Gigliola Pierobon: processata e condannata per aver abortito senza essersi pentita

Storia di un processo per aborto clandestino negli anni '70, che segnerà il dibattito sul tema fino all'approvazione dell'attuale legge 194.

Il nome di Gigliola Pierobon ti dice qualcosa? Molto probabilmente no, eppure è grazie a questo nome, e soprattutto alla sua storia, che in Italia qualcosa ha cominciato a muoversi sul diritto all’aborto.

Nel giugno del 1973, al Tribunale di Padova, si tiene un processo in cui Gigliola Pierobon, all’epoca 23 anni, viene imputata per il reato di aborto clandestino, compiuto quando la ragazza aveva 17 anni.

Quello che nasce come un processo come tanti, in quanto si parla di infrazione di una legge dello Stato, diviene la leva per una mobilitazione politica e culturale che contribuirà a varare, nel 1978, la legge 194 che attualmente regolamenta e legittima l’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese.

Nei primi anni ’70, in Italia, vigeva ancora il codice Rocco, il codice penale fascista del 1930 in cui l’aborto era considerato un reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”.

Se non vi sembrano concetti del tutto nuovi, pensate che ancora oggi molti politici utilizzano le stesse motivazioni del 1930 per delegittimare l’aborto nel dibattito pubblico. Insomma, una visione modernissima sulla questione.

Comunque, tornando alla nostra storia, secondo il codice Rocco l’aborto era punibile con la detenzione dai due ai cinque anni, con una riduzione di pena nel caso della necessità di salvaguardare l’onore proprio o di un prossimo congiunto.

Questa misura, secondo voi, contribuiva a diminuire il numero di aborti? Assolutamente no, ma anzi creava un problema legato alla clandestinità delle pratiche che costringeva migliaia di donne ad abortire affidandosi a persone senza la minima competenza, con il rischio di gravi conseguenze per la propria salute.

All'aborto (se non è un diritto) ci pensano le mammane: con ferri da calza e tubi

Gigliola Pierobon, figlia di agricoltori di San Martino dei Lupari, in provincia di Padova, rimane incinta a soli 17 anni. Per abortire Gigliola spende quaranta mila lire, che le vengono prestate da quello che poi diventerà suo marito anni dopo.

Il rituale dell’aborto per Gigliola è quello che si ripete da anni per migliaia di donne: il tavolo di legno di una cucina, nessuna anestesia, scarse condizioni igieniche, un ferro che la penetra e la preghiera che tutto questo finisca quanto prima e che non ci si rimetta la vita.

Si scopre dell’aborto clandestino di Gigliola Pierobon qualche anno dopo, in un processo in cui Gigliola è teste, ma dopo numerosi interrogatori si trova ad ammettere quello che ha vissuto, con la riprova di una visita ginecologica che confermasse il fatto.

Per Gigliola Pierobon il Pubblico Ministero chiede un anno, in quanto la ragazza non s’è pentita, pare.

Negli anni successivi al suo aborto, nel lavoro in fabbrica, Gigliola incontra il gruppo di Lotta Femminista, maturando una coscienza politica che le permetterà di trasformare il suo processo in una battaglia per i diritti di tutte le donne.

Infatti, il processo attiva diverse mobilitazioni collettive che chiedono non solo l’assoluzione per Gigliola, ma anche la legalizzazione dell’aborto stesso.

Insieme al suo collegio difensivo, composto da Vincenzo Todisco e dall’avvocata Bianca Guidetti Serra, partigiana e militante femminista, Gigliola Pierobon prepara un fascicolo estremamente accurato e dettagliato contenente statistiche, studi e ricerche volti a dimostrare che la legge che vieta l’aborto deve essere cambiata. Gigliola non si presenta ai giudici come rea confessa, ma come vittima di un sistema sociale e culturale profondamente sbagliato, e questo per molti è intollerabile.

Molti gli intellettuali chiamati a testimoniare, tra cui lo psichiatra Franco Basaglia.

Il fascicolo difensivo non viene accolto, così come le numerose testimonianze. In un processo abbastanza inusuale, passato sotto silenzio, il vero punto di forza è stata la collettività che si è fatta spazio fuori dalle aule di tribunale, attraverso cortei, manifestazioni e pubbliche rivendicazioni sugli aborti clandestini effettuati.

La sentenza, arrivata il 7 giugno del 1973, Gigliola Pierobon viene dichiarata colpevole, ottenendo tuttavia il perdono giudiziale, con non luogo a procedere. Famose le parole della stessa Gigliola a seguito della sentenza: «Io il perdono non l’avevo chiesto: non mi sento colpevole. Quindi non sono pentita. A stabilire il mio pentimento è stata la legge».

La vicenda di Gigliola Pierobon, come quella di Marie-Claire Chevalier in Francia, segneranno la strada, con tempi e modi diversi, per chiedere l’aborto come un diritto per la salute e il benessere psicofisico. Perché la vita di ogni donna, nel personale delle proprie scelte e nel collettivo delle proprie rivendicazioni, vale più del giudizio paternalista di una società giudicante.

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