Non è sempre facile crescere con un genitore famoso, un cognome ingombrante che, a fronte di tanti privilegi, economici, sociali, può anche essere un peso grande da portare, soprattutto quando sei un adolescente alle prime armi nel rapporto con il mondo ed esci da un guscio dorato che molti dei tuoi coetanei possono a malapena sognare.

Troppo semplice giudicare, appellare il figlio famoso come “figlio di papà”, criticarlo se sceglie di seguire le orme del genitore e aspettare che compia un mezzo passo falso per evidenziarne l’assoluta mancanza di talento e quanto sia raccomandato dal cognome celebre, condannarlo se invece prende strade sbagliate, nel tentativo disperato, spesso, di differenziarsi da quella famiglia che tanto dà ma tanto, allo stesso tempo, toglie, in termini magari di tempo, di affetto, di presenza, di normalità.

Troppo facile mettersi nei panni comodi dello spettatore e sentenziare “Finisci nella cocaina perché non sai come spendere i soldi di tuo padre”, sempre troppo, dannatamente facile giudicare le vite altrui. Eppure, di fronte all’ignoto sarebbe sempre più saggio tacere e osservare, semmai ascoltare i racconti di chi quella vita l’ha vissuta sulla propria pelle, e può spiegare i motivi della caduta nel baratro meglio di molti opinionisti da bar improvvisatisi dottori di psicologia.

Anche per Piero Villaggio non è stato facile vivere nella luce, o meglio nell’ombra, di un padre che era un’icona della cultura italiana, prima bistrattato per la presunta banalità dei suoi film, poi di colpo redento come artefice dello specchio più crudo e fedele di vizi e virtù del popolo italiano; perché Paolo Villaggio, che di Fantozzi ha fatto non solo una figura diventata leggenda nel cinema italiano, ma anche l’alter ego stesso della borghesia medio bassa dagli anni Settanta in poi (senza dimenticare gli altri personaggi memorabili regalati alla storia nazionalpopolare) non è stato “facile” come padre; non è stato, certamente, come vederlo nelle sue spassose pellicole, e di questo Piero, il primogenito, ha sempre sofferto. Forse per la possibilità di costruire un rapporto padre-figlio normale, forse per la consapevolezza di doverlo “dividere” con il resto dell’Italia.

Il confronto con un artista ingombrante come mio padre mi ha inevitabilmente condizionato. Non mi sono mai sentito all’altezza ed è forse per questo che oggi mi ritengo insoddisfatto.

Ha confidato Pier Francesco, per tutti Piero, in un’intervista, dove ha raccontato anche del suo lungo periodo nero, costellato di problemi con la droga, in un momento in cui Paolo Villaggio conquistava estimatori, diventando parte integrante del patrimonio nazionale italiano, ma lui, suo figlio, non stava bene.

L’anno più nero di Piero, il 1986, quando i problemi con gli stupefacenti lo condussero fino all’arresto.

Il mio rapporto con l’eroina è cominciato prestissimo, avevo 17 anni. La mia passione è stata quasi interamente consumata dalla dipendenza. Se a questo aggiungiamo il fatto che non ho mai avuto necessità di lavorare per mantenermi capirà che è stato difficile trovare la mia strada

Dopo quel black out, però, c’è stata la risalita: il ragazzo si  è rimboccato le maniche, è cresciuto imparando a rinunciare all’attenzione totale del padre e ad accettarne la notorietà, e da adulto ha deciso di racchiudere ogni sua esperienza nel libro Non mi sono fatto mancare niente, in cui  racconta di una vita vissuta tra i Parioli e l’India, da Los Angeles a San Patrignano. Certo, il suo rapporto con papà Paolo è mutato nel tempo, nonostante lui abbia continuato a definirlo “una persona molto egoista”, e la malattia dell’attore ha contributo, ha spiegato Piero, a trasformare la rabbia in un sentimento di benevolenza che gli ha permesso di accantonare anche il ricordo degli errori compiuti dal genitore.

Oggi il nostro rapporto è facilitato perché lui ha quasi 84 anni – diceva nel 2016, un anno prima della morte di Villaggio –  ha il diabete e, avendo condotto una vita molto sregolata, i segni della vecchiaia sono tutti visibili. La rabbia che ho nutrito per anni si è quasi trasformata in tenerezza.

Il 3 luglio 2017, il giorno della scomparsa di Villaggio, Piero ha pianto per la sua perdita, assieme alla sorella Elisabetta. Quel giorno tutti i vecchi dissapori sono stati definitivamente seppelliti; la rabbia, il rancore, il pensiero di non essere abbastanza, se ne sono andati, assieme a quel padre che forse non ha compreso i figli fino in fondo e da loro non è stato compreso, esattamente come successo col suo personaggio più famoso, apprezzato solo molti anni dopo. Perché, dopo tutto, non è mai troppo tardi.

Piero Villaggio, quel rapporto difficile con papà al di là dell'eroina
Fonte: web
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