Marisa, che è stata uccisa dall’ex, ma “per colpa sua”, dicono gli stupidi - Roba da Donne

Marisa, che è stata uccisa dall’ex, ma “per colpa sua”, dicono gli stupidi

Se la colpa di Marisa è di essersi innamorata di un tunisino. Perché anche di fronte all'ennesimo femminicidio evitabile c'è chi non guarda alle denunce fatte e rimaste inascoltate, ma alla nazionalità dell'assassino, e alle scelte di cuore della vittima.

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Le frasi sono sempre le stesse, un incessante, monotono refrain che si ripete ogni volta: “Nessuna donna se la cerca, ma…”

Ed è proprio quel “ma” a essere disturbante, quell’insistenza mascherata da intento buonista di insinuare, più o meno velatamente, che, in fondo in fondo, un pochino di colpa ce l’abbia pure la donna, sia essa stuprata, picchiata dal marito violento, o persino uccisa.

Dopo tutto, se ti violentano è per come ti vesti, o perché bevi un bicchiere di troppo; se il tuo compagno ti picchia, è perché non hai il coraggio di lasciarlo, quindi alla fine significa che ti va anche un po’ bene; e se ti uccidono, forse è perché hai scelto un uomo sbagliato, come nel caso di Marisa, che oggi avrebbe compiuto 26 anni e invece è stata ammazzata sabato 2 febbraio, nel garage della casa dei genitori dove si era rifugiata dopo la separazione dal marito. Un nome, quello dell’uomo, che per i più pronti a lanciare la pietra del giudizio è praticamente già una sentenza di colpa per lei: Ezzedine Arjoun, nazionalità tunisina. Un elemento che, per chi si ostina a fare della cosiddetta “razza” la discriminante per dividere il mondo in buoni e cattivi, è più che sufficiente per decretare che la ragazza è stata un’incosciente, una folle, che quindi quel destino se lo poteva pure un po’ aspettare.

Perché questo è il tenore dei commenti che, sui social, sotto gli articoli postati dalle varie testate a proposito dell’omicidio di Curno, stanno impietosamente siglando l’ennesima colpevolizzazione della vittima, affossata, stavolta, dalla condanna per aver scelto di innamorarsi di uno straniero, per aver stupidamente sottovalutato il fatto che “i magrebini hanno un’altra concezione della donna, tutti lo sanno”. È incredibile come, di fronte all’evidenza di un orrore che nel nostro Paese sta dilagando senza sosta (una donna uccisa ogni due giorni, riportano i dati Istat), si preferisca guardare altrove, cercando ogni volta spunti diversi per non fermarsi ad analizzare il vero nocciolo del problema, ovvero che le donne, con le leggi attualmente in vigore, non sono affatto protette dai loro aguzzini, neppure dopo le denunce (perché in molti casi, come abbiamo visto, sono state più d’una, comunque inutili).

Nel caso di Marisa la componente razziale è, incredibilmente, quella su cui si sono focalizzati tutti, tanto che, di fronte al fatto di aver sposato uno straniero, è passato in secondo piano tutto: il coraggio di aver troncato quel matrimonio e di aver già avviato le pratiche per la separazione, la volontà di ricominciare una nuova vita a casa dei genitori, dove si era stabilita da aprile, ma soprattutto le denunce, l’ultima appena cinque giorni prima di essere massacrata a coltellate.

Com’è possibile che, di fronte a certe situazioni, il pregiudizio razzista diventi più forte persino dell’indignazione per l’ennesima morte che poteva essere evitata, non certo se Marisa avesse sposato un italiano piuttosto che un tunisino, ma semplicemente se si fosse prestata la giusta attenzione alle sue richieste d’aiuto? E soprattutto, fermo restando che la nazionalità di un assassino non lo rende più o meno tale, siamo poi così sicuri che il pericolo per le donne italiane sia “l’uomo nero”?

I femminicidi commessi da italiani e stranieri

Parliamo di femminicidio, dunque, che nel nostro ordinamento giuridico, nonostante il decreto legge 14 agosto 2013, n. 93 (convertito nella legge 15 ottobre 2013, n. 119) sulle “Nuove norme per il contrasto della violenza di genere che hanno l’obiettivo di prevenire il femminicidio e proteggere le vittime“, è ancora considerato un sottoinsieme dell’omicidio e non un reato autonomo, come accade invece in altri paesi.

