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Red Joan: quante anime segrete si racchiudono in una donna?

Come si può vivere e convivere con se stessi e gli altri percorrendo sempre e comunque la strada della doppiezza? Qual è il segreto per non rischiare di impazzire? Ma soprattutto qual è quel quid che dà equilibrio a tutto ciò?
Questo contenuto fa parte della rubrica “Camera con vista”

Madre, amante, amica, compagna, rivale, lavoratrice, scienziata, spia, traditrice e via discorrendo; l’elenco di quello che ci determina, in parte, in toto o in diversi ambiti, potrebbe essere infinito ma la domanda alla base di tutti questi appellativi è una sola: quante anime più o meno segrete sono racchiuse in una donna? Soprattutto, però, saremmo in grado di essere tutto ciò e anche di più vivendo all’apparenza una vita normale mentre invece nell’ombra ne portiamo avanti un’altra segreta? Se sì, da cosa saremmo indotte nel nostro intimo?

Questi interrogativi ci ha ispirato Red Joan, ultimo film diretto da Trevor Nunn e distribuito in Italia da Vision Distribution e Cloud 9 Film, basato su una storia vera e narrata nel libro La ragazza del KGB di Jennie Rooney. Protagonista del film è Joan Stanley (Judi Dench nel ruolo da anziana e Sophie Coockson in quello da giovane) che per oltre quaranta anni ha vissuto la doppia vita di madre e spia del KGB iniziata, quest’ultima, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.

All’inizio degli anni 2000 incontriamo la nostra protagonista, ormai anziana pensionata e nonna all’interno della sua ricca casa in un prestigioso sobborgo di Londra, dedita alla famiglia e alla passione per il giardinaggio. Improvvisamente la sua vita viene stravolta da un arresto e dalla sconvolgente accusa di alto tradimento ai danni della Corona Britannica: durante la Seconda Guerra Mondiale, Joan ha collaborato segretamente con l’Unione Sovietica passando al nemico importanti segreti militari.

A difenderla c’è il figlio avvocato Nick (Ben Miles) che durante l’interrogatorio, a cui è sottoposta, momento centrale di tutta la narrazione, scopre incredulo tutta la verità: veramente sua madre ha vissuto una doppia vita di cui nessuno sapeva niente. Tutto comincia quando la giovane Joan studentessa di fisica a Cambridge si appassiona al giovane comunista Leo Galich (Tom Hughes) e appena “certificata” e non laureata perché a quel tempo le donne non potevano ambire a questo titolo di studio, inizia a collaborare per il professore Max Davies (Stephen Campbell Moore) che con il suo team sta lavorando alla bomba atomica.

Scioccata dalla potenza distruttrice di quest’arma di massa dopo la catastrofe di Hiroshima e Nagasaki, decide di impegnare la propria vita per rendere il mondo un posto migliore; è questo che la induce a divenire una spia, non l’ideologia comunista né l’amore per un uomo. Una scelta più “logica che ideologica”, una decisione etica e non di sentimento, dettata soprattutto dal fatto che, in quanto donna, era stata totalmente ignorata dall’allarme cosciente che aveva lanciato su quel folle progetto. In quanto femmina, però, e, quindi, facilmente assimilabile a un’ombra, a quei tempi poteva essere coinvolta in modo più semplice in questioni di spionaggio e di lavori sotterranei. Joan Stanley opta per questa strada che porta avanti fino alla fine.

Operare in una zona buia, restare fermi sui propri principi, lottare per i propri ideali e andare dritti come treni: unica condizione non poterlo fare alla luce dl sole e, quindi, se non si vuole rinunciare a tutto il resto, questa diventa solo una parte della propria vita condivisa solo da se stessi. Sopra se ne costruiscono tante altre: quella di facciata, ammessa dalla società, quella casalinga accettata dai propri cari, quella più “sfacciata” rivelata ai propri amici o confidenti. Infine quella da combattente ed estrema, non tollerata da nessuno ma scelta solo ed unicamente per se stessi.

Ci impressionano sempre tanto storie di questo genere: in primo luogo perché l’animo umano è davvero vasto e infinito e non finisce mai di stupirci. In seconda battuta perché ci inquieta e non poco: come si può vivere e convivere con se stessi e gli altri percorrendo sempre e comunque la strada della doppiezza? Qual è il segreto per non rischiare di impazzire? Ma soprattutto qual è quel quid che dà equilibrio a tutto ciò? Nel caso della nostra protagonista è stata la sua morale di donna e di professionista, ma in casi meno estremi, più normali e vicini a noi, qual è la vera ratio?

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