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Il reggiseno non è un indumento da “ragazze perbene” e possiamo non metterlo

Veramente c'è ancora qualcuno che ha intenzione di mettere in piedi un'intera discussione sul fatto che Carola Rackete non porti il reggiseno o, più in generale, che ci siano donne che non lo portano? E noi che pensavamo si trattasse solo di un oggetto utile, ma il cui utilizzo fosse lasciato alla libera discrezionalità della donna, al suo sentirsi più o meno a proprio agio con o senza, alla sua volontà insomma.

Carola Rackete è sicuramente uno dei personaggi più discussi degli ultimi mesi. Su di lei sono stati versati fiumi d’inchiostro e spese parole di ogni genere, naturalmente non in tutti casi benevole (per usare un eufemismo).

“Ragazzina viziata”, “rastona”,  auguri di stupro vari, sulla comandante della Sea Watch 3 che il 28 giugno ha infranto il blocco navale italiano, per approdare a Lampedusa e far sbarcare i 42 migranti a bordo, le critiche e gli insulti si sono abbondantemente sprecati. Soprattutto da parte di chi, lungi dal poter esprimere il dissenso o il distaccamento, del tutto legittimi per carità, dal comportamento della Rackete in maniera civile e argomentata ha deciso, come spesso accade in mancanza d’altro, di tirare fuori l’artiglieria pesante e sfogare – soprattutto via social – il proprio livore in altre maniere, ben meno giustificabili.

Dal giornalismo, però, ci di aspetta – anzi si dovrebbe pretendere – un atteggiamento quanto più possibile neutrale o che, quanto meno, non vada volontariamente a “fomentare le masse” insistendo in maniera pruriginosa su dettagli che toccano determinati nervi scoperti; ecco perché dà da pensare il titolo di Libero Quotidiano che, fra i tanti argomenti da scegliere per parlare della convocazione di Carola in Procura il 18 luglio, ha deciso di concentrarsi su un particolare dell’aspetto della capitana. La sua assenza di reggiseno.

Definito, citando esattamente il titolo del quotidiano diretto da Pietro Senaldi, come un atto di “sfrontatezza senza limiti”.

Della serie, che vuoi che sia essere chiamate in una Procura della Repubblica come indagate per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, a fronte dell’atto osceno di presentarvisi con un paio di capezzoli che spuntano birichini e ammiccanti da sotto una maglietta nera perché non si è messo il reggiseno?

È un vero e proprio oltraggio al pudore, nonché la prova più evidente del fatto che non ci troviamo di fronte a una brava ragazza. Come può esserlo una che non indossa il reggiseno?

E noi che invece pensavamo non si trattasse altro che di un oggetto utile, per carità, ma il cui utilizzo fosse lasciato alla libera discrezionalità della donna, al suo sentirsi più o meno a proprio agio con o senza, alla sua volontà insomma.

Veramente c’è ancora qualcuno che ha intenzione di mettere in piedi un’intera discussione sul fatto che Carola Rackete non porti il reggiseno o, più in generale, che ci siano donne che non lo portano? Lasciando a intendere, magari, che a queste ultime sia dedicato un particolare girone dell’inferno, quello pensato, chissà, per le audaci che sfidano la pubblica morale esibendo due rotondi capezzoli che spuntano indomiti e non coperti dalla salvifica coppa del reggiseno dalla t-shirt?

Altro che campagne per il #freethenipple, qui c’è da fare tabula rasa e ripartire da zero. Dal fatto, ad esempio, che la libertà di scelta sia il primo e più importante diritto concessoci. Anche quando si tratta di decidere se indossare o meno il reggiseno, come perfettamente analizzato da Carolina Capria in questo post.

Una donna può voler reggere il seno perché trova più comodo diminuire l’ingombro e il peso delle due mammelle.
Oppure può decidere di non avere bisogno di sostegno, perché ha il seno piccolo o perché trova poi comodo stare senza costrizioni.
Insomma, cacchi suoi, il reggiseno serve o non serve a lei, secondo una sua personale valutazione.
Il reggiseno non è un indumento che serve per farci apparire pudiche e decorose, ragazze perbene.
Il reggiseno serve a reggere il seno.

La presenza o l’assenza di un reggiseno non ci definisce come persone. Sembra persino assurdo scrivere un pensiero del genere, per quanto dovrebbe essere naturale e scontato, ma non lo è, se c’è chi addirittura ci costruisce articoli intorno giocando, evidentemente, su quella pruderie patriarcale e maschilista che ci fa guardare sempre con un occhio diverso a quello che fanno le donne, specie se nella posizione di Carola Rackete.

Una donna con il reggiseno non è una “brava ragazza” a priori, una donna senza non è il diavolo tentatore personificato né, tantomeno, un’esibizionista alla disperata ricerca di catcalling.

Vogliamo discutere del cosiddetto dress code, ovvero il codice di abbigliamento secondo cui esistono outfit appropriati a seconda di contesti e circostanze diverse, prendendo ancora una volta spunto dall’articolo di Libero?

Sobria sì, ma con un dettaglio decisamente fuori luogo: niente reggiseno. Un po’ di decenza in più in un luogo pubblico non avrebbe guastato, anche se per chi venera il concetto di libertà anche in spregio alla legge o l’autorità militare, in fondo, quella del seno è l’ultimo dei pensieri.

È chiaro che il concetto di decenza di fronte a una maglietta nera, con le maniche lunghe arrotolate, non si ponga. Più in generale, è chiaro che il concetto di decenza non sia subordinato a un reggiseno.

Nessuno avrebbe notato l’assenza degli slip su un uomo. Soprattutto, nessuno ne avrebbe associato l’assenza a una certa perversione morale o a una “sfrontatezza senza limiti”. Più presumibilmente, ci si sarebbe appellati a una dimenticanza o si sarebbe fatta un’alzata di spalle dicendo “Forse gli davano noia”.

Ma si sa, più d’uno ha ancora qualche problema con le tette delle donne.

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