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Galleria: Evelyn McHale e il mistero del “suicidio più bello” immortalato in una foto

Evelyn McHale e il mistero del "suicidio più bello" immortalato in una foto

La storia dell'iconica foto scattata quasi per caso nel 1947 da uno studente che si trovava vicino all'Empire State Building di New York, pochi minuti dopo il tragico suicidio di una giovane donna

Nel maggio del 1947, la celebre rivista americana LIFE dedicò una pagina intera alla foto scattata da uno studente di nome Robert Wiles. Si trattava di uno scatto eccezionale per diversi motivi, e non solo perché ancora oggi viene considerato il più famoso ritratto di un suicidio. La donna immortalata nella foto si chiamava Evelyn McHale e aveva solo 23 anni. Senza volerlo, è diventata suo malgrado un’icona. Il suo è diventato il suicidio più bello, anche se lei molto probabilmente avrebbe provato orrore al solo pensiero di vederla pubblicata.

Poco dopo le 10:30 di mattina del 1 maggio 1947, Evelyn McHale comprò un biglietto per salire all’osservatorio dell’Empire State Building di New York, all’86esimo piano. Dieci minuti dopo, l’agente John Morrissey, che stava controllando il traffico sulla strada, notò una sciarpa volteggiare dal cielo e poi sentì un forte boato. Evelyn si era lanciata nel vuoto, finendo sul tettuccio di una limousine parcheggiata sulla 34esima strada. Robert Wiles, studente e appassionato di fotografia, notò il trambusto e si precipitò a vedere cosa fosse successo. Fu in quel momento che poté realizzare la sua famosa foto.

Mentre afferra la sua collana di perle con la mano guantata, nello scatto Evelyn McHale appare ancora oggi tranquilla e composta, come se stesse dormendo o posando. Le condizioni della macchina sotto di lei, però, non lasciano dubbi su quanto sia successo e sulla violenza dell’impatto. Senza volerlo, Wiles riuscì a cogliere un’incredibile grazia e bellezza in una scena piena di orrore e morte.

Ma chi era davvero Evelyn McHale? Rimasta per anni solo un mistero, la vita di Evelyn McHale è stata indagata dal sito Codex 99. Evelyn Francis McHale era nata il 20 settembre 1923 a Berkeley, in California. Era la sesta dei sette figli di Vincent e Helen McHale, rispettivamente bancario e casalinga. Per motivi di lavoro, nel 1930 suo padre accettò prima un ruolo a Washington e successivamente a New York City, portandosi dietro tutta la famiglia.

I diversi trasferimenti molto probabilmente incisero sulla tranquillità e sull’equilibrio di Evelyn. Stando a quanto scoperto da Codex 99, sua madre soffriva di depressione: fu così che nel 1940 il padre decise di andarsene di casa, trasferendosi a St. Louis. La coppia divorziò e Vincent ottenne la custodia dei figli più piccoli, tra cui proprio Evelyn.

Dopo il diploma superiore, Evelyn decise di arruolarsi nel Women’s Army Corps, dove svolse un ruolo impiegatizio. Alla fine della guerra lasciò il servizio militare, che non aveva mai particolarmente gradito. Insieme al fratello e alla cognata, decise quindi di trasferirsi a New York, dove iniziò a lavorare come contabile. Alla fine del 1945 conobbe Barry Rhodes, un ex soldato che stava studiando da ingegnere, e i due cominciarono a frequentarsi. L’anno dopo si fidanzarono e fissarono la data del matrimonio, prevista per il giugno 1947.

Qualcosa stava però succedendo nell’intimo di Evelyn e la depressione che forse stava già vivendo da tempo si scatenò nell’animo della giovane. Come raccontato dal suo fidanzato Barry ai giornalisti, dopo il tragico fatto, Evelyn aveva già manifestato il suo disagio un anno prima, strappando il vestito da damigella indossato per il matrimonio del cognato. “Era preoccupata perché temeva di non essere una buona moglie. Ma ne avevamo parlato e pensavo avesse capito che non era così”, disse Barry in un’intervista del 1947.

Il 30 aprile, il giorno prima di suicidarsi, Evelyn McHale andò a far visita a Barry per festeggiare il suo 24esimo compleanno. Lo salutò con un bacio, sembrando la stessa ragazza di sempre. “Era normale, come qualsiasi ragazza che sta sposarsi”, raccontò il fidanzato. “Non ricordo le sue ultime parole, perché doveva correre a prendere il treno”. Dopo il suo tragico gesto, però, un detective trovò un piccolo taccuino nero nella tasca del cappotto di Evelyn. Conteneva delle foto di famiglia e una nota di addio:

“Non voglio che nessuno della mia famiglia mi veda. Potreste distruggere il mio corpo cremandolo? Prego voi e la mia famiglia di non celebrare nessuna funzione in mio ricordo. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Non penso di poter essere una buona moglie per nessuno. Lui starà meglio senza di me. Dite a mio padre che ho troppe delle stesse tendenze di mia madre”.

Il suo corpo venne identificato dalla sorella Helen e, come richiesto, cremato. Non esiste nessuna tomba a suo nome. Al di là del mistero della sua vita e della sua morte, resta tuttavia l’altrettanto profondo enigma della sua ultima foto. Uno scatto ancora oggi bellissimo e tecnicamente impeccabile, nonostante siano passati decenni. Una foto inquietante e magnetica, colma di sublime malinconia e tristezza.

Evelyn McHale e il mistero del “suicidio più bello” immortalato in una foto

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