Elezioni Midterm 2026: cosa sono e cosa succede se Trump perde

I cittadini statunitensi torneranno alle urne martedì 3 novembre 2026 per le elezioni midterm, ossia quelle di metà mandato. A votare, tutti i cittadini aventi diritto degli Stati Uniti, ai quali si chiederà di eleggere il 120° Congresso, il cui insediamento avrà luogo il 3 gennaio 2027. Ma cosa succederebbe se Trump perdesse? Scopriamolo.

I cittadini statunitensi torneranno alle urne martedì 3 novembre 2026 per le elezioni midterm, ossia quelle di metà mandato. A votare, tutti i cittadini aventi diritto degli Stati Uniti, ai quali si chiederà di eleggere il 120° Congresso, il cui insediamento avrà luogo il 3 gennaio 2027. La maggioranza che siederà sui seggi della Camera dei Rappresentanti e del Senato avrà un’influenza ingente sui prossimi due anni di governo di Donald Trump: se, per esempio, i Democratici conquisteranno la Camera alle prossime elezioni midterm, punteranno ad aprire inchieste su contratti, donazioni e possibili conflitti d’interesse. E l’impeachment potrebbe trasformarsi in una strada possibile. Andiamo ad approfondire il discorso per capire nel dettaglio cosa sono le elezioni midterm e cosa potrebbe succedere se Trump perdesse.

Cosa sono le elezioni midterm

Le elezioni midterm sono elezioni parlamentari che si tengono ogni quattro anni, precisamente nel primo martedì di novembre a metà del mandato presidenziale. Lo scopo è quello di effettuare una sorta di “referendum” dedicato all’operato della Casa Bianca, ora guidata da Donald Trump, il cui mandato (il secondo della sua carriera) è iniziato il 20 gennaio 2025 e si concluderà il 20 gennaio 2029. Per il presidente, infatti, è il secondo appuntamento con le midterm, dopo quello avvenuto il 6 novembre 2018 durante il primo mandato.

Il voto, come accennato, è programmato per il 3 novembre 2026, ma l’insediamento del 120° Congresso avverrà solo il 3 gennaio 2027: fino a quella data, resterà in carica la maggioranza attuale. Ma che cosa si vota? Sulla base delle “linee guida” dettate dalla Costituzione statunitense, le elezioni midterm si focalizzeranno sul rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato (di cui 33 della classe 2 più due elezioni speciali, per un totale di 35 scranni). Per ultimo, 36 Stati sceglieranno, contestualmente, anche il proprio governatore, figura con poteri esecutivi di rilievo a livello statale.

Come funzionano Camera e Senato negli USA

Le elezioni midterm negli USA sono fortemente legato al funzionamento della democrazia statunitense attraverso le funzioni di Camera e Senato. I due filoni del Congresso, Camera e Senato appunto, possiedono logiche di rinnovo dissimili, motivo per cui le elezioni midterm possono dare risultati opposti anche nello stesso giorno. Scopriamo come funzionano.

La Camera dei Rappresentanti

La Camera è costituita da 441 membri totali, di cui 435 rappresentanti con diritto di voto e 6 delegati, senza diritto di voto (ovvero i delegati del Distretto di Columbia e di Porto Rico e dei territori delle Samoa Americane, di Guam, delle Marianne Settentrionali e delle Isole Vergini Americane).

Ogni Stato ha diritto ad almeno un rappresentante, sebbene i seggi siano ripartiti in base alla popolazione effettiva di ciascuno Stato (risultante da un censimento eseguito ogni dieci anni), come precisato dalla Costituzione. Il mandato dura due anni e l’assemblea si rinnova sempre per intero, ragione per cui è la parte del Congresso che reagisce in maniera più celere agli umori dell’elettorato.

Il Senato

Il Senato, invece, presenta delle logiche diverse. In questo caso, ogni Stato è rappresentato da due membri, a prescindere dalla densità numerica della sua popolazione, per un totale di 100 seggi. Ogni senatore è eletto per un mandato della durata di sei anni, ma le scadenze sono suddivise mediante un sistema di “classi”, in modo tale da rinnovare un terzo dei senatori ogni due anni.

Se la Camera consente di orientare la legislazione interna, bloccando o promuovendo il bilancio federale, il controllo del Senato, al contrario, è determinante per la ratifica dei trattati internazionali e la conferma delle nomine presidenziali, incluse quelle inerenti alla Corte Suprema.

Perché le elezioni midterm sono un giudizio sulla Casa Bianca

Al momento attuale, i seggi del Congresso si dividono nel modo seguente:

  • 218 Repubblicani;
  • 212 Democratici;
  • 1 indipendente;
  • 3 seggi vacanti, in attesa di elezioni suppletive.

