Gap pensionistico donne: cos’è, perché esiste e quanto pesa davvero

Non basta lavorare tutta la vita: le donne sono penalizzate dal mondo del lavoro anche a carriera finita, ovvero con la pensione. Il fenomeno del gender gap pensionistico e cosa c'è dietro.

Donne e gap pensionistico: quali sono le dimensioni del fenomeno e quali sono le prospettive future? Esamineremo tra poco i dati che arrivano dal 2024, ma in quanto a prospettive questo dipende da future leggi ad hoc e soprattutto dai controlli. Perché se è vero che la nostra Costituzione promulga l’uguaglianza di cittadine (e cittadine) quando si parla di occupazione – una premessa per la futura pensione – parliamo anche di un ambito in cui esiste, a sacche, un sottobosco di illegalità, fatto di lavoro nero o sottopagato. E benché il fenomeno investa tutti i generi, ci sono delle situazioni individuali nel mondo femminile che rendono più problematico reclamare i diritti, come per esempio il ricatto occupazionale.

Pensione donne gap: il fenomeno in Italia

Il Rendiconto di genere 2025 realizzato dall’Inps parla chiaro: le pensioni anticipate e quelle di invalidità sono del 25,1% e del 31,5 rispettivamente inferiori a quelle degli uomini, mentre il gap sale a oltre il 44% quando parliamo di pensioni di vecchiaia. Questo accade in Italia, dove si stima che la media del gap pensionistico tra uomini e donne sia del 35%, mentre in Europa è solo del 10%. Sul fenomeno pesano i requisiti pensionistici sui quali, per le donne, grava la precarietà occupazionale, ma in realtà se si scava più a fondo si comprende meglio.

Le ragioni del gap pensionistico per le donne

Diciamo che esiste un’equazione semplice e una più complessa. Quella semplice si traduce in: si lavora di più, si guadagna di più, si pagano più contributi, ci si ritrova a fine carriera con una pensione più alta. Dal punto di vista ottimale funzionerebbe così, ma nella realtà no, anche perché sappiamo che esiste innanzi tutto un gap retributivo in Italia tra uomini e donne, e questo gap si attesta su una media del 25%: questo significa che a parità di mansioni, gli uomini guadagnano un quarto in più delle donne. Un documento del Ministero per le Pari Opportunità spiega:

Le differenze tra uomini e donne rispetto all’occupazione possono essere collegate anche alla tematica della conciliazione vita lavoro e alla maternità. Un numero elevato di donne lascia il lavoro alla nascita del primo figlio oppure non ritorna al lavoro dopo il periodo di maternità. Occorre considerare inoltre che il divario, sebbene in misura minore, permane anche a livello salariale. In media i salari delle donne sono il 16% più bassi di quelli degli uomini. Poiché a minori salari corrispondono minori contributi previdenziali il divario di genere si ripercuote anche a livello pensionistico. Questo gender pension gap a sfavore delle donne ha un peso ancora maggiore se si considera che l’aspettativa di vita femminile è maggiore rispetto a quella maschile.

Ovvero: le donne fanno figli e lavorano meno, oppure quando lavorano guadagnano meno. In barba a chi pensa non solo che esista una parità lavorativa tra uomini e donne, ma soprattutto a chi non riesce a comprendere che a volte la scelta femminile di non avere figli non riguarda un presunto discorso egoistico, ma il fatto di non vedere valorizzata la propria identità in quanto essere umano che contribuisce al progredire della società. Anche perché mancano politiche ad hoc, come la possibilità di avere più posti disponibili (e magari talvolta anche a prezzi ragionevoli) negli asili nido, oppure per gli uomini ottenere congedi di paternità esattamente come le donne ottengono quello di maternità. Sullo stesso documento viene fatto un esempio illuminante:

Con 40 anni di contributi previdenziali versati, una lavoratrice potrà contare su una pensione quasi uguale al suo ultimo stipendio (93%) Se i contributi però scendono a 35 anni, ad esempio nel caso di sospensione del lavoro per alcuni anni per esigenze di cura dei figli, la pensione che si otterrà sarà solo l’80% dello stipendio Se i contributi pensionistici fossero versati solo per 20 anni, la pensione ottenuta sarà di poco superiore a metà dello stipendio (65%).

Fino a quando dovremo scegliere tra lavoro e maternità? Fino a quando i nostri uteri saranno per alcune persone l’intera descrizione di chi siamo e delle nostre potenzialità? Fino a quando le nostre ovaie saranno d’intralcio per una meritata vecchiaia serena con una pensione pari a quella di un uomo?

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