#FatUglySlut: tr*ia, vacca, cagna e tutte le offese online che colpiscono il 73% delle donne

Florence Hainaut e Myriam Leroy hanno raccolto la testimonianza di 10 vittime di insulti e di minacce, sintomi di una misoginia che con i social network è stata amplificata fino a divenire un rischio per la tenuta democratica, in Europa come in Italia e nel resto del mondo.

Nel maggio 2016 la Camera dei Deputati, in Italia, ha istituito la Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni d’odio, commissione che nel luglio dell’anno successivo è stata intitolata a Jo Cox, la deputata britannica uccisa il 16 giugno 2016 da un estremista di destra durante la campagna contro la Brexit.

Dopo 14 mesi di lavoro, la Commissione ha redatto una relazione finale che esamina in maniera approfondita dimensioni, cause, ed effetti dell’hate speech, quel discorso d’odio che il recente documentario #FatUglySlut (#Sale Pute, ovvero #Troia in italiano), delle due giornaliste belghe Florence Hainaut e Myriam Leroy descrivono come ancora vivo e vegeto.

L’analisi italiana e il documentario belga, a 5 anni di distanza, fotografano in maniera abbastanza lapalissiana come le donne sono “di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio online. A livello europeo, una donna su dieci dai 15 anni in su è stata oggetto di cyberviolenza. In generale, le donne corrono più rischi di aggressioni e di molestie virtuali su tutti i social media“.

VOX, l’Osservatorio Italiano sui Diritti, ha rilevato come tra il 2018 e il 2019 su 215.377 tweet violenti o discriminatori, 55.346 sono stati contro le donne. Le offese più ricorrenti? Troia, puttana, vacca, cicciona, mignotta, bagascia, bocchinara, zoccola, strappona, cagna, ciucciacazzi, cesso, smandrappona, pompinara, frigida, figa di legno, battona. Come a dire: delle donne si attacca il corpo o la sessualità.

Il messaggio ‘brutta troia grassa’ mi fa dire: ‘Di nuovo? Sempre questo?’ Probabilmente ho ricevuto questo messaggio 5mila volte e sembra che arrivi sempre dallo stesso uomo. Ma non è così, perché anche altre donne mi mostrano esattamente lo stesso messaggio. Questo la dice lunga sulla natura sistemica del problema”, dice la ricercatrice australiana Emma A. Jane (autrice del volume Misogyny Online: A Short (and Brutish) History) intervistata per il documentario.

Misogyny Online: A Short (and Brutish) History

Misogyny Online: A Short (and Brutish) History

Misogyny Online esplora il fenomeno mondiale del cyberhate di genere come un discorso significativo che è stato trascurato ed emarginato. La rapida crescita di Internet ha portato a numerose opportunità e vantaggi; tuttavia, l'architettura della cybersfera offre agli utenti opportunità senza precedenti per incitare all'odio.
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Tragicamente, nulla di diverso, quindi, non solo sul piano linguistico ma anche sul piano legislativo, a prescindere dal meridiano in cui avvengono i fenomeni di cyberbullismo: in Italia, come in Europa, come in Australia non esistono leggi idonee a punire e a contenere l’hate speech contro le donne, in generale sottovalutato e sottostimato anche quando si manifesta come aggressione verbale e minaccia.

È perché il legislatore è quasi sempre un uomo bianco anziano, sottolinea Emma A. Jane, che mette in guardia come la misoginia non sia nata con i social, ma con i social sia stata amplificata.

Allo stesso tempo, però, le piattaforme come Facebook e Twitter non hanno alcun interesse a far finire la violenza online contro le donne. Secondo Anna-Lena von Hodenberg, giornalista responsabile della campagna Stop all’incitamento all’odio, relativa ai maggiori procedimenti penali e protezione delle vittime in Germania, e fondatrice, nel 2018, della onlus HateAid, un centro di consulenza che supporta le persone colpite dalla violenza digitale: “i social media guadagnano denaro con l’odio. Vogliono che la gente resti sulla piattaforma e vogliono che la gente faccia i suoi commenti. I commenti d’odio generano più traffico dei video sui gatti. I social network non hanno interesse a che si giudichino gli aggressori e si regolamenti la cosa, perché l’odio è parte del loro modello commerciale“.

