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Galleria: Chi sono le Burrnesha, le “vergini giurate” costrette a diventare uomini

Chi sono le Burrnesha, le "vergini giurate" costrette a diventare uomini

Le Burrnesha, ovvero le "vergini giurate" albanesi e kosovare: donne che accettavano di trascorrere una vita intera nei panni di un uomo, rinunciando alla propria identità femminile, per mandare avanti la famiglia, o per il desiderio di non sottomettersi a una società maschilista che le voleva solo "mogli e madri".

Abituate ad agire, pensare, vestire da uomo. Per scelta, per sfuggire a una società che, se nascevi donna, ti voleva sposa, oppure ti vedeva come una sorta di “maledizione” per la tua famiglia.

La figura della Burnnescha ha radici che affondano in un tempo in cui la figura femminile era relegato al ruolo di semplice “comprimario” nell’ambiente familiare, con la sola funzione di essere moglie e madre. Chi voleva sfuggire a un destino per cui sentiva di non essere tagliata poteva decidere di rinunciare alla propria identità di genere, vestendo i panni di un uomo e sposando così un ideale di vita al maschile. Poteva, appunto, diventare Burrnesha.
È accaduto per almeno cinquecento anni, soprattutto in Kosovo e fra le montagne dell’Albania settentrionale, è a testimoniare il protrarsi di questa tradizione nel tempo è il Kanun, un atavico codice di comportamento albanese, tramandato per lo più oralmente, in cui si ritrovano le prime tracce di un’usanza che, oggi, sopravvive esclusivamente grazie alle anziane Burrnesha ancora in vita.

Come Diana Rakipi, per esempio, oggi cinquantasettenne, che è diventata Burrnesha quando ne aveva solo 17; o come Pashe Keqi, che di anni ne ha 81. I loro volti, induriti da una vita passata a pensare e a comportarsi da uomo, sono i protagonisti di un reportage compiuto da vanillamagazine proprio nell’universo delle Burrnesha.

La decisione di diventare Burrnesha, dicevamo, poteva arrivare per tre ordini di ragioni diverse,come ha spiegato l’antropologa Antonia Joung nel libro Women who become men: Albanian sworn virgins; prima di tutto, esisteva il fattore della necessità. Nascere donna in una famiglia di sole femmine poteva essere considerata come una vera e propria maledizione, perché a una di loro sarebbe toccato il compito di farsi carico del nucleo familiare, nel momento in cui il padre non fosse più stato in grado di provvedere o fosse venuto a mancare. Per farlo, però, la prescelta avrebbe dovuto rinnegare la propria natura di donna, acquisendone una maschile.

Ma Burrnesha si poteva diventare anche per scappare da un matrimonio combinato: coloro che rifiutavano di diventare spose di un uomo che non amavano, infatti, o semplicemente desiderose di non sposarsi, tagliavano i capelli, indossavano abiti maschili e, accettando di vivere per sempre da uomo riuscivano a liberarsi dal giogo del matrimonio. Una libertà raggiunta a caro prezzo, per qualcuna, forse, ma era sempre preferibile diventare un uomo piuttosto che la sottomessione a uno di loro.
La terza ragione per cui si diventava una “vergine giurata” è invece più recente, e riguardava le donne che non volevano sposarsi affatto, oppure che non si riconoscevano nell’identità di genere femminile.

Già, il termine è quello: vergine giurata. E non a caso, perché chi sceglieva di diventare Burrnesha doveva fare un vero e proprio voto di castità, dal quale non si poteva tornare indietro. Forse non c’era neppure la necessità di sottolinearlo, dato che le donne che diventavano “vergini giurate” vivevano con estrema solennità il ruolo che avevano scelto per se stesse, e mai sarebbero venute meno al giuramento, anche per il peso che l’onore e l’importanza della parola data avevano nella società albanese dell’epoca.

