoscimenti prestigiosi. L’ultima sua ossessione era la Siria: credeva che Assad non stesse uccidendo solo terroristi, come da lui dichiarato, ma soprattutto civili infreddoliti e impauriti. Ecco perché nel febbraio del 2012 decise di entrare in sella a una moto nel Paese, nonostante il divieto del governo di documentare il conflitto civile. Il 21 febbraio, il giorno prima della sua morte, apparve in collegamento satellitare su diverse televisioni, come la BBC e la CNN. Disse di non aver mai visto una guerra peggiore di quella.

Marie Colvin morì il 22 febbraio 2012 insieme al fotografo francese Rémi Ochlik all’interno dell’edificio in cui avevano organizzato il centro media. Il governo siriano accusò i terroristi di aver piazzato una bomba, ma la versione venne rifiutata dal fotografo Paul Conroy, anche lui presente al momento dell’esplosione. Secondo l’uomo, sopravvissuto, era stato proprio l’esercito a far esplodere dei colpi di artiglieria. La sera stessa della morte di Marie e Rémi, molte persone di Homs si radunarono nelle strade per ricordarli.

Oggi la storia di Marie Colvin rivive nel film A Private War, esordio nel cinema del documentarista Matthew Heineman. Oltre a Rosamund Pike, che interpreta la giornalista, nel cast ci sono anche Jamie Dornan, Stanley Tucci e Greg Wise. Il film, presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma 2018, è uscito in sala il 22 novembre.

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