Essere 'Piccole Donne' e diventare grandi, oggi come allora | Roba da Donne

Essere "Piccole Donne" e diventare grandi, oggi come allora

La lettura, molto particolare, intima, a tratti frettolosa ma assolutamente riconoscibile del nuovo "Piccole Donne" al cinema ci ha riacceso un pizzico di speranza e ci ha permesso una sorta di pacificazione con l’autrice del romanzo alla quale, molte di noi, non hanno perdonato l’ammaestramento di Jo.

Volevo solo essere libera. Volevo essere indipendente, seguire il mio istinto, dare forma alle mie fantasie, sostanza ai miei progetti. Volevo essere piena di me, sentirmi apprezzata per la mia testa, le mie azioni, avvertire sempre la presenza di me stessa in ogni momento.

Volevo solo che mi vedessero per quella che sono, senza giudicare i miei capelli in disordine, le macchie di inchiostro sulle dita, la gonna sgualcita, le scarpe comode con cui macinare chilometri, anche se poco femminili, quei modi da “maschiaccio” che da sempre mi rimproverano e quell’insaziabile voglia di avventura e di scoperta del nuovo che mi rende viva, curiosa, generosa. Volevo solo che apprezzassero il mio spirito di iniziativa, spesso delegato e ad appannaggio degli uomini, gli unici a meritare di essere considerati “decisori”.

Volevo che sostenessero la mia voglia e capacità di seguire un obiettivo senza timori, che incitassero lo scintillio dei miei sogni anche quelli più strambi e meno concreti. Volevo che appoggiassero le mie scelte e mi permettessero di sbagliare senza giudicarmi, ma solamente standomi accanto pronti a consolare le ferite all’orgoglio e al senso di frustrazione e che fossero lì per aiutarmi a rialzarmi. Così come ho fatto anche io per loro e continuo a fare per tutte le persone che amo e non per buonismi di sorta ma perché errare fa parte della nostra natura umana ed è veramente l’unico modo per migliorare.

Volevo solo essere me stessa e non necessariamente seguire stucchevoli regole dettate dall’etichetta per avere un posto nel mondo. Volevo solo essere libera che non significa necessariamente fare la rivoluzionaria o vivere fuori dagli schemi; semplicemente scegliere nel rispetto di me stessa assumendomi tutte le responsabilità e le conseguenze del caso: nel bene e nel male; senza il bisogno di “domarmi” o di “addomesticarmi” quasi fossi un essere da re-inserire in un contesto sociale incapace di accettare la diversità o molto più semplicemente chi è capace di pensare con la propria testa e ha il coraggio di portarlo avanti.

A quanto pare la strada da percorrere è ancora tutta in salita. Lo fu tra il 1868 e il 1869 quando Louisa May Alcott pubblicò Piccole Donne, il suo romanzo di successo e lo è anche adesso che a distanza di oltre 150 anni ancora parliamo di questo testo letterario che desta amore e odio e delle sue 4 protagoniste che hanno segnato la formazione culturale e personale di molte di noi: me per prima.

Talmente tanto da essere ricordato come suggello di un’amicizia inossidabile da Lila e Lenù in L’amica Geniale di Elena Ferrante e da essersi meritato ben due adattamenti televisivi, due serie animate e cinque trasposizioni cinematografiche, l’ultima delle quali apre la stagione del 2020 con la regia e la sceneggiatura di Greta Gerwing e la distribuzione della Warner Bros Italia. Proprio la lettura, molto particolare, intima, a tratti frettolosa ma assolutamente riconoscibile che ne ha dato la regista statunitense ci ha riacceso un pizzico di speranza e ci ha permesso una sorta di pacificazione con l’autrice del romanzo alla quale, molte di noi, non hanno perdonato l’ammaestramento di Jo.

"Perché Piccole Donne è per me il libro peggiore di tutti"

Già perché tutto l’inno iniziale a voler essere noi stesse senza briglie imposte è proprio quello che molte di noi hanno sentito quando hanno incontrato Josephine March per la prima volta (Saoirse Ronan e nominata ai Golden Globe 2020) e che ci siamo portate dietro per tutta la vita. In questa nuova versione non sono da meno Meg (Emma Watson), Beth (Eliza Scanlen) ed Amy (Florence Pugh) nella loro impetuosità e nel rimarcare ciò che vogliono dalla vita dal momento che tutto è stato scelto consapevolmente.

Ecco le parole chiave credo proprio che siano queste: consapevolezza e scelta. La prima nell’essere chi si vuole, consce anche di pagare lo scotto di scendere a compromessi per realizzare i propri progetti e ancora di più per una donna per la quale lo stato di indipendenza è una meta ancora più complicata da raggiungere. La seconda come logica conseguenza della prima, come, ad esempio lo sposarsi perché lo si desidera veramente – ed è la scelta della maggiore delle sorelle March – o farlo per soddisfare requisiti sociali imposti dall’epoca (siamo sicuri che ci siamo emancipati da tutto ciò?) o si debba rispondere a delle logiche “commerciali” che da sempre sono spietate e non badano al genere, matrimonio in primis.

A meno che non si nasca ricche e automaticamente libere come la zia March, interpretata da una gigantesca Meryl Streep, che dall’alto della sua posizione è legittimata a dire tutto quello che vuole senza peli sulla lingua. Accanto a lei, questa volta, siede Greta Gerwing e scrive un finale differente che, ci piaccia o no, dona una lettura unica e senza alibi alle sue quattro Piccole Donne.

Articolo originale pubblicato il 3 Gennaio 2020

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