Alejandro Jodorowsky, la psicomagia e l'eclettismo - Roba da Donne

Alejandro Jodorowsky: la psicomagia che guarisce e 13 incredibili atti magici

La storia e la psicomagia di Alejandro Jodorowsky, uno dei più eclettici artisti contemporanei.

“Le nostre difficoltà quotidiane celano abissi, non sono altro che la punta di un enorme iceberg.”

Sono parole di Alejandro Jodorowsky nel libro Psicomagia – Una terapia panica. La psicomagia è un tratto fondamentale dell’arte e della vita dell’artista cileno, che gli ha dedicato il suo ultimo film, uscito nel 2019, dal titolo Psicomagia – Un’arte per guarire. La pellicola è un documentario che, come testimonia il distributore italiano Mescalito Film, è l’opera più completa sul lavoro terapeutico del cineasta-guru.

Per comprendere meglio bisogna fare un passo indietro e rispondere alla domanda: che cos’è un atto psicomagico? Ognuno di noi ha dei problemi, ma gran parte di questi problemi ha la sua origine nel nostro background. La società, la famiglia, la scuola, il senso comune, la cultura in senso lato costituiscono delle barriere – quelle che Karl Marx chiama sovrastrutture – e queste barriere ci impediscono di trovare la nostra vera essenza personale. Questo dice Alejandro Jodorowsky, che ritiene che solo la psicomagia possa liberarci, attraverso un lavoro sull’inconscio.

Come spiega Sentieri Selvaggi, il documentario è stato girato in Francia e tratta il rapporto tra Alejandro Jodorowsky e la psicanalisi. Questa si basa sulla parola, mentre la psicomagia si basa sull’azione: attraverso quest’ultima il “terapista/artista” manipola il paziente attraverso la pressione delle sue dita, lo comprime e lo abbraccia. E il film non nasconde dolore e sofferenza, confessioni, traumi famigliari, trance, pianti ma anche danze ancestrali e sangue mestruale: tutto viene portato sulla scena per mostrare il modo in cui opera l’artista riportando i pazienti al loro vero io.

La Psicomagia – ha detto “Jodo”, come si legge su The Vision – si basa sostanzialmente sul fatto che l’inconscio accetta il simbolo e la metafora, dando loro la stessa importanza che darebbe a un fatto reale. I maghi e gli sciamani delle culture più antiche lo sapevano bene. Per l’inconscio, intervenire su una fotografia, una tomba, un capo d’abbigliamento o qualsiasi oggetto personale (un dettaglio può simboleggiare il tutto) equivale a intervenire sulla persona in carne e ossa. Una volta che l’inconscio decide che qualcosa deve succedere, per l’individuo è impossibile inibire tale pulsione oppure sublimarla completamente. Quando hai scoccato la freccia, non puoi farla ritornare all’arco: l’unico modo per liberarsi della pulsione è realizzarla.

Nel trailer si può vedere una carrellata di queste azioni: c’è un uomo che distrugge delle zucche dopo aver messo su esse le foto dei propri famigliari, un altro viene seppellito e ricoperto di frattaglie depredate immediatamente dopo da avvoltoi, una donna in abito da sposa si aggira in un cimitero, un altro uomo viene dipinto con vernice dorata, una coppia fa paracadutismo. Il tutto è inframmezzato da spezzoni teatrali e cinematografici in cui Jodorowsky è protagonista – come potete vedere nella gallery che segue.

Quando decisi di inventare un’arte della guarigione – dice il regista e scrittore nel film – balzai fuori dalla mia prigione come se fosse una torre d’avorio ed entrai nel dolore del mondo. […] Un cancro che si ripresenta, nomi che si ripetono, divorzi che si ripetono… Tutto è nell’inconscio. Non si può insegnare all’inconscio a parlare il linguaggio della realtà. È la ragione cui può essere insegnato a parlare il linguaggio del sogno.

