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Christine Blasey Ford: le donne vittima di violenza sono vittime non deboli

L'accusatrice del giudice Kavanaugh Christine Blasey Ford finisce al centro del mirino e delle critiche. Ma perché le vittime di molestie passano sempre dalla parte del torto?

La conferma di Brett Kavanaugh come nono giudice della Corte Suprema – risicata, con 50 voti a favore e 48 contrari, ma pur sempre valida – porterà inevitabilmente delle conseguenze, strascichi polemici e riaprirà il dibattito sulla questione molestie, già ampiamente discussa in ambito internazionale.

Christine Blasey Ford, la principale accusatrice del giudice repubblicano (alla cui denuncia hanno fatto seguito altre due), è già finita al centro delle critiche, come successe ad Asia Argento dopo la denuncia a Weinstein che scatenò il #MeToo, per aver parlato in maniera “tardiva”, dato che il fatto raccontato dalla professoressa della Palo Alto University sarebbe avvenuto nel 1982.

C’è chi ha parlato di una strategia politica bella e buona per boicottare la nomina di Kavanaugh, chi ritiene la Blasey Ford una bugiarda che vuole solo screditare l’immagine di un uomo probo, insomma, come spesso è già accaduto ci troviamo di fronte a un pubblica messa alla berlina di quella che dovrebbe essere la vittima della violenza, la cui parola viene messa in dubbio, infangata, sottovalutata. Lo dimostrano, ad esempio, le parole della politica Susan Collins, che alla CNN ha detto “Credo che sia stata aggredita… Ma non credo da lui”, nonostante la donna abbia detto di confermare al 100% che l’identità del suo aggressore fosse proprio quella del neo giudice della Corte Suprema.

Un interessante articolo di Sarah Seltzer per Cosmopolitan analizza la volontà, nemmeno troppo velata, di colpevolizzare costantemente la vittima di una situazione tacciandola di debolezza. Uno spiacevole pregiudizio che permette a chi compie atti illeciti di essere percepito dalla società un po’ meno colpevole.

Esiste un concetto chiamato “la fallacia del mondo giusto” che spiega come gli esseri umani siano predisposti a incolpare le vittime senza nemmeno rendersene conto. “Le persone si affrettano a cogliere le imperfezioni delle vittime perché queste ci danno un senso di giustizia senza la necessità di compiere un duro lavoro morale”, ha scritto Katherine Cross su Feministing nel 2014, collegando questa teoria, ad esempio, al modo in cui si cerca la colpa nelle vittime di sparatorie della polizia e nelle aggressioni sessuali, oppure ai poveri, per essere responsabili delle proprie condizioni di vita.

I critici del #MeToo, del resto, hanno sempre sostenuto che le vere donne forti sarebbero rimaste in silenzio, e non avrebbero sentito il bisogno di denunciare pubblicamente le violenze e le molestie, atti che avrebbero provato la loro debolezza di fondo.

Durante il suo recente speciale Netflix, Dave Chappelle ha definito le accusatrici del comico Louis CK (che ha ammesso di essersi masturbato di fronte a quattro donne senza il loro consenso) come “deboli” e “fragili”, per essersi fatte influenzare dal comportamento dell’uomo. L’oratore motivazionale e life coach Tony Robbins ha detto che le donne del #MeToo stanno cercando di guadagnarsi una posizione con il “vittimismo”, mentre la scrittrice Daphne Merkin si è detta preoccupata che il movimento avesse creato un “paradigma della vittimologia per le giovani donne” che si considerano “fragili”. Perfino Lindsay Lohan ha definito le attrici che si fanno avanti denunciando molestie e violenze “deboli”.

Heidi Heitkamp, senatrice in carica nello stato del North Dakota, ha apertamente criticato il rivale repubblicano Kevin Cramer che ha definito le manifestanti #MeToo come “pioniere della prateria”, banalizzando la loro battaglia. Heitkamp, che peraltro ha votato contro la nomina di Kavanaugh pur rischiando il posto da senatrice, ha risposto ai commenti di Cramer spiegando che sua madre stessa ha subito un’aggressione, da adolescente. “L’essere una vittima non ha reso mia madre meno forte”, ha detto Heitkamp al New York Times “È diventata più forte e ci ha resi forti. E suggerire che questo movimento non rende le donne forti è davvero miserabile”.

Ma, del resto, oggi più che mai suonano tristemente attuali le parole della poetessa Adrienne Rich.

Quando una donna dice la verità, sta creando la possibilità di avere più verità intorno a lei.

Perché la percezione, rispetto a una donna come Blasey Ford che denuncia le violenze dopo anni, o della stessa Heidi Heitkamp che decide di non votare per Kavanaugh pur sapendo di rischiare il posto, è che queste siano deboli, non forti. Non si vede – o non si vuol vedere – l’immenso atto di coraggio e di amore per se stesse che può sottintendere una scelta di questo genere.

I tentativi di Cramer di tacciare l’intero movimento di protesta come “debole” – scrive Seltzer su Cosmopolitan – mostrano quanto sia minaccioso quel tipo di coraggio. I movimenti di spartiacque come #MeToo e Black Lives Matter sollevano una voce collettiva, rendendo più difficile criticare la vittima sulla base dell’abbigliamento che ha scelto e rivoltare il problema su di loro. […] Movimenti come #MeToo e storie come quella di Blasey Ford hanno reso innegabile la forza delle sopravvissute. L’energia che hanno scatenato sarà impossibile da contenere, e ora tocca a noi prendere ispirazione dalla loro forza e combattere come un inferno per il progresso in questo paese, combattendo la mentalità di incolpare le vittime e cambiandola con una del tipo ‘Siamo tutti uguali in questo’.

La motivazione, continua la giornalista, deve arrivare proprio da lì, dall’immagine di quella donna alle udienze che, pur in lacrime, ha trovato il coraggio per sfidare incredulità, detrattori, poteri forti, per raccontare la sua verità. Poco importa – o meglio, importa, ma non toglie nulla all’atto di Blasey Ford – che Kavanaugh sieda sulla sua poltrona da giudice della Corte Suprema, come accaduto per il #MeToo, era fondamentale lanciare un segnale, dare un esempio.

Nel suo coraggio, ci ha regalato un’immagine indimenticabile. Un’immagine di forza.

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