
Sentirsi bloccate nella vita: quando la routine soffoca anche se "va tutto bene"
Sentirsi intrappolate in una routine che soffoca è qualcosa che può essere capitato a diverse persone adulte: apparentemente va tutto bene, ma nel profondo non è così.

Sentirsi intrappolate in una routine che soffoca è qualcosa che può essere capitato a diverse persone adulte: apparentemente va tutto bene, ma nel profondo non è così.

È mai capitato di sentirsi bloccatə in una routine che soffoca? Ogni giorno compiamo azioni sempre uguali: ci svegliamo, ci laviamo e ci vestiamo, andiamo al lavoro o a studiare, ci occupiamo dell’igiene dei nostri spazi ed eventualmente dei nostri cari, guardiamo un po’ di social o di tv, e infine andiamo a letto, prima di cominciare un’altra giornata identica. E il bello è che apparentemente è tutto ok, va tutto assolutamente bene, fuori almeno, ma dentro stiamo urlando. La routine è qualcosa di cui abbiamo maggiore percezione nella nostra vita adulta, e possiamo comprenderla in diversi modi, in base alla sensibilità di ogni persona.
Sicuramente uno dei modi di percepire la routine è quella di un dovere quotidiano: dobbiamo alzarci dal letto e lavorare, dobbiamo assicurarci un’igiene impeccabile, dobbiamo dare vita a un ciclo continuo. Ma quando questo ciclo continuo viene vissuto come una trappola, come un circolo vizioso di “produci, consuma, crepa”, per dirla con una celebre canzone degli anni ’80, tutto cambia: la routine diventa una prigione e ogni momento è buono per una piccola evasione, a volte senza le cautele che ogni situazione richiede. Ma cosa dice la psicologia in questi casi? Secondo Tali Sharot, neuroscienziata autrice di Look Again: The Power of Noticing What Was Always There:
L’abitudine significa che rispondiamo sempre meno a cose costanti o frequenti, che sono sempre presenti.

In un certo senso la routine ha anche una funzione evolutiva: si tratta molto spesso e semplicemente di un’azione che viene ripetuta nel tempo affinché venga normalizzata. E diciamo anche che le abitudini ci consentono di concentrarci su cose più importanti che richiedono il massimo della nostra attenzione. Ma cosa accade quando questa normalità, questa abitudine, non la sopportiamo più?
Come riporta Big Think, ci sono due tipi di abitudini da cui potremmo sentirci soffocatə. La prima è un’abitudine tossica: ovvero ci abituiamo a comportamenti (nostri o altrui) o a relazioni che in realtà ci fanno del male. Come per esempio quelle volte in cui ascoltiamo distrattamente delle frasi pregne di razzismo casuale e non abbiamo la forza o la voglia di ribattere, o come quando si resta in una relazione con un partner che non è la persona che credevamo. E mano a mano che il tempo passa tutto peggiora. Siamo più bravə a ribellarci alla routine quando siamo bambinə o adolescenti, spiega ancora Sharot:
Le persone di mezza età hanno i livelli di felicità soggettiva più bassi tra tutte le fasce d’età. È piuttosto alta tra adolescenti e bambini, e poi scende, scende, scende, raggiungendo il punto più basso a metà della vita. Per lo più, e in media, le persone creano una famiglia, giusto? Per questo motivo, si vive per lo più nello stesso posto. Per quanto riguarda la professione, si è in un certo senso raggiunto l’apice o ci si è vicini, e ci si limita a mantenere la propria posizione, piuttosto che svilupparsi o spostarsi.
Poi c’è il secondo tipo, la “crispatión”, termine coniato dall’esistenzialista francese Gabriel Marcel, per indicare una situazione in cui la nostra vita è bloccata o addirittura seppellita in una rete di abitudini e routine. E tutto questo può portare a conseguenze negative, come delle inefficienze sul posto di lavoro o essere portatə a sminuire cose che in realtà dovrebbero avere un peso per noi.

La disabituazione o la fuga definitiva dalla routine può concretizzarsi attraverso due azioni, rompere oppure cambiare. Dice ancora Sharot:
Rompere è l’idea di prenderci una pausa da qualcosa e poi tornarci, giusto? E poi, una volta tornati, siamo in grado di rivederlo… Le persone potrebbero lasciare la loro vita quotidiana, magari solo per un viaggio di lavoro di un paio di settimane, e poi tornare a casa. Improvvisamente vedono la loro vita familiare con occhi nuovi, che si tratti della loro casa, della vista dalla finestra o delle loro famiglie, giusto? Improvvisamente provi di nuovo questo tipo di gratitudine perché sei stato via e poi torni.
Cambiare però in alcuni casi potrebbe essere più semplice, perché basta modificare qualche particolare, come cambiare il nostro ambiente: per esempio, se si lavora in smartworking ed è una bella giornata, perché non farlo in un parco?
Se hai lavorato con le stesse persone o con un gruppo di persone, o sei stato nello stesso posto per un po’ di tempo, con le stesse politiche e le stesse routine, sarà più difficile per loro capire cosa possiamo fare meglio, giusto? A causa dell’assuefazione.

Vorrei vivere in un incubo di David Lynch. #betweentwoworlds
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