
Rendiconto di Genere 2025: i dati chiave sul divario di genere in Italia
Il gender gap su lavoro, istruzione e pensioni delle donne in Italia "fotografato" dal Rendiconto di genere 2025: ecco che cosa ci dice.

Il gender gap su lavoro, istruzione e pensioni delle donne in Italia "fotografato" dal Rendiconto di genere 2025: ecco che cosa ci dice.

Che esista un forte divario sociale e lavorativo tra donne e uomini in Italia non è una novità, purtroppo. A volte – e a sacche di percezione individuale – ci illudiamo che la situazione stia migliorando. Ma poi arriva la statistica a risputarci in faccia le percezioni, perché dietro a ogni lavoro precario di una giovane donna in età fertile, dietro una donna di mezza età che viene licenziata a fatica a trovare altro, dietro a ogni donna che si dà per scontata come elemento di cura in famiglia c’è un fenomeno ben complesso. Il Rendiconto di genere 2025 ci dà un quadro della situazione.
Il Rendiconto di genere 2025, realizzato dall’Inps, mette in evidenza lo svantaggio delle donne nel lavoro, in famiglia e nella società. Partendo dal fatto che si parla del genere femminile come di una minoranza, che però occupa il 51,1% della popolazione alla data dell’1 gennaio 2025, a fronte di un totale di residenti di ogni genere pari a 58943464 abitanti.
Nel 2025 il tasso di occupazione femminile risulta essere del 53,3% contro il 71,1% degli uomini. Le assunzioni femminili si attestano al 42,2% del totale, quelle a tempo indeterminato, in particolare, sono solo 36,7% di tutti i contratti. I contratti part time sono il 67% del totale, e il part time involontario (ovvero quello che si subisce nonostante si voglia lavorare a tempo pieno) è del 13,7% per le donne contro il 4,6% per gli uomini. Naturalmente in questa statistica mancano i contratti a tempo pieno di facciata, ovvero quelli che sulla carta sembrano full time, ma poi la lavoratrice restituisce sottobanco e in nero parte dello stipendio ricevuto al datore o alla datrice. È illegale ma è una pratica che purtroppo esiste.

Il quadro che queste percentuali ci restituiscono è sconfortante. E probabilmente in questo ha un peso l’essere donna in sé, ovvero l’idea per il datore o la datrice che una donna in età fertile possa richiedere a un certo punto uno o più congedi per maternità, che peraltro rappresentano un diritto. Una domanda infatti che non si dovrebbe porre a un colloquio ma che tante persone continuano a chiedere è se si vogliono dei figli.
Sul fronte degli stipendi non va meglio. In media il gap retributivo tra donne e uomini si attesta oltre il 25%. In pratica le donne prendono fino a un quarto in meno rispetto allo stipendio degli uomini a parità di mansioni. Ci sono tuttavia piccole differenze in base al settore, ma in generale solo il 21,8% dei dirigenti è donna. Il gap retributivo risulta infatti
L’istruzione rappresenta il grande paradosso di questo gap occupazionale e retributivo tra donne e uomini. Le donne sono mediamente più istruite degli uomini, ma ancora non solo non riescono a sfondare il tetto di cristallo (diventando dirigenti), ma hanno problemi a trovare o ritrovare lavoro, mantenerlo, guadagnare in base alle proprie capacità. Attualmente le donne costituiscono il 52,6% dellə diplomatə in Italia e il 59,4% dellə laureatə.

In tutto questo i servizi di welfare non sempre riescono a soddisfare il fabbisogno. Basti pensare che solo in regioni come Umbria, Emilia Romagna e Valle d’Aosta si riesca a raggiungere la soglia, negli asili nido, dei 45 posti ogni 100 bambini residenti nella fascia 0-2 anni. E ci si aspetta che alle donne spetti la gran parte del lavoro di cura, non solo su figli e figlie: le giornate di congedo parentale prese nel 2024 ammontano a 15,4 milioni per le donne contro 2,8 milioni degli uomini.
Qui c’è una buona notizia e una cattiva, che si riassume in: nel 2024 sono aumentate le denunce per violenza di genere. La cattiva notizia si evince da sé, e cioè che il patriarcato è ancora lungi dall’essere eradicato, la buona notizia è che sempre più donne denunciano anziché subire. Purtroppo non sempre chi denuncia riceve ciò che le spetta, almeno nell’ambito del welfare: il Reddito di libertà interessava 2418 donne nel 2021, ma è stato confermato per tutte solo in Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia negli anni successivi. Nel 2025 però sono stati sbloccati dei fondi e si è pronti ad accogliere 3711 delle domande effettuate.
Se le donne lavorano meno e percepiscono di meno – non per loro volontà, sia chiaro – questo si riflette nelle pensioni, dato che in Italia c’è un sistema basato sui contributi. I requisiti pensionistici delle donne risentono infatti della precarietà del lavoro femminile: le pensioni anticipate e quelle di invalidità risultano infatti rispettivamente del 25,1% e del 31,5% inferiori rispetto agli uomini, mentre le pensioni di vecchiaia sono oltre il 44% in meno.

Vorrei vivere in un incubo di David Lynch. #betweentwoworlds
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