La Burrnesha stravolgeva del tutto la propria immagine, tagliava i capelli, indossava abiti maschili e portava il fucile, e faceva un giuramento davanti ai dodici capi dei clan della zona, a cui seguiva una sonora sbronza a base di grappa. Quello era il rito che sanciva ufficialmente l’abbandono della sua vita da donna, e l’inizio della sua esistenza da uomo. Da quel momento, la “vergine giurata” acquisiva il proprio posto sociale in una comunità che, anche secondo il Kanun – il codice consuetudinario in vigore in Albania – era prettamente patriarcale, con un’importanza fondamentale per la famiglia, allargata e con a capo il maschio più anziano, e in cui le donne erano, recita il codice stesso, “solo un otre, fatto per portare peso”, private del tutto di autonomia, potere decisionale, valore, e con le sole funzioni riproduttiva e di guida delle faccende domestiche.

Chi diventava Burrnesha non avrebbe invece mai corso il rischio di essere guardata come una “macchina da figli” o tutt’al più come una domestica, guadagnava piuttosto stima, rispetto e considerazione da parte degli uomini, tanto da poter fumare, frequentare i bar, avere persino voce in capitolo nelle decisioni del clan, nonché, ovviamente, diventare il capofamiglia riconosciuto in caso di mancanza dell’uomo di casa.

Oggi le Burrnesha rimaste sono circa 200, per lo più anziane, dato che l’influenza sempre minore del Kanun ha gradualmente portato all’estinzione di questa antica tradizione, nonostante sopravviva soprattutto tra le zone montane e i villaggi dell’estremo nord dell’Albania, ai confini con il Kosovo, dove ancora le faide familiari sono all’ordine del giorno.

Alla figura della Burrnesha è stato dedicato un film del 2015, Vergine giurata, diretto da Laura Bispuri e interpretato da Alba Rorwacher, il quale trae spunto dal libro della scrittrice albanese Elvira Dones, Hana, in cui la protagonista, lasciata l’Albania per raggiungere la sorella in Italia, riscopre lentamente la propria identità femminile.

Anche se oggi la figura delle “vergini giurate” non ha più la forza di un tempo, resta comunque evocativa ed emblematica di un’epoca fatta di discriminazione e maschilismo, dove la sola scelta, per una donna, di non essere considerata alla stregua di animali da riproduzione era rinnegare se stessa e vivere nei panni di un uomo. Non solo le donne che tacevano e portavano su di sé l’opprimente peso di una società dove la disparità sessuale la faceva da padrone hanno compiuto un sacrificio, a modo loro anche le Burrnesha lo hanno fatto: hanno scelto di alzare la testa di fronte a una cultura che le voleva piegate al volere maschile, rompendo gli schemi e rinunciando alla propria identità per mettersi al pari degli uomini, e magari sfidarli in autorità. Potrebbe sembrare, la loro, una via di fuga estremamente facile da un inferno fatto di scarsa considerazione e zero potere decisionale, si potrebbe dire che hanno “rinnegato il loro essere donna per interesse, per poter vivere una vita degna”. E invece no, hanno scelto di mortificare se stesse, nel corpo e nell’anima, acquisendo un’identità ibrida, per garantire la salvaguardia della propria famiglia, o per permettere che la mentalità avanzasse e si aprisse all’idea di una donna non necessariamente sposa, moglie e madre. Le Burrnesha, sono, dopotutto, un commovente esempio di emancipazione femminile, che non intende giudicare chi accetta di rimanere nella sottomissione ma sceglie una via diversa per sé, e, forse, le fondamenta di ciò che siamo oggi.

Ancora oggi le donne in Albania si salutano dicendosi “A Je Burrnesh”, che si potrebbe tradurre come un modo per dirsi “Conosco le difficoltà con cui devi vivere e ti sono vicina”, a riprova che le “vergini giurate” non si sono allontanate dall’universo femminile, hanno combattuto, a modo loro, una battaglia per tutte le altre donne.

I loro volti, nella gallery, forse oggi sono induriti dal tempo e dalla vita passata ad agire da uomo, ma trasmettono forza e potenza.

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