Molti di noi probabilmente lo fanno in maniera automatica e senza neppure pensarci, eppure sarebbe interessante scoprire il motivo per cui, nel momento in cui dobbiamo parcheggiare la macchina, abbassiamo il volume dell’autoradio.

Non si tratta di dover concentrare l’attenzione sul momento, perché questo dovrebbe valere per ogni istante in cui siamo alla guida, mentre giriamo nel traffico cercando di mantenere le distanze di sicurezza, di rispettare semafori e stop e di dosare la potenza del nostro piede che schiaccia sui pedali.

Vero è che il nostro cervello è multitasking solo fino a un certo punto, e, quando c’è da gestire situazioni che richiedono una maggiore soglia di attenzione, le risorse a disposizione sono limitate; poiché guida tutti i nostri sensi, è in grado di comprendere quale sia il suo compito primario, e questa è la ragione per cui riusciamo a guidare e ad ascoltare musica senza problemi, perché l’attività della guida non investe in pieno tutte le risorse mentali.

Ma tutto cambia quando il livello di attenzione richiesto è particolarmente alto; ad esempio, ci sarà capitato di non riuscire a seguire una conversazione in macchina mentre siamo impegnati in situazioni abbastanza stressanti, come cercare una strada che non conosciamo basandosi sul navigatore o quando ci troviamo nel bel mezzo di una tempesta. Questo capita perché il cervello indirizza tutti gli “sforzi” su quello che è giudicato il compito primario in quel momento.

Visto che, mentre guidiamo e ascoltiamo musica, in realtà non stiamo prestando particolare attenzione né all’una né all’altra attività, questo continuo tira e molla tra uno stimolo e l’altro può rallentare le nostre perfomance, diminuendo tempi di reazione e portando a errori qualora si debba invece alzare la propria soglia di attenzione.

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Ecco quindi la spiegazione che il professore e il ricercatore di Psicologia dell’università di Melbourne, Philip Smith e Simon Lilburn, hanno dato a The Conversation: partendo dall’esempio del fisiologo Neville Moray, che nel 1959 osservò che le persone, ascoltando due distinte conversazioni contemporaneamente, riescono quasi sempre a captare il loro nome, se pronunciato in una delle due, mostrando così come il cervello umano percepisca informazioni sensoriali pur se non si è concentrati su di esse, i due studiosi hanno sottolineato come il cervello riesca a governare efficacemente appena due compiti, mentre se si provano a fare più di due cose allo stesso tempo una finisce per essere scartata.

Per misurare la cosiddetta “attenzione selettiva” si può cimentarsi in due test piuttosto famosi, ideati alla fine degli anni ’90 dagli psicologi esperti di scienze cognitive Daniel Simons e Christopher Chabris; in uno di questi, disponibile su YouTube, si deve riuscire a contare quante volte i giocatori che indossano la maglietta bianca si passano la palla da basket tra loro, mentre un gorilla a un certo punto entra nell’inquadratura; i ricercatori hanno rilevato che un’altissima percentuale di persone non lo nota.

Il secondo test prevede di contare i passaggi e prestare attenzione al gorilla, ma in questo caso pochi notano altri particolari che cambiano, all’interno del video.

La scoperta più importante di questo test, secondo Simons, è che essere consapevoli di poter trovarsi di fronte a un evento imprevisto non aumenta la capacità di cogliere altri imprevisti, ma anche che, se già siamo impegnati a fare due cose contemporaneamente, non ne dovremmo fare una terza o una quarta.

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