"Respect", il biopic di Aretha Franklin

Il biopic su Lady Soul dimostra una volta di più che raccontare icone e miti multietnici si può e si deve, non solo per dare spazio a tutte le comunità, ma per dare al maschio bianco eterosessuale (ma anche a tante donne) l'opportunità di riconoscersi come una delle opzioni, non l'unica e soprattutto non la migliore.

Dopo la cantante blues Ma Rainey, interpretata da Viola Davis in Ma Rainey’s Black Bottom di George C. Wolfe, e Billie Holiday, col volto di Andra Day in The United States vs. Billie Holiday, di Lee Daniels, arriva al cinema una terza icona della musica nera: Aretha Franklin, che trova la sua interprete d’eccezione in Jennifer Hudson, protagonista di Respect, con la regia di Liesl Tommy.

Il film arriva in sala a pochi mesi dalla messa in onda, su Disney+ della serie tv in 8 puntate Genius: Aretha, con Cynthia Erivo (che abbiamo visto tra le protagoniste dei red carpet al Lido, come membro della giuria della 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, guidata dal regista coreano Bong Joon-ho). Di poco antecedente il documentario Tina, dedicato a Tina Turner e presentato in anteprima al Festival di Berlino 2020.

Aretha Franklin, la regina del soul che si fece seppellire con i tacchi rossi

Lungometraggi che arrivano in massa dopo che le proteste per la morte di George Floyd nel 2020 hanno portato il Black Lives Matter all’attenzione dei media internazionali e dopo che si è fatta più pressante la richiesta di storie che mettessero in scena racconti più rispettosi delle diversità e delle minoranze.

Da allora, la produzione cinematografica (e televisiva) si è mossa su due fronti. Da una parte si è data la stura a una serie di progetti, discutibili almeno per chi scrive, come la rivisitazione di grandi classici dell’Occidente bianco non tenendo conto di tratti somatici ed etnie (uno su tutti il David Copperfield di Charles Dickens che in La vita straordinaria di David Copperfield scritto e diretto da Armando Iannucci dà il ruolo del protagonista a un attore di origini indiane), di periodi storici come l’Età della reggenza in Inghilterra aprendo la corte londinese a una regina Anna nera, come ha fatto la serie Netflix di enorme successo Bridgerton, oppure creando nuove principesse Disney, come Tiana o Vaiana, per dare la possibilità a tutte le bambine del mondo di avere la propria principessa in cui immedesimarsi (come se il mito di coroncine e principi azzurri non avesse già fatto abbastanza danni).

Dall’altra, invece, si sono date, finalmente, maggiori possibilità a storie alternative, che abbiano come protagonisti non solo uomini bianchi eterosessuali, ma anche modelli nuovi e diversi, financo donne, nere e omosessuali.

Il biopic su Aretha Franklin, come quelli su Ma Rainey o Billie Holiday, arrivano dunque a colmare un colpevole vuoto narrativo, permettendo anche alla comunità afroamericana di raccontare le proprie icone, i propri miti, le proprie radici: neri che raccontano di neri, a neri e a bianchi. Per dare l’opportunità a noi bianchi di immedesimarci in storie distanti e personaggi diversi che ci insegnino che siamo solo una delle possibilità biologiche e culturali previste sul pianeta Terra.

Chissà che prima o poi, anche dalle nostre parti, non si riescano a ottenere produttori coraggiosi che diano spazi anche alle seconde e terze generazioni per raccontare le loro storie — di razzismo, di integrazione, di discriminazione — senza bisogno che sia il maschio bianco eterosessuale a spiegar loro come si devono sentire e come devono narrarsi.

Brenda Nicole Moorer, Hailey Kilgore, Saycon Sengbloh e Jennifer Hudson in Respect (Photo credit: Quantrell D. Colbert © 2021 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc.)

Perché vedere il film su Aretha Franklin

Se si ama il genere musicale, in cui canzoni ed esibizioni occupano gran parte dello scorrere del film, questo Respect di Liesl Tommy non potrà non piacere, soprattutto se si è appassionati di soul, gospel e rhythm and blues. In più, il biopic di Aretha Franklin è un cammino, sofferto e sofferente, verso sé stessi e la propria identità artistica, che trova nella fede in Dio e nella propria comunità, famigliare e religiosa, la determinazione per reagire a soprusi e a violenze.

Forte di un’interpretazione granitica della sua protagonista, una Jennifer Hudson in stato di grazia soprattutto quando ha un microfono in mano e può far sfoggio delle sue abilità canore, il film arriva alla conclusione con qualche lungaggine di troppo (si sta seduti davanti al grande schermo per ben 144 minuti) e una ricostruzione storica accurata di un periodo che va dai primi anni Cinquanta, quando Franklin aveva 10 anni, ai primi anni Settanta. Sullo sfondo, l’uccisione di Martin Luther King, nel 1968, e l’arresto di Angela Davis, figura fondamentale per il movimento femminista nero di quegli anni.

Il momento più emozionante? I titoli di coda, quando scorrono le immagini del concerto che Aretha Franklin ha tenuto al Kennedy Centre Honours davanti a Barack e Michelle Obama, nel 2015: al pianoforte, col suo visone, mentre esegue (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, col pubblico in delirio, trattenere la commozione sarà arduo.

La scheda di Respect

Esce al cinema il 30 settembre Respect, il biopic dedicato ad Aretha Franklin. Il film è diretto da Liesl Tommy, regista teatrale internazionale, nominata ai Tony, celebre per la regia della commedia di Broadway Eclipsed di Danai Gurira con Lupita Nyong’o, Liesl Tommy fa il suo debutto alla regia cinematografica con il film su Aretha Franklin.

A interpretare la Regina del Soul, entrata nella storia anche per essere stata la prima donna nella Rock and Roll Hall of Fame, c’è Jennifer Hudson, musicista due volte vincitrice del Grammy Award, attrice vincitrice di un Oscar (nel 2007 come non protagonista in Dreamgirls) e autrice del best-seller I Got This: How I Changed My Ways and Lost What Weighed Me Down.

È stata Aretha Franklin in persona, prima di morire nell’agosto 2018, ad approvare la scelta di Hudson per interpretarla nel biopic.

Respect racconta la vita della cantante, dall’infanzia nel coro della chiesa del padre predicatore battista, nonché mentore di Martin Luther King Jr, fino al 1972, quando registra Amazing Grace, l’album gospel più venduto di tutti i tempi (col quale vinse il Grammy Award for Best Soul Gospel Performance 1973 e il Grammy Hall of Fame Award 1999).

Nel film compare anche Mary J. Blige, nel ruolo di Dinah Washington, una delle grandi voci “nere”, insieme a Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e Billie Holiday, morta nel 1963, a soli 39 anni, per un’overdose di pillole dietetiche e alcol.

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