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Alle bambine che sognano di essere principesse facciamo vedere Jasmine

Quanto ci siamo stancate delle principesse che prendono vita solo ed esclusivamente grazie all’intervento di uno sconosciuto che arriva e in poco tempo sistema tutto?
Questo contenuto fa parte della rubrica “Camera con vista”

Diciamoci la verità: da uno a dieci quanto ci hanno stancato le storie di principesse belle, languide e tanto gatte morte che vivono rinchiuse dentro a un castello perché il mondo esterno è pericoloso e inadeguato a una donzella e trascorrono la propria esistenza tra apatici sospiri in attesa che arrivi un eroe a liberarle per vivere felici e contenti? Personalmente? Talmente tanto che appena ne sento nominare una, mi viene l’orticaria e ho l’istinto di prendere tutte le favole di quando ero piccola e di riscrivere da capo il finale.

Se non altro per non far sembrare noi donne le deficienti della situazione che prendono vita solo ed esclusivamente grazie all’intervento di uno sconosciuto che arriva e in poco tempo sistema tutto. Che poi magari a queste “principesse gatte morte” forse neanche piace sul serio il fenomeno di turno ma se lo fanno andare bene perché è l’unica via di uscita per determinarsi in qualche modo.

Per fortuna, non tutte le letture delle favole sono così sessiste e antiquate ma c’è uno spiraglio di buon senso in quelle più moderne e destinate alle nuove generazioni nelle quali il ruolo delle principesse è decisamente più vero, più umano e più assimilabile alle aspirazioni di una donna che può non solo “essere unica ma anche tutto ciò che vuole”, principessa compresa. 

Sulla scia di questa importane premessa il remake in live action di Aladdin (Mena Massoud) della Walt Disney diretto da Guy Ritchie ci regala non solo una favola bella e divertente che non ci fa rimpiangere il cartoon ma anche una Jasmine (Naomi Scott) più forte, consapevole e ribelle che la allontana di molto (e per fortuna) dallo stereotipo di donna bella ma senza anima e aspirazioni, tipica delle fiabe classiche.

Lo spirito trasgressivo e battagliero di Jasmine si intravede già nelle prime scene quando si intrufola di nascosto nei meandri della sua amata città per conoscere il popolo da vicino e si rende conto dello stato di povertà in cui vivono i suoi cittadini; ed è proprio lì che incontra Aladdin, il ladruncolo sempre accompagnato dalla sua scimmietta ed è con lui che sfugge alle guardie del sultano perché ha rubato del pane per regalarlo ai poveri.

Non può rivelare, però, la propria identità perché le è vietato lasciare il palazzo e si finge Dalia (Nasim Pedrad), la sua dama di compagnia che nel corso della narrazione farà innamorare il genio della lampada, interpretato da uno spettacolare e pirotecnico Will Smith che ci ha regalato non pochi momenti di frizzanti risate e ritmo, degni dei migliori musical di Broadway.

Ad avvalorare ancora di più il temperamento autonomo e moderno di Jasmine sono i suoi continui rifiuti a sposare gente sconosciuta, come ad esempio, l’algido principe Anders (Billy Magnussen) – personaggio nuovo e introdotto in questa versione- solo in nome di una legge di stato che le impedisce di governare perché è donna e, in quanto tale, deve stare zitta, come spesso le ricorda il perfido visir Jafàr (Marwan Kenzari).

A tale imposizione, però, fa eco la continua determinazione della nostra eroina a intraprendere la carriera politica per risollevare le sorti del suo regno come testimoniano le pile di documenti e di mappe accatastate nella sua stanza. Perché per governare e fare bene il proprio lavoro, bisogna studiare e prepararsi, è necessario conoscere il popolo e, soprattutto, è conditio sine qua non che sia rispettata come donna che ha specifiche aspirazioni alle quali non vuole rinunciare per niente e nessuno al mondo.

Ed è proprio la connotazione molto femminista di Jasmine che, a tratti rievoca la Primavera Araba e il diritto delle donne a far sentire la propria voce, oltre a un cast multietnico che ha reso tutta la narrazione più speziata e vivida e una sequela di effetti speciali studiati a regola d’arte, ad averci fatto trascorrere due ore di visione con animo piano e leggero, noncuranti dei tanti bambini urlanti che affollavano la sala e del fatto che stavamo guardando una favola nei confronti della quale eravamo partite un poco prevenute.

A piacerci ancora di più, però è stato il finale: ossia la realizzazione professionale della nostra principessa che, divenuta sovrana, ha potuto cambiare quella legge che limitava la libertà delle donne in fatto di matrimonio e la sua scelta di sposare chi voleva e non chi avrebbe dovuto.

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