Classe 1929, Jodo è figlio di un commerciante e una cantante, entrambi di origine ebraico-ucraine, che sfuggirono ai pogrom rifugiandosi in Cile. Il padre fu per lui una figura molto autoritaria, un uomo che da trapezista di un circo itinerante abbracciò in seguito un’esistenza borghese, senza metafisica e senza empatia. Nel ’53, Alejandro Jodorowsky si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto  con il celeberrimo mimo Marcel Marceau, di cui divenne allievo e assistente – e per cui scrisse la performance Il fabbricante di maschere. Sempre a Parigi, conobbe nel ’60 il poeta spagnolo Fernando Arrabal e il disegnatore franco-polacco Roland Topor, con cui fondò due anni dopo il movimento teatrale Panico, diffondendo il Surrealismo in tutto il mondo.

Sentendomi a disagio con me stesso – scrive in La danza della realtà – avevo deciso di rifugiarmi nell’intelletto. Vivevo rinchiuso all’interno del mio cranio, levitando a qualche metro d’altezza da un decapitato che mi era estraneo.

Naturalmente, la forma d’arte per cui Alejandro Jodorowsky è più conosciuto è il cinema. Nella sua carriera, ha diretto 9 lungometraggi e due corti. Tutto è cominciato all’inizio degli anni ’60, quando il regista fondò una sua casa di produzione, Producciones Panicas: il primo film realizzato fu Il paese incantato nel 1968.

Tra i suoi successi più noti ci sono El Topo – un western in cui il regista interpreta un uomo in un viaggio mistico, tra ricerca del Graal e lotta contro i cattivi per liberare un villaggio – e La Montagna Sacra – prodotto dal manager dei Beatles Allen Klein, che il regista conobbe grazie a John Lennon, grande estimatore del suo lavoro, e che parla della conquista del Messico: da un lato i camaleonti/maya, dall’altro i rospi/conquistadores.

Il successo cinematografico di Alejandro Jodorowsky gli permise di iniziare un progetto che in realtà non è stato mai terminato: un suo film tratto dal romanzo Dune di Frank Herbert. Il romanzo è una storia di fantascienza che parla della lotta tra il Bene e il Male: da un lato i perfidi Harkonnen, dall’altro i giusti Hatreides e nel mezzo l’Imperatore dell’universo conosciuto, le streghe Bene Gesserit e il popolo sfruttato dei Fremen.

Era la metà degli anni ’70, e Jodo chiamò i Pink Floyd per la colonna sonora e altri artisti come H.R. Giger e Moebius. Nel cast figuravano Mick Jagger, Geraldine Chaplin, Orson Welles e Salvador Dalì. Il film non viene mai realizzato perché troppo costoso per i produttori americani, che non erano neppure troppo sicuri del regista.

Il film fu affidato a David Lynch, che ricorse ad alcune scenografie di Giger già realizzate per Jodorowsky e puntò su un cast di fedelissimi che comprendeva Kyle McLachlan, Jurgen Prochnow, Freddie Jones, Everett McGill, Alicia Witt e Jack Nance. Nel cast figurano anche Sting, Max von Sydow, Sean Young, Silvana Mangano e Linda Hunt, mentre le musiche furono affidate ai Toto.

Una volta al cinema, Jorodowsky raccontò di non gradire il film di Lynch – utilizzando un’espressione molto colorita: in realtà, neppure a Lynch fu lasciato ampio spazio, tanto che Dune viene considerato il suo unico film minore e forse il più atipico e lontano dalla visione d’insieme del regista di Missoula. Lo stesso Lynch ne lamenta la riuscita sulla sua autobiografia In acque profonde. Nel 2013, il “fallimento” del regista cileno fu invece oggetto del documentario Jodorowsky’s Dune.

Alejandro Jodorosky ha scritto inoltre molti libri – forse il più famoso è Quanto Teresa si arrabbiò con Dio. Il suo amore per la letteratura partì quando, da giovane, si trasferì con la famiglia a Santiago del Cile, dove scoprì la poesia. Ha lavorato molto nel fumetto con Moebius – con cui è entrato in contatto per Dune – e poi anche con Milo Manara. La nona arte è stata solo uno degli aspetti dell’espressione poliedrica di Jodo. Che oggi vive a Parigi e legge i tarocchi gratis in un caffè parigino: le sue carte non dettano il futuro, ma risolvono i problemi del presente.

La poesia operò un cambiamento fondamentale nel mio modo di agire – si legge ancora nel suo volume La danza della realtà – Smisi di vedere il mondo attraverso gli occhi di mio padre. Mi era consentito tentare di essere me stesso.

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