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Se nelle scuole italiane si fanno “esperimenti” sui bambini neri

L'"esperimento sociale" condotto su un bambino nero in una scuola di Foligno ci spinge a chiederci: è davvero il modo migliore per insegnare che il razzismo è sbagliato?

Certamente il problema del razzismo, spinto dal panico per il terrorismo e dalla lotta politica sul tema dei flussi migratori, è di grande attualità, sempre ammesso che abbia mai effettivamente smesso di esserlo.

Non siamo più ai tempi dell’apartheid, né a quello della divisione di posti sugli autobus, