Dépouillé” è una parola che Audrey Hepburn amava molto; lo rivela nel documentario Audrey, oltre l’icona, dove spiega: “significa senza ornamento, spogliato di tutto“. Un termine che ben si adatta allo stile effortless chic di Hubert de Givenchy, lo stilista francese che come nessun altro ha contribuito a fare della venticinquenne minuta, dai lineamenti finissimi, una stella di Hollywood.

È grazie ai suoi abiti che la giovane Audrey impara a essere più sicura, sono i vestiti che la aiutano a entrare nelle parti che sempre più frequentemente le vengono proposte, che le danno la forza di non sentirsi a disagio con sé stessa: l’abito di organza bianco in Sabrina, la creazione in bianco e capospalla rosa in Cenerentola a Parigi, il tubino nero in Colazione da Tiffany, l’outfit total white – cappello compreso – in Come rubare un milione di dollari e vivere felici.

Quelle parole sulla bellezza di Audrey Hepburn che furono lette al suo funerale

Come spesso accade, però, dietro al sorriso disarmante e allo stile glamour della Holly Golightly nata dalla penna di Truman Capote, all’immagine di emancipazione femminile della principessa Anna di Vacanze romane, al personaggio pubblico dell’attrice venerata da mezzo mondo, si nasconde un groviglio di insicurezze e fragilità.

La bellezza è negli occhi di chi la guarda e io questa bellezza non la vedo – si sente dire dalla sua voce – Vorrei non essere così alta, avere piedi più piccoli e un corpo più pieno; un naso più piccolo. Ed essere bionda. Mi sarebbe piaciuto cambiare tutto“.

Eppure, a scavare più a fondo, oltre l’immagine ormai un po’ stereotipata della bellissima scontenta di sé stessa, doveva esserci molto di più se a soli 40 anni, dopo una serie di aborti spontanei e un divorzio – che descrive come tra i dolori più grandi mai provati – decide di accantonare la carriera per dedicarsi al figlio appena nato dal secondo matrimonio. Una scelta che lei stessa definisce “egoista: perché mi faceva stare bene rimanere con la mia famiglia“. Diventata famosa nel ruolo della principessa che decide di essere una donna normale, con un taglio di capelli cortissimi e in sella a una vespa, di nuovo intraprende una strada di grande indipendenza intellettuale alla ricerca di una “ordinary life” che fosse giusta per sé.

Vita ordinaria alquanto difficile se trascorsa al fianco di un fedifrago incallito: il secondo marito, lo psichiatra italiano Andrea Dotti con cui si è trasferita a Roma, viene fotografato con più di 200 donne diverse durante i 13 anni di matrimonio: tradimenti sempre perdonati e costantemente sofferti fino alla separazione.

Alla fine, forse, il ruolo che l’ha soddisfatta di più è stato quello di Goodwill Ambassador Unicef: dal 1988 fino alla fine dei suoi giorni ha viaggiato in lungo e largo nel tentativo di aiutare bambini poveri e malnutriti nel mondo, testimoniando l’impegno incondizionato dell’Unicef lei che da bambina, dopo la guerra, proprio dall’Unicef aveva ricevuto cibo e soccorso medico.

L’insegnamento più prezioso? Spogliati di maschere e di orpelli, quello che aiuta a vivere sono le sofferenze attraverso cui si è passati.

Audrey, oltre l’icona: la scheda del docufilm

Il docufilm su Audrey Hepburn, diretto da Helena Coan, è il primo girato con il consenso della famiglia: si propone di mettere a nudo l’attrice mostrando la sua tristezza e raccontando il trauma per l’abbandono del padre, quando era ancora bambina, i suoi due divorzi e i suoi aborti spontanei.

È vista come un esempio di perfezione e bellezza, ma il film mostra la persona al di là dell’immagine. Soffriva enormemente per le insicurezze sul proprio aspetto e per il rapporto con gli uomini. Sentirla collegare queste difficoltà al suo rapporto con il padre e al senso di profondo abbandono, ascoltare questi dettagli così intimi è stato davvero strano“, ha raccontato la regista in un’intervista su Observer.

Audrey, oltre l’icona si avvale così di rare immagini d’archivio e di interviste esclusive. A ricordarla le parole del figlio nato dal matrimonio con l’attore Mel Ferrer, Sean, e della nipote, Emma Hepburn Ferrer, il regista americano Peter Bogdanovich e l’attore Richard Dreyfuss (che con Hepburn ha lavorato nel suo ultimo film Always – Per sempre, diretto da Steven Spielberg nel 1989) e diversi amici intimi della star, tra cui la giornalista, ambasciatrice di pace Onu, Anna Cataldi (nonché produttrice de La mia Africa).

Nata nel 1929 da padre inglese e da una aristocratica olandese, la sua infanzia venne devastata dall’impatto della seconda guerra mondiale nei Paesi Bassi e dall’occupazione nazista del Paese. Sono anni di fame e di privazioni, durante i quali si impegna come staffetta partigiana, portando i messaggi alla resistenza olandese.

Divenuta una stella del cinema (vince l’Oscar come migliore attrice, per Vacanze romane), a soli 24 anni, decide di dedicarsi alla famiglia alla nascita del secondo figlio, nel 1970, finché diventa ambasciatrice dell’Unicef, ruolo che ha svolto con grande partecipazione sino alla morte (per cancro) il 20 gennaio 1993.

In omaggio all’amore di Hepburn per il balletto, nel documentario, tre celebri ballerine rappresentano le sue diverse fasi della vita attraverso le coreografie di Wayne McGregor. Francesca Hayward interpreta “Audrey dell’era hollywoodiana” al culmine della sua fama, Alessandra Ferri è Audrey nei suoi ultimi anni e Keira Moore è la “Young Audrey”.

Su Chili, oltre al documentario, sono disponibili in streaming (a pagamento) alcuni dei titoli più importanti interpretati da Audrey Hepburn: dai classici intramontabili come Colazione da Tiffany di Blake Edwards e Vacanze romane di William Wyler a Sabrina di Billy Wilder, fino a Gli occhi della notte di Terence Young.

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