Materia spinosa, tutta giocata sul confine tra libertà d’espressione (free speech) e discorso d’odio (hate speech), dove si vogliono confondere le libere opinioni con i pregiudizi o gli stereotipi.

Il risultato? Spesso, troppo spesso, molte donne che godono di maggiore visibilità di altre, come politiche, giornaliste, attiviste, sono spinte dalle minacce a non esprimere più giudizi, a tacere, a non far sentire più il loro peso, a causa della paura per la propria incolumità o per quella dei propri cari. Non a caso si intitola #Staizittagiornalista il libro di Silvia Garambois e Paola Rizzi (edito da All Around): un volume che racconta cosa significhi lavorare, raccogliere notizie, smontare fake news consapevoli di diventare vittime di insulti e minacce, e che dimostra come gli autori delle offese non sono solo leoni da tastiera solitari, ma sempre più spesso squadre di odiatori il cui scopo è silenziare il lavoro delle reporter e delle opinioniste.

Un problema sistemico, appunto, che dovrebbe essere affrontato con leggi adeguate e attraverso l’autoregolamentazione delle piattaforme affinché rimuovano il discorso d’odio online, ma anche – e soprattutto, viene da dire – rafforzando l’educazione di genere nelle scuole per contrastare gli stereotipi e sensibilizzare contro il cyberbullismo di cui le donne sono il bersaglio maggiore ma non unico, in compagnia come sono della comunità LGBTQIA+, di stranieri, di rom e di sinti, di professanti credo religiosi diversi da quello cattolico o protestante.

Quando chi osserva il fenomeno dice: ‘Sono solo parole’, noi sentiamo: ‘Sono solo donne“, concludono le autrici di #FatUglySlut: donne da silenziare con le offese, da far tacere con la violenza.

Scheda di #FatUglySlut

Documentario diretto dalle giornaliste belghe Florence Hainaut e Myriam Leroy, #FatUglySlut (dal francese #SalePute e tradotto in italiano come #Troia) tratta di cyberstalking e misoginia attraverso le testimonianze di dieci donne di diverse nazionalità e professioni: le giornaliste Nadia Daam e Lauren Bastide, l’avvocata Trisha Shetty, la youtuber belga Sara Lou, l’imprenditrice Alice Barbe, la scrittrice Pauline Harmange, la youtuber Manonolita, la comica Florence Mendez, la politica tedesca Renate Künast e quella austriaca Natascha Kampusch.

Nei 57 minuti del mediometraggio, Hainut e Leroy mostrano l’impatto psicologico delle molestie online e dimostrano come gli stalker non siano necessariamente “ragazzi” ma “per la maggior parte degli uomini di ceto medio o alto borghese”. Tutti, in Germania, come in Belgio o Francia (ma anche in Italia, aggiungiamo noi), condividono la medesima impunità, complici  tribunali che, per mancanza di una legislazione adeguata, sanzionano malamente il bullismo virtuale.

I numeri riportati nel documentario: una donna è 27 volte molestata rispetto a un uomo sui social media; un tweet offensivo su quindici menziona una donna bianca; un tweet offensivo su dieci menziona una donna di colore; il 73% delle donne nel mondo ha sofferto di cyberviolenza.

Vittime loro stesse di molestie online per 15 anni, Florence Hainaut e Myriam Leroy hanno voluto dare voce a donne di vario profilo e provenienza, per dar conto del tema principale del film: la misoginia, di cui i tanti messaggi di insulti (spesso “insopportabili da riportare”) ricevuti dalle donne sono la testimonianza.

#FatUglySlut è disponibile gratuitamente sul canale culturale europeo Arte.Tv fino al 4 dicembre 2021. Non perdetelo.

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