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Se lo Stato ci urla 'Non farti stuprare' invece di 'Non stuprare'

Un tentativo di stupro, e poi quelle domande che ti macchiano l'anima: "Com'eri vestita? Cosa indossavi?". Perché è così difficile capire che non è il nostro abbigliamento a fornire il consenso, ma le nostre parole?

“Certo, se lei va in giro vestita così…”

“E cosa pretende, se esce da sola di notte?”

Quante volte abbiamo letto, o sentito, queste frasi, di fronte a una donna che denuncia uno stupro, o un tentativo di violenza sessuale? Ormai il refrain è sempre lo stesso, e ha un nome: si chiama “blame the victim”.

È sconfortante prendere coscienza delle volte in cui ci siamo trovati a lottare per provare a far capire che certe cose non sono opinabili, nella vita, che uno stupro non può avere nella vittima una “partner in crime“, e che alla casella “giustificazioni plausbili” debba essere scritto un mai a caratteri cubitali.

I casi delle due studentesse americane violentate a Firenze e, andando a ritroso nel tempo, lo stupro di Franca Rame e il “Processo per stupro” mandato in onda dalla Rai nel 1979 ne sono esempi eclatanti e dolorosi.

E ora l’episodio raccontato da questa ragazza, Rovena Zekaj, che su Instagram denuncia una volta di più un sistema marcio alle radici, in cui piuttosto che offrire tutela e conforto alle vittime si cercano motivi per renderle “attaccabili”. Questo episodio in particolare è avvenuto in Albania, ma è chiaro che la discriminante “geografica” non esista, e gli esempi citati poco sopra ne sono la prova evidente.

9 stupri su 10 non vengono denunciati – scrive Rovena – perché si ha paura che poi non vadano a buon fine, si ha paura che la polizia e lo Stato non faccia il proprio dovere. Io oggi sono qui a raccontarvi la mia esperienza, non sono stata stuprata ma quasi. Stavo tornando a casa, dopo un paio di dibattiti con tre ragazzi che mi minacciavano e offendevano dentro la loro macchina, ubriachi, uno di loro senza che io me ne accorgessi è sceso dalla macchina, mi ha inseguita, mi ha presa dal collo, e buttata a terra. Tutto ciò in strada.

Dopo avermi buttata a terra mi si è messo sopra e ha iniziato a toccarmi, ha cercato di togliermi la maglia, ma avevo un body, che ho consegnato ai carabinieri tutto strappato. Prima del quasi stupro avevo chiamato i carabinieri, che non sono intervenuti.
Questo è un trauma.
Questo è ciò che succede quando le forze dell’ordine non funzionano.
Non sono stata stuprata per uno solo motivo: ha sentito dei rumori e si è spaventato.
L’uomo aveva 36 anni, una FIGLIA, e moglie.

La società, lo Stato ci urla ‘Non farti stuprare’ invece di ‘Non stuprare’.

Perché se ho un maglia di pizzo: me la sto cercando.
Perché ogni anno mi regalano uno spray al peperoncino.
Perché i miei vestiti dicono di più sul mio consenso di quanto non faccia la mia bocca.

La prima cosa che mi è stata chiesta – continua nel video – è ‘Cosa indossavi? Avevi una gonna? Forse la gonna era troppo provocante?  Che maglietta portavi? Ah, era una maglietta di pizzo, ma si vedeva il reggiseno?

Rovena ha raccolto già tantissima solidarietà sui social, con moltissime persone che hanno ri-postato le sue stories raccontando questo episodio davvero triste.

Fonte: Instagram @cocochanelrz

Ma questo, ovviamente, da solo non può essere sufficiente, soprattutto se a pensare che anche la vittima sia a suo modo colpevole sono proprio coloro che dovrebbero tutelare e far sentire al sicuro.

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