"Che fine ha fatto Bernadette?", quando la voglia di mollare tutto e scappare diventa realtà

In fondo una terza via c’è sempre per ricominciare a provare le “palpitazioni belle” anche se si è madri e mogli. A volte sarebbe sufficiente fermarsi, prendersi tutto il bello e il buono di chi siamo stati e di chi abbiamo accanto per ricominciare il nostro viaggio.

Superati ampiamente i quarant’anni e avvicinandosi rapidamente i secondi “anta” spesso mi chiedo cosa comporti tale passaggio sempre più frenetico verso la maturità in termini di rinunce verso sogni e progetti nuovi,  di contro a un’accettazione quasi indolente di quello che offre la quotidianità.

Pare che il nostro cervello funzioni attraverso un “meccanismo a ribasso” ossia tende a ridimensionare le grandi gioie o i dolori per una questione di sopravvivenza, per prepararci a nuove esperienze e soprattutto a tenerci allertati sulle situazioni di pericolo, di qualsiasi genere esse siano. A quanto mi è dato sperimentare anche sulla mia pelle, da una certa età in poi, tale meccanismo funziona benissimo in noi, talmente tanto da offuscarci la mente e non farci più vedere le cose belle e buone della nostra vita.

E quello che ci mostra internamente per una sorta di severa coerenza è proiettato anche fuori e visibile non solo ai nostri occhi ma anche a quelli dei nostri cari. Al netto di fatti realmente e oggettivamente drammatici, quante volte ci siamo sentite dire “non ti riconosco più, una volta non eri così” o “un tempo ridevi sempre, affrontavi tutto con più grinta; invece ora hai timore di tutto, sei sempre arrabbiata, scontrosa e indolente”?

Ultimamente mi è capitato non poco e per non sentire lamentale o critiche varie, mi armo di un sorriso mistico e tendo a chiudere qualsiasi tipo di conversazione con l’altra persona, dandole ragione e fugando ogni tipo di confronto che possa mettermi di fronte a qualsiasi analisi interiore che rischia di rivelarsi faticosa, lunga, complicata e anche spinosa. In una parola subodoro “pericolo” e mi do a gambe levate, adottando la strategia più antica del mondo: scappare il più lontano possibile per non sentire nessuno.

Personalmente me lo posso permettere, non avendo figli e non essendo responsabile di nessuno che dipenda direttamente da me e dalle mie scelte. In tal senso mi sento quasi una privilegiata.

Che succede, però, quando si è madri e oltre al peso della propria vita che sta cambiando e che necessita anch’essa di cura e di attenzione, si somma quella di una famiglia? Che fare quando non riusciamo più ad adattarci alle situazioni tanto da iniziare a provare ripugnanza per quasi tutta l’umanità? Come dribblare tutte quelle situazioni sociali che ci vogliono vedere belle, serene e realizzate quando dentro non facciamo altro che urlare?

Nella stragrande maggioranza dei casi, ci si accantona per concentrarsi sul benessere dei propri cari, si sostituisce un problema o un malessere personale con una preoccupazione ancora più grossa che impieghi e succhi tutte le energie, impedendoci di focalizzarci su quella parte di noi dolente e non realizzata. C’è chi va avanti tutta la vita in questo modo, trovando un proprio equilibrio, c’è chi, alla fine, scoppia e manda tutto all’aria e chi, invece, si ammala di ansia e depressione e necessita di aiuti esterni per tornare a respirare e a vivere, non senza importanti strascichi.

Che fine ha fatto Bernardette di Richard Linklater e distribuito da Eagle Pictures ci racconta attraverso la bella e ironica interpretazione di Cate Blanchett – tanto da guadagnarsi una nomination ai prossimi Golden Globe – proprio cosa accade a una donna e madre di famiglia che si ritrova in un cul-de-sac con se stessa e con tutto quello che la circonda.

Tratto dal libro Dove vai Bernardette di Maria Semple, edito in Italia da Rizzoli, la protagonista incarna tutto quello descritto finora in maniera estrema e anche parossistica. Con una differenza di fondo: una figlia adolescente spettacolare e adorabile, Bee (Emma Nelson) che, malgrado la giovane età, comprende perfettamente che le inquietudini di sua madre dipendono dal fatto di aver dedicato tutto alla famiglia dimenticandosi di sé, e un atteggiamento maturo e di rimprovero verso Elgie (Billy Crudup), il padre, troppo concentrato a fare carriera alla Microsoft e poco presente nelle loro vite.

Dove vai Bernadette?

A fare da sfondo una piovosa e grigia Seattle che farebbe venire l’uggia anche alla persona più solare di questo mondo ma che ben si allinea con il dolore interno di Bernardette: sociopatica, agorafobica, narcisistica, ansiosa, insonne e depressa che ha come unico interlocutore Manjula, un assistente virtuale indiano a cui affida tutti i dettagli della propria vita e che si rivelerà essere un personaggio molto pericoloso.

Tolti i momenti di comicità l’aspetto davvero bello e interessante su cui riflettere è proprio vedere la deflagrazione di Bernardette di fronte a tutto ciò, scoprire chi sia veramente e quanto poco i suoi affetti più stretti sapessero di lei e fossero in grado di leggere la sua richiesta di aiuto celata da stranezze e da modi insopportabili. Come a dire “Ehi, io sono qua, mi vedete? Cosa aspettate a darmi una mano per uscire da questo pantano in cui sono piombata?”

E così attraverso la voce narrante della figlia ci si para davanti una donna incredibile che nessuno conosceva: un’architetta brillante e luminosa come la sua Los Angeles che per una passata delusione professionale e per scelte familiari aveva deciso di abbandonare tutto per rinchiudersi in se stessa, rinunciando alla sua parte più creativa e artistica ma, al contempo, soffrendone parecchio in solitudine. Una donna che a un certo punto della propria vita, troppo presto forse, ha deciso di tirare i remi in barca e costruirsi intorno e addosso una corazza di antipatia per difendersi da nuovi fallimenti, con il rischio di fare terra bruciata su tutto.

Oltre a incontrare questa splendida donna abbiamo provato la speranza e un po’ di certezza che una terza via c’è sempre per ricominciare a provare le “palpitazioni belle” anche se si è madri e mogli. A volte sarebbe sufficiente fermarsi, prendersi tutto il bello e il buono di chi siamo stati e di chi abbiamo accanto per ricominciare il nostro viaggio con l’entusiasmo dei nostri trent’anni.

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