I dati riportati dall’Istat nel 2017 parlano di 150 casi di femminicidio in Italia (157 nel 2012, 179 nel 2013, 152 nel 2014, 141 nel 2015, 145 nel 2016, per un totale di circa 600 omicidi). Chi si aspetta che a commettere il maggior numero di omicidi ai danni delle donne siano gli stranieri, però, dovrà ricredersi.

Fonte: istat

Fra le vittime, mentre più del 77% è italiana, un 22,4% è rappresentato da donne straniere. Questi dati sono confermati anche dal Rapporto Eures sul femminicidio in Italia del 2017, in cui solo un marginale 8% dei femminicidi con vittime italiane è stato commesso da autori stranieri. La stessa situazione si registra per quanto riguarda gli stupri, come afferma il rapporto Rapporto SDGs 2018, secondo cui più dell’80% delle violenze sessuali sulle donne italiane è stato commesso da un italiano. Gli stupratori stranieri sono il 15,1%.

Il problema è culturale

Sì, si tratta indiscutibilmente di un problema culturale, che però non ha nulla a che fare con l’etnia di chi si rende responsabile di un femminicidio, ma con un’intera mentalità, che si nutre ancora di maschilismo e patriarcato, in cui la donna è vista alla stregua di un possesso dell’uomo. E questo è un atteggiamento culturale e sociale che prescinde dalla nazionalità di un soggetto, e che anzi spesso è portato avanti proprio da chi – donne comprese – dopo un omicidio o un atto di violenza di genere si sofferma a cercare colpe nella vittima. Ovvero da tutti/e coloro che, per tornare alla frase iniziale, si fanno portatori del “Nessuna se la cerca, ma”.

E, prima che qualcuno possa anche solo pensare che “sì, gli italiani lo fanno, ma sono in buona parte quelli del Sud”, perché il razzismo, si sa, è anche intestino, i dati Eures raccontano di una realtà che, a livello regionale,  vede la Lombardia come area in cui si concentra il maggior numero di omicidi (24 nel 2017,  17% del totale, di cui 17 familiari) davanti a Lazio (9,2%), Puglia (9,2%), Campania (8,5%), Veneto (8,5%), Emilia Romagna (7,8%), Piemonte (7,1%), Sicilia (7,1%), Toscana (6,4%) e Sardegna (5,7%). Forse, sarebbe semplicemente ora di smettere di voler dare a tutti i costi una connotazione geografica, culturale, religiosa a questa piaga e preoccuparsi solo di prevenzione e tutela.

Di chi è la vera colpa?

Si dovrebbe, semmai, puntare il dito su un sistema che chiaramente è insufficiente e non funziona, perché non protegge adeguatamente e, soprattutto, non riesce ad intervenire con largo anticipo. Non è un caso se gran parte dei delitti avviene proprio nei giorni seguenti a una denuncia, anche se spesso, come abbiamo già detto, non si tratta di una denuncia singola, ma di più richieste, che troppe volte rimangono inascoltate non per negligenza delle autorità ma per lungaggini burocratiche, per impedimenti di varia natura o per iter che dilatano a dismisura i tempi. Idem dicasi per le misure che attualmente possono essere prese per contrastare eventuali episodi di violenza, che per la maggior parte delle volte si rivelano inadatte e scarse, rispetto all’importante funzione che dovrebbero avere, quella di tutelare le vittime salvandole, in molti casi, dalla morte.

Secondo l’Eures, più di un terzo delle vittime di femminicidi di coppia aveva subito maltrattamenti in passato, e denunciato: il 34,7% dei casi noti nel 2015, il 36,9% nel 2016 e il 38,9% nel 2017. Nel 57,1%% dei casi, nel 2017 le violenze erano note a terze persone, nel 42,9% delle occasioni la donna aveva presentato regolare denuncia.

A dover essere rivista, quindi, non è la scelta di chi innamorarsi, perché il problema, come ben sintetizzato in questo articolo pubblicato sul blog Abbatto i muri, non è che “O la dai a un italiano o non ti lamentare se ti ammazzano”; a necessitare di una revisione totale e generale è quel meccanismo di giustizia e protezione che dovrebbe tutelare e punire adeguatamente e, invece, finisce per sua stessa inerzia di mettere le donne alla mercé dei loro assassini, italiani o meno che siano.

Questo è quello che dovrebbero capire tutti coloro che scrivono commenti come quelli che abbiamo scelto di riportare in gallery, pubblicati sotto un post di Repubblica. Anche se l’impresa, ahinoi, crediamo sia più dura del previsto.

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