Impariamo fin da piccoli che televisione significa, nella gran parte dei casi, finzione scenica, cresciamo guardando spettacoli che riportano slogan come “non imitatelo a casa” e, in generale, veniamo educati a selezionare con razionalità i contenuti proposti dal piccolo schermo, imparando a discernere tra reale e fittizio. Allo stesso tempo, però, siamo consapevoli del grande potere che la televisione ha di influenzare la nostra percezione stessa della realtà e, più in generale, il nostro pensiero, tanto che non è un caso se in sociologia i mezzi di comunicazione di massa sono definiti, appunto, “quarto potere”.

Per questo il messaggio proposto nella puntata di Forum del 23 gennaio rientra nella categoria di quelli da non trasmettere mai, neppure “per finta”; perché, anche accettando il fatto che a interpretare le cause del programma di Rete 4 siano degli attori, spesso chiamati a recitare, magari spettacolarizzandole un po’, storie realmente accadute, ciò che non si può accettare è il modo in cui nella puntata citata è stato trattato un tema delicato e complesso come lo stupro.

La causa di per sé racconta di un figlio frutto di una violenza sessuale compiuta, ai danni di una ragazza diciassettenne e vergine, da parte di un ragazzo di un anno più grande, ora in carcere, e di una nonna, quella paterna, che espone il suo diritto a frequentare il nipotino, affidato naturalmente alla madre; il problema è però come il giudice incaricato della questione, Melita Cavallo, una donna, si sia approcciata rispetto alla ragazza e al suo vissuto (che sia frutto di un copione scritto e studiato a tavolino o vero poco importa), con quelle frasi, impregnate di un lassismo nemmeno troppo velato, cui siamo fin troppo abituati, tese a semplificare, fino a banalizzarlo del tutto, l’accaduto, e soprattutto a cercare forzatamente una corresponsabilità nella vittima.

Nella performance del giudice durante il dibattimento figurano frasi (rivolte alla ragazza) tipo

Lei ha un lavoro?

Crede o no nel cambiamento?

Per passare ad altre, quando la protagonista racconta di essere stata bullizzata in passato dal ragazzo che poi l’ha stuprata anni dopo:

Giudice: E allora perché lo ha frequentato?

Vittima: Ma io non l’ho frequentato… Ci siamo ritrovati a una festa con i compagni delle medie, l’ho riconosciuto.

Giudice: Ah, allora ricordava che è stato un pessimo compagno

Battute che dimostrano non solo un livello di empatia rasente il sottozero, ma anche l’incapacità vera di capire la situazione e di percepire il disagio. Ripetiamo, quella di Forum può essere solo una finzione televisiva, ma non è lontana da molti esempi di cronaca vera di ieri e di oggi (Franca Rame e le studentesse americane violentate dai carabinieri sono state sottoposte a domande che hanno leso nel profondo la loro dignità personale, giusto per citarne due), e, soprattutto, non fornisce il giusto esempio su come un tema del genere debba essere trattato, nei tribunali così come nella vita di tutti i giorni.

Si continua, la sagra delle aberrazioni prosegue con affermazioni tipo:

Risulta dal processo che avevate bevuto e quindi già questo è qualcosa…

Giudice: Se lei aveva 17 anni, lui ne aveva 18, non ne aveva 40.

Vittima: Ma è uguale!

Giudice: No, non è uguale

Anche lei aveva partecipato al bere eccessivo e si era recata in quel posto.

Vittima: Nei mesi precedenti mi ha mandato dei fiori, ma io non ho mai ricambiato

Giudice: Eh certo, nessuno ricambia i fiori.

Chiaro che gli spunti di riflessione offerti dal triste siparietto andato in onda all’ora di pranzo su Rete 4 sono molti. In primo luogo, sorge spontaneo domandarsi, a maggior ragione se le puntate raccontano di storie preparate a tavolino, come sia possibile accettare di prestarsi a uno spettacolo di questo genere, dove la figura della donna, e della vittima, viene brutalizzata e messa alla pubblica gogna, cosa di cui abbiamo tutt’altro che bisogno, dato che la colpevolizzazione delle vittime di stupro è all’ordine del giorno o quasi (ultimo, in ordine di tempo, Adriano Celentano). Secondariamente, viene da chiedersi come la conduttrice, Barbara Palombelli, abbia potuto approvare che andasse in scena un simile delirio sessista, non opponendosi con tutte le forze affinché il pericolosissimo messaggio offerto dal giudice Cavallo venisse interrotto sul nascere.

In terzo luogo, occorre fare una precisazione: a essere messi in discussione non sono la riabilitazione o il pentimento di lui, lo stupratore che, a detta di madre – e giudice – in carcere si è sempre comportato da detenuto modello, fatto che può anche corrispondere ad assoluta verità. In realtà, il focus non è neppure sulla causa stessa, sul diritto di una nonna paterna, che certo non può pagare per i reati del figlio stupratore, a frequentare il nipote, nemmeno sul diritto stesso del padre di frequentarlo, circostanza che peraltro è tornata alla ribalta grazie alla storia di Sammy Woodhouse che vi abbiamo raccontato qui.

Se chi ci stupra ha il diritto di conoscere il figlio nato dalla violenza

L’intento non è marchiare con il fuoco lo stupratore asserendo che chi violenta resta un mostro a vita, la redenzione non cancella il peccato ma deve essere un’opportunità concessa; il punto dolente è però che la vittima ha tutto il diritto di continuare a vederlo come un mostro, e di vederlo così per tutta la vita, senza volontà di ricredersi o di fare marcia indietro. Di conseguenza, senza nemmeno la volontà di far frequentare il figlio a chi è stato capace di uno scempio simile. E nessun giudice dovrebbe avere la mancanza di sensibilità, e di senso del giusto tale, da ritenere la vittima criticabile per un atteggiamento, o una parola.

Se pensiamo che su quella sedia, proprio quella di Forum, si è seduta per anni Tina Lagostena Bassi, che della tutela dei diritti delle donne, soprattutto quelle vittime di violenza, ha fatto una ragione di vita, non possiamo davvero accettare l’idea che, in quella stessa trasmissione, oggi sia passato il messaggio che una ragazza diciassettenne, stuprata da un diciottenne, forse un po’ alticcia, non meriti la stessa compassione e la stessa giustizia di altre che sono ritenute “più vittime”.

Stupro, quando a Tina Lagostena Bassi dissero "fosse stata a casa non sarebbe successo"

Sulla pagina Facebook di Forum moltissimi commenti indignati hanno espresso un dissenso naturale e legittimo, mentre l’associazione Telefono Rosa, con un post e vari commenti, ha fatto sapere di aver preso provvedimenti in merito.

Informiamo tutti che abbiamo provveduto ad inviare diverse segnalazioni a Mediaset chiedendo di intervenire presso la giudice Melita Cavallo affinché usi un atteggiamento diverso nei confronti di una donna che oltre ad aver subito un affronto grave come uno stupro è messa anche in condizioni di vergognarsi, così come esplicitato da molti di voi – si legge in una nota della stessa associazione – Ci hanno inoltre comunicato che è stato scritto in un commento: il giudice Melita Cavallo avrebbe svolto la sua attività all’interno del Telefono Rosa. È impossibile che il giudice Cavallo possa aver fatto parte del Telefono Rosa in quanto la sua carica di ex Presidente del Tribunale dei Minori esclude che possa far parte di Associazioni come il Telefono Rosa, probabilmente il nome che è stato letto si riferisce all’Avvocata Cavallo che non ha alcun legame con la giudice Cavallo.

Quali saranno le conseguenze eventuali, lo scopriremo solo nei prossimi giorni; quel che è certo, però, è che, finzione o realtà, si è persa una gran bella occasione per dimostrarsi finalmente davvero dalla parte della vittima.

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