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“Ora posso dire che essere licenziata è stata la mia fortuna”

"Se non mi avessero dato il benservito, tra cinque anni probabilmente sarei stata lì a dirmi che non volevo passare così il resto della mia vita, pur facendo prevalere l’importanza di uno stipendio sicuro”.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Libere di essere” powered by N26
Un licenziamento è, un po’ come un divorzio, un evento che porta con sé un profondo senso di fallimento.
Non importa quanto ti facesse schifo quel lavoro, né quanto poco ti pagassero rispetto alle tue mansioni e alle tue competenze; non importa neppure se, a livello più o meno inconscio, era da tempo che ti dicevi “non potrà andare avanti per sempre così” o se non ce la facevi più.
Arriva quella lettera e tu senti di aver fallito. Un pezzo della tua vita si ferma, finisce, diventa un binario morto, ma il resto va avanti: il mondo va avanti, vanno avanti le bollette e le rate del mutuo o dell’affitto, va avanti la vita sociale dei tuoi amici, alla quale partecipi sempre meno perché anche una pizza costa troppo se le tue entrate sono zero.
Arrivano ansia e panico a toglierti la lucidità mentale nel momento in cui più ne avresti bisogno. Sei inutile, o è così che ti senti, e la società sembra dirti che sì, se non puoi acquistare, non vali nulla.
Poi esiste un abisso più profondo, comune alle storie di disoccupazione che non trovano soluzione e di cui è importante parlare con cognizione di causa e grande rispetto, ma fortunatamente nel mio caso è stato un abisso in cui ho guardato appena, senza finirci dentro.
È stato per fortuna, sì, ma anche per talento e, oggi voglio prendermene il merito senza modestia, per caparbietà.
Mi chiamo Valentina, ho 32 anni e nella vita facevo l’impiegata commerciale in un’azienda tessile locale. Un lavoro che non ho mai amato, con l’aggravante di un ambiente chiuso e fermo alla mentalità padronale degli anni Cinquanta, ma senza lo slancio economico di quel momento, anzi.
“Come ho lasciato un lavoro a tempo indeterminato per seguire le mie passioni”

“Come ho lasciato un lavoro a tempo indeterminato per seguire le mie passioni”

Come ci fossi finita, a fare quel mestiere, è una storia lunga e non interessante per gli altri. Non diversa da quella di tanti: una serie di contratti precari, lavori in nero, rospi da mandare giù e necessità di sbarcare il lunario. Quello che forse è più interessante a dirsi è quello che volevo fare da ragazza: dipingere.
A dispetto di ogni saggio consiglio genitoriale, ho frequentato un istituto d’arte senza un’idea precisa di quello che avrei fatto poi, lo confesso. Sapevo solo di voler vivere in mezzo ai colori e all’arte, ma poi il flusso degli eventi e delle incombenze quotidiane mi ha portata lontana dei miei studi e, aggiungo, dai miei sogni.
A riavvicinarmici è stata una vecchia conoscenza del mio paese di origine, in cui non vivo più. L’ho incontrata per caso un giorno in cui sono andata a trovare i miei ed è stata lei, una volta saputo della mia disoccupazione, a dirmi:
“Ma tu non hai sempre dipinto e fatto vari lavori artistici? Perché non ti inventi qualcosa e lo vendi su internet?”.
Sul momento mi era sembrata una cosa campata in aria, ma quel consiglio mi è ronzato in testa nei giorni successivi.
Quante volte mi era capitato di postare alcuni miei lavori – una ciotola di argilla creata e dipinta da me o il servizio da caffè vecchio della mia bisnonna, reinterpretato dalla sottoscritta in chiave più pop – e aver ricevuto più like del solito, complimenti o domande? Tante.
Tempo fa una mia amica mi aveva chiesto di fare le bomboniere per il suo matrimonio e, dopo quella volta, alcune sue cugine e invitate avevano fatto, negli anni a venire, altrettanto.
Persino i due comodini vecchi e malandati presi al mercatino delle pulci che ho restaurato per la mia casa o il tavolo dell’Ikea cui ho fatto applicazioni di mattonelle in maiolica hanno sempre avuto grandi apprezzamenti social e non, oltre al fatto che non conto più le volte in cui le persone entrate in casa mia – totalmente arredata/ dipinta da me, spesso a partire da materiali da riciclo (o da buttare) – mi hanno detto “dovresti farlo per lavoro”.
Ho un talento, un’arte che amo e che mi ero ormai rassegnata a pensare destinata a essere solo un passatempo. E invece eccola qui, la mia occasione: il licenziamento.
Se non mi avessero dato il benservito, tra cinque anni probabilmente sarei stata lì a dirmi che non volevo passare così il resto della mia vita, pur facendo prevalere l’importanza di uno stipendio sicuro. Invece il licenziamento è arrivato come uno schiaffo, a distruggere le mie certezze ma anche a liberarmi dal dovere della saggezza.
Ebbene sì, ho deciso di provarci. Sto creando i miei canali social e definendo i servizi che voglio offrire. Sicuramente mi concentrerò su bomboniere e regali personalizzati da proporre e vendere online, dove posso raggiungere clienti in ogni parte d’Italia e, più avanti, magari anche del mondo. Ma voglio inoltre offrire i miei servizi per il recupero creativo di mobili e oggetti vecchi o che non piacciono più, anche offline.
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Sicuramente, quello che è 100% online, o meglio 100% mobile, è il mio conto business N26 (sono loro ad avermi dato l’opportunità di raccontare la mia storia).

Lavorerò molto di pennelli, colori, solventi e piallatrice, ma anche di smartphone e computer. Un conto che posso gestire completamente da app, quindi, è per me un modo ormai imprescindibile di effettuare e tenere traccia di tutte le operazioni bancarie via smartphone, in qualsiasi momento e ovunque mi trovi. 

Sì, lo ammetto, avevo qualche reticenza sul fatto di affidarmi a un banca mobile, ma se c’è una cosa che ho imparato da quello che mi è successo è che, spesso, i limiti che ci poniamo sono solo nella nostra testa. Oltre al fatto che la garanzia di non avere commissioni nascoste ogni volta che pago, in Italia come all’estero, non sembra ma, nel medio e lungo termine, significa una bella somma risparmiata.

Tramite la chat disponibile nell’app N26 ho ricevuto un’assistenza puntuale, oltre al fatto che zero filiali significa anche conto a zero spese, più un cashback dello 0,1% per ogni acquisto effettuato con la carta di debito business.

E poi diciamolo: non ho mai pensato mi sarei trovata a parlare bene di una banca ma, del resto, non avevo neppure mai pensato di aprire partita iva e fare quello che ho sempre amato da freelance.

La testimonianza di Valentina, cliente di N26, è pubblicata con il suo gentile consenso, omettendo dati sensibili nel rispetto della privacy.
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