In Myanmar non c’è solo la storia di Aung San Suu Kyi, the Lady, che merita di essere raccontata, ma anche quelle di tante donne che come lei si battono ogni giorno per migliorare la condizione femminile e l’intero Paese: parte da questo assunto The Ladies Diary, il documentario italiano prodotto dalla bresciana Walking Cat e distribuita (in Italia, Stati Uniti e Regno Unito) da Amazon Prime Video.

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991 (a cui nel 2011 il regista francese Luc Besson ha dedicato il film biografico The Lady, interpretata da Michelle Yeoh), è stata la prima donna alla guida del Myanmar, nel 2015 dando una forte accelerata ai processi di emancipazione delle donne birmane.

D’altra parte, il Myanmar, tra le nazioni più povere del pianeta a causa di decenni di embargo internazionale e isolamento economico, sta registrando negli ultimi anni un importante sviluppo in tutti i settori: una realtà in profondo e costante cambiamento in cui le tradizioni più antiche rischiano di non sopravvivere, nel bene e nel male.

Così tra le donne dell’etnia dei Kayan (conosciuti anche come Padaung), sempre meno sono disposte a diventare “donne giraffa“, indossando sin dalla giovane età una serie di anelli d’ottone a spirale intorno al collo che con il tempo (e con il progressivo aumentare delle dimensioni del collare) provoca un apparente allungamento del collo (in realtà la pressione esercitata dagli anelli abbassa le clavicole e comprime la gabbia toracica).

Diminuiscono i matrimoni combinati, aumentano le ragazze che lavorano e sognano una carriera, cresce un popolo sempre più consapevole della necessità di una formazione culturale e professionale.

Matrimonio combinato, la pratica di convenienza per "liberarsi" delle figlie

Non a caso, tre delle sei protagonisti di The Ladies Diary hanno fondato delle scuole: se Nyein la giornalista, Mu Li la guida turistica ed Eh Eh la fighter si impegnano in prima persona per portare avanti la loro realizzazione personale (un detto birmano, ci avverte Eh Eh, recita: «Non stare dove sei felice, stai dove è la tua passione»), Ketu Mala la suora buddista ha dato vita alla Dhamma School Foundation (dove insegna il buddismo ai giovani, non tanto come un antico sistema di credenze religiose, ma come un modo contemporaneo di applicare i valori di amore e compassione nella loro vita quotidiana), Hannay la musicista dirige la Academy of Rock (con l’obiettivo di ispirare la creatività e promuovere l’autostima), Misu l’albergatrice, che ha creato un santuario per i gatti birmani che rischiavano di scomparire, ha dato vita a una serie di scuole professionali per insegnare dei mestieri ai più giovani, in un paese dove l’abbandono scolastico tocca punte del 70%.

Ed è proprio lei con il suo Inle Heritage, organizzazione senza scopo di lucro che preserva la natura e la cultura del Lago Inle (patrimonio Unesco, in quanto parte del World Network of Biosphere Reserves), che si è posta l’obiettivo di creare futuri leader e rilanciare pratiche sostenibili per la prossima generazione. Uno sguardo verso il domani, dunque, senza dimenticare il passato, compresa la cucina di sua madre, un luogo votato all’amore, alle cure e alle attenzioni. D’altronde, come le fa eco Nyein la giornalista: «una donna che sta a casa e una donna che lavora non sono diverse: stanno tutte e due lottando e facendo del meglio per la comunità».

The Ladies Diary
Ketu Mala, la suora buddista, una delle sei protagoniste di The Ladies Diary (Courtesy Press Office)

Perché vedere il documentario sulla condizione femminile in Myanmar

Natura verdeggiante, migliaia di antiche pagode, templi maestosi, panorami idilliaci sono quanto ci si aspetta da un documentario sulla Birmania, dal 1989 nota con il nome di Myanmar: un paese complesso divenuto più celebre dalle nostre parti dopo che Aung San Suu Kyi, controverso personalità politica nazionale, ottava donna a essere insignita del Nobel per la pace a causa della sua “lotta non violenta per la democrazia e i diritti umani“.

The Ladies Diary dimostra che quell’esotica nazione orientale è anche molto altro, regalando uno spaccato autentico ricco di una sfaccettatura di realtà e di soluzioni per problemi tutt’altro che semplici da decifrare.

Allo stesso tempo, rivela come molte delle questioni femminili e femministe che attanagliano il ricco Occidente siano il banco di prova su cui si gioca il futuro – sostenibile e consapevole – dei cosiddetti paesi in via di sviluppo.

Documentario encomiabile della debuttante Walking Cats, casa di produzione bresciana che ci auguriamo si cimenti presto in un nuovo lavoro.

The Ladies Diary, la scheda del documentario

 

Sara Trevisan, alla regia di The Ladies Diary, supportata dalla sceneggiatura di Luca Vassalini e il montaggio di Emanuele Bresciani (operatore Fabio Piozzi e fotografia di Corrado Galli), raccoglie le storie di sei donne e le racconta nell’arco di 24 ore, in un paese da poco avviato alla democrazia dove giganteggia la figura del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Attraverso la voce delle sei protagoniste, si segue un loro spaccato di vita e si intuisce così cosa significhi praticare arti marziali in un mondo dominato dagli uomini, come si configuri il rispetto verso la cultura e le tradizioni birmane, come si preservino le radici e si salvaguarda la cultura di un paese.

Opera prima della troupe creata, in occasione del progetto girato in Birmania e dedicato alla condizione femminile nel sud-est asiatico, il docu-film è disponibile in lingua inglese negli store di Amazon Prime Video di Stati Uniti e Regno Unito, ed è arrivata in Italia in una versione appositamente doppiata.

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