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La sindrome da Didone e da Bond Girl: le donne che cadono ai piedi di un uomo

Sono donne con curricula professionali e qualifiche eccellenti, tanto da far sembrare un dilettante allo sbaraglio il nostro James: ricoprono cariche apicali, sono ingegneri astrofisico-nucleari, scienziate, pilote e chi più ne ha, più ne metta. Eppure tutte, ma dico tutte, cadono come pere cotte ai piedi dell’agente segreto più famoso del mondo.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Camera con vista”

Corpo sinuoso e magnifico che ci fa ripromettere severe diete e intense sessioni di palestra; trucco impeccabile anche dopo le situazioni più estreme, cosa che noi comuni mortali non possiamo vantare nemmeno dopo la toilette mattutina; abiti da sogno che non si sgualciscono nemmeno dopo voli rocamboleschi da grattaceli o macchine in corsa, mentre a noi basta uno sguardo per avere pieghe ovunque e sembrare sempre sciatte.

Per non parlare, poi, delle scarpe che indossano: tacchi estremi che farebbero vacillare anche la trampoliera più esperta ma che nel loro caso si trasformano in un incedere naturale come se avessero piume ai piedi che le portano anche a fare corse campestri tra mille ostacoli.

Di chi stiamo parlando? Ma proprio di loro, delle “Bond Girl”, l’appellativo dato ai personaggi femminili principali dei film che hanno per protagonista l’eroico e immortale James Bond, nome in codice 007. E già qui mi incazzo e non poco: sì perché tali personaggi non sono qualificati in funzione delle loro qualità e della loro personalità, ma nell’economia della narrazione prendono forma e vita, come fossero belle statuine, solo in base alle necessità del nostro agente segreto: una sorta di bella pianta ornamentale che fa tanto arredamento.

Pur ricalcando tutte il medesimo schema di bellezza, la maggior parte di loro incarna donne con curricula professionali e qualifiche eccellenti, tanto da far sembrare un dilettante allo sbaraglio il nostro James: ricoprono cariche apicali, sono ingegneri astrofisico-nucleari, scienziate, pilote e chi più ne ha, più ne metta.

Hanno carattere, intelligenza, forza, provvedono da sole a se stesse, vanno dritte per la loro strada, sono perseveranti, caparbie e non si lasciano abbattere dalle difficoltà. Insomma belle, brave e di successo, in una parola perfette!

Eppure tutte, ma dico tutte, cadono come pere cotte ai piedi dell’agente segreto più famoso del mondo quando lo incontrano. Improvvisamente si rincoglioniscono in maniera irreversibile davanti al suo sguardo e basta un suo schiocco di dita per farle convertire da donne dominanti a zerbini. Alcune di loro sono disposte a sacrificare persino la propria esistenza e a morire per lui.

E qui il mio sclero raggiunge punte vertiginose perché non se ne salva una e si trasformano tutte nella Didone dei nostri tempi. Ve la ricordate la meravigliosa regina di Cartagine narrata nell’Eneide? Quella donna strepitosa che da sola tenne testa a eserciti e re in una società dominata completamente da uomini? La sovrana incontrastata che fondò e governò un regno florido e invidiabile e che preferì restare vedova e fedele al ricordo del marito morto invece di risposarsi e rispettare le convenzioni sociali dell’epoca? La forte, volitiva e combattente Didone che, però, dinanzi a Enea perse ogni difesa, quasi fosse un’adolescente alla prima cotta amorosa, fino ad arrivare a togliersi la vita?

L’icona della donna potente che la letteratura dell’epoca ma anche la filmografia dei nostri giorni ha sentito la necessità di sfatare e di depotenziare in qualcosa di debole di fronte all’amore e alla passione, i più naturali dei sentimenti. Come se fosse inaccettabile il fatto che una donna possa superare l’uomo in quanto a ruoli professionali e capacità decisionale e si fosse sentito il bisogno di renderla malleabile come creta nelle mani del suo amante.

Ecco per noi le “Bond Girl” che dagli anni ’60 a oggi sono state interpretate da star quali Ursula Andress, Corinne Cléry, Carol Bouquet, Grace Jones, Minnie Driver, Monica Bellucci, Eva Green rappresentano tutte delle piccole copie di Didone di cui, però, avremmo preferito un finale diverso: un bell’addio a James lasciato solo e anche un po’ piagnucolante a chiedersi dove avesse sbagliato con ciascuna di loro.

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