Che cosa significa? Con 431 seggi occupati, la soglia della maggioranza è momentaneamente più bassa: è sufficiente uno slittamento di pochi seggi per ribaltare la situazione vigente.

Esiste, però, un dato che può offrirci uno spunto di lettura interessante: dal 1946 al 2022, si sono tenute 20 elezioni midterm. In 18 di queste, il partito del presidente in carica ha perso seggi alla Camera dei Rappresentanti. Ci troviamo di fronte a una “regolarità statistica”: la perdita ha, infatti, caratterizzato il 90% delle elezioni di metà mandato degli ultimi 80 anni.

Come precisa The Conversation:

Se si considera questo schema, le probabilità che i Repubblicani mantengano la loro risicata maggioranza alla Camera nel 2026 sono scarse. Un altro fattore le riduce ulteriormente. Quando il presidente in carica è “in difficoltà” – al di sotto del 50% – nei sondaggi di gradimento, la probabilità di un risultato negativo alle elezioni di metà mandato diventa una certezza. Tutti i presidenti da Harry S. Truman in poi, il cui indice di gradimento era inferiore al 50% nel mese precedente le elezioni di metà mandato, hanno perso seggi alla Camera . Tutti quanti.

E, continua, questo vale anche per:

Presidenti popolari: Dwight D. Eisenhower, in entrambi i suoi mandati; John F. Kennedy; Richard Nixon; Gerald Ford; Ronald Reagan nel 1986; e George H.W. Bush. Tutti persero seggi nelle elezioni di metà mandato.

In generale, le elezioni midterm recano con sé un vero e proprio giudizio sulla Casa Bianca e sul suo operato, da considerare alla stregua di un “referendum”: votando, gli elettori dichiarano un segnale di gradimento nei confronti dell’amministrazione corrente e sulle azioni compiute fino a quel momento, dalla politica estera all’economia, dalle riforme sociali alla difesa.

Cosa succede se Trump perde le elezioni midterm

Nonostante i dati possano far presupporre un certo andamento nelle elezioni di metà mandato, non è detto, ovviamente, che anche le elezioni midterm del 2026 seguano il trend sopracitato. A prescindere dai risultati, una cosa è certa: Donald Trump rimarrà alla Casa Bianca fino al 20 gennaio 2029. A cambiare, però, sarebbe il margine di manovra. Vediamo cosa succederebbe se lo scenario prevedesse la vittoria dei Democratici.

Cosa succede se i Democratici conquistano la Camera

Si tratta del risultato che i modelli, i sondaggi e gli studiosi considerano più probabile, nonché quello con le conseguenze più subitanee, che inciderebbe su:

  • stallo legislativo: Trump si trasformerebbe in una “anatra zoppa”, dal momento che, senza la maggioranza, le leggi non ancora concordate in modo bipartisan si arenerebbero, eludendone l’approvazione;
  • controllo del bilancio federale: i Democratici avrebbero maggior voce in capitolo in relazione a spesa e finanziamenti, con tutto ciò che ne consegue in termini di trattative;
  • potere d’inchiesta: con la maggioranza, si apre, per i Democratici, la possibilità di convocare audizioni, usare pienamente i diritti della commissione e ordinare la produzione di testimonianze e documenti.

Cosa succede se i Democratici conquistano il Senato

Se i Democratici dovessero conquistare anche il Senato alle elezioni midterm, il “blocco” diventerebbe quasi totale. Come accennato, infatti, il Senato è incaricato di ratificare i trattati internazionali e confermare le nomine presidenziali, incluse quelle afferenti alla Corte Suprema. Con la maggioranza, dunque, i Repubblicani perderebbero i “numeri” per confermare i propri candidati, a partire da un’eventuale designazione alla stessa Corte Suprema.

Ultimo, ma non per importanza – e considerato uno scenario meno probabile, ma possibile: il rischio di impeachment, ossia lo stato di accusa nei confronti del Presidente. In tale scenario, la Camera mette quest’ultimo in stato d’accusa a maggioranza semplice, mentre il Senato processa, ma solo se i due terzi dei senatori sono presenti. L’eventuale condanna comporta la rimozione dell’incarico. Trump è stato messo in stato d’accusa già due volte (nel 2017 e nel 2021), ma, in ambo i casi, la soglia dei voti richiesti non è mai stata raggiunta.

Non è ancora dato sapere cosa accadrà – nonostante i primi sondaggi appaiano propensi verso i Democratici -, perciò non ci resta che attendere il 3 novembre. Sperando in un futuro più roseo, per gli Stati Uniti e per noi.

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