“Sembra un maschio”: l’importanza delle lesbiche butch e stud nella cultura queer - Roba da Donne

“Sembra un maschio”: l’importanza delle lesbiche butch e stud nella cultura queer

“Sembra un maschio”: l’importanza delle lesbiche butch e stud nella cultura queer

Fonte: instagram @realleadelaria

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Sembra proprio che il mondo, o perlomeno alcune persone, non riescano a fare a meno delle etichette. Di quelle che si “appiccicano” a determinate categorie di uomini e donne, e che puntano a racchiuderle tutte in un grosso insieme ben definito. Come se l’umanità e le sue molteplici sfumature potessero essere descritte in una categoria…

Accade per gli omosessuali, a lungo imprigionati in una caratterizzazione fisica e comportamentale precisa (se pensiamo ad alcuni film anni ’80, ad esempio, li immaginiamo tutti con grossi baffi, vestiti in pelle), accade anche per le lesbiche.

C’è una categoria, in particolare, quella delle butch, o stud, che corrisponde allo stereotipo della lesbica mascolina, con capelli cortissimi, vestita con jeans larghi e portati a vita bassissima, sneakers o scarponcini da lavoro, catene d’oro al collo o legate alla tasca dei pantaloni, un po’ come andava di moda nei primi anni 2000. Etimologicamente la parola butch sembrerebbe derivare da butcher, ovvero macellaio, che nel gergo americano di inizio XX secolo significava anche “ragazzo duro”, ispirandosi probabilmente al fuorilegge Butch Cassidy. Benché il suo uso fosse, naturalmente, dispregiativo, le lesbiche non ne hanno mai fatto motivo di disappunto, anzi, come spiega la graphic novelist Alison Bechdel,

È una bella parola, ‘butch’: La prendo, se me la dai. Ma temo di non essere abbastanza mascolina per rivendicarla. Perché parte dell’essere butch è possedere quell’aura che la circonda.

Essere identificate come butch, per molte, ha significato la possibilità di essere anche altro: a livello fisico, o razziale, ad esempio.

Secondo l”ipotesi prevalente siamo tutte grasse, disastri della moda, e i nostri cappelli da baseball e i pantaloni larghi suggeriscono ai dentisti che non ci interessa l’auto-presentazione – afferma l’attrice Roberta Colindrez – Ma non è che siamo trascurate; è che, a differenza, diciamo, degli uomini bianchi gay che hanno influenzato l’immagine visiva contemporanea della ‘categoria’, semplicemente noi ignoriamo e rifiutiamo i confini di una femminilità sessualizzata e mercificata.

Negli anni ’50 in locali come il PonyStable Inn di Manhattan e il Peg’s Place di San Francisco non si entrava se non ci si dichiarava butch, a dimostrazione del fatto che nessuna lesbica abbia mai vissuto l’appellativo come un’offesa.

In fondo, molte di loro ritrovano lo stile butch in figure androgine, diventate iconiche, della Parigi di inizio Novecento, tra cui la scrittrice Gertrude Stein e la pittrice Romaine Brooks.

Peccato che all’esterno delle loro comunità, invece, le butch siano sempre state oggetti di discriminazioni e repressioni, e che spesso episodi di ostracismo si siano verificati anche all’interno della stessa comunità LGBT: una frangia del femminismo lesbico bianco dominante alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 ha emarginato alcune categorie, come le lesbiche della classe operaia, o di colore, mettendo alla gogna la mascolinità in quanto inestricabilmente misogina; che è poi lo stesso che criticare, come avviene ancora oggi, i trans FtM per il solo fatto di “voler passare dalla parte del nemico”, gli uomini appunto.

Fu soprattutto negli anni ’90, però, che le butch ebbero il loro “momento di gloria” nel panorama LGBT, in particolare dopo l’uscita di Questione di genere: Il femminismo e la sovversione dell’identità di Judith Butler, che sostiene che il genere e la sessualità siano entrambi costruiti e performanti sovvertendo l’idea che la mascolinità sia la naturale ed esclusiva sfera di competenza del corpo maschile.

Nel 1993 Vanity Fair mise in copertina una Cindy Crawford in versione butch mentre si rifaceva all’icona della categoria, K.D. Lang; nello stesso anno, la scrittrice Leslie Feinberg pubblicò la novella Stone butch blues, che descriveva la vita delle butch nella New York degli anni ’70, oggi diventata un classico. Per non parlare poi dell’esplosione di Ellen DeGeneres, attualmente forse la butch più famosa del mondo LGBT.

Sfogliate la gallery per conoscere alcune butch eccellenti.

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