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"Perché Luigi Tenco non si suicidò": le ragioni di chi non crede nel suicidio

La morte di Luigi Tenco, il 27 gennaio 1967, resta ancora oggi uno dei grandi misteri italiani: fu davvero suicidio? In molti continuano a non credere alla ricostruzione ufficiale

A distanza di oltre cinquant’anni, la morte di Luigi Tenco è tutt’oggi uno dei casi più misteriosi della cronaca italiana. Cantautore schivo e tormentato, secondo la versione ufficiale si tolse la vita in seguito all’eliminazione della sua canzone dal Festival di Sanremo, ma sono in molti a dubitare di questo racconto dei fatti.

Al momento della sua morte, Luigi Tenco aveva solo 28 anni. Era nato a Cassine, in provincia di Alessandria, il 21 marzo 1938. Dopo la maturità scientifica aveva frequentato la Facoltà di ingegneria all’Università di Genova, dove aveva cominciato a comporre e a cantare canzoni con i gruppi goliardici. Il suo fu un successo rapido e fulminante, forte di una presa di posizione decisa del cantautore contro la cosiddetta musica leggera italiana, in favore di brani più impegnati e cupi.

La morte

Luigi Tenco morì la notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967 a Sanremo, durante il Festival, nella stanza 219 dell’Hotel Savoy. Fu la cantante francese Dalida a trovarlo, poco dopo le due di notte. Solo poche ore prima avevano cantato insieme Ciao amore ciao, il pezzo con cui erano in concorso. Ma non era andata bene: la canzone era stata eliminata dalla giuria.

Dalida stava andando da lui proprio per vedere come si sentisse. Trovò la porta socchiusa e scorse il corpo di Luigi Tengo steso per terra, senza vita. Fu proprio lei a chiamare aiuto, prima di correre fuori dalla stanza, urlando disperata. Lucio Dalla, che si trovava nella camera accanto, scese nella hall dell’albergo e fu il primo a dare la notizia a tutti.

La versione ufficiale

Il commissario Arrigo Molinari arrivò verso le tre del mattino, insieme ad alcuni agenti e al medico legale. “Tenco è morto per un colpo di pistola alla testa ed è evidente”, scrisse Molinari nella sua relazione. “La posizione assunta dal cadavere come conseguenza di ferita d’arma da fuoco a scopo suicida”.

Tutto sembrava portare a una sola conclusione: l’arma da fuoco, una piccola Walther PPK calibro 765, era accanto al corpo. L’entrata del foro era sulla tempia destra, quello d’uscita era sulla tempia sinistra. E poi c’era anche un biglietto su un tavolino, scritto su una carta intestata dell’albergo. La calligrafia venne riconosciuta come quella di Tenco.

“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e a una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.”

Il 24 giugno di quello stesso anno la Procura chiuse ufficialmente l’inchiesta, giungendo alla conclusione che Luigi Tenco si fosse suicidato. Ma non tutti accolsero la versione ufficiale e, nel corso degli anni, si susseguirono diverse ricostruzioni alternative. La famiglia, dopo il 2006, affermò, tramite la nipote Patrizia Tenco, di condividere la tesi ufficiale come veritiera, considerando speculazioni le altre ipotesi.

I dubbi

Gino Paoli, che lo conosceva bene, ha recentemente raccontato a La Repubblica che “non avrebbe mai fatto una cosa simile”, aggiungendo però che “quella notte non era in lui”. Resta però innegabile che, ancora oggi, tanti dettagli risultino fumosi o poco chiari. L’ora della morte, ad esempio, rimane ancora un mistero: il medico legale la fece risalire intorno all’1.30, Dalida alle 2.10 e il commissario Molinari, nel fascicolo inviato alla Procura, affermò che il cantautore si era sparato alle 2.30.

“All’1.40 Tenco è ancora vivo”, ha scritto Aldo Fegatelli Colonna in una recente biografia sul cantautore. “Dalida riferirà al commissario Molinari di essere entrata nella stanza di Tenco tra le 2.00 e le 2.10. Il dottor Borelli, che ne constata il decesso, è arrivato sul posto alle 2.45 e presume che la morte risalga a quindici-venti minuti prima al massimo, cioè non prima delle 2.25. Ci sono due “buchi”, uno di dieci minuti, l’altro di mezz’ora”.

Nel 2013, in seguito a un’inchiesta dei giornalisti Pasquale Ragone e Nicola Guarneri, si ipotizzò che l’arma di Tenco non fosse mai entrata sulla scena del crimine e che il bossolo repertato dalla polizia nel 1967 riportasse i segni di una Beretta modello 70 in calibro 7.65 mm. Secondo i due giornalisti, gli inquirenti avrebbero commesso gravi errori durante la breve indagine del 1967. Ecco alcuni dei punti chiave evidenziati dalla loro inchiesta:

  • ci furono errori in fase di analisi del bossolo trovato nella stanza di Tenco
  • sulla mano di Tenco non c’erano residui dello sparo
  • nessun testimone aveva sentito lo sparo
  • una frattura alla mastoide destra indicherebbe che Tenco sia stato tramortito prima di essere ucciso
  • assenza di microspruzzi sul dorso della mano destra di Tenco
  • i segni sul bossolo e al foro d’entrata tipici di uno sparo con l’uso di un silenziatore


Perché qualcuno avrebbe voluto uccidere Luigi Tenco?

Secondo le ricostruzioni alternative, per due motivi: per soldi o per amore. Il pomeriggio prima della sua morte, Luigi Tenco aveva vinto circa tre milioni di lire alla roulette del Casinò, una somma piuttosto importante a quei tempi, che non fu mai ritrovata. E poi si diceva che Luigi Tenco avesse una situazione sentimentale complicata. Lui aveva raccontato di aver comprato la pistola proprio per quello, perché era stato minacciato da qualcuno per questioni di gelosia.

Oltre ai tanti misteri, quello che resta oggi di Luigi Tenco sono le sue canzoni, forse troppo moderne per i suoi tempi. E la preghiera che Fabrizio De André gli dedicò nel 1967, al ritorno dal suo funerale, per onorare quello che era suo amico, ma anche uno dei più grandi cantautori italiani:

Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia,
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte,
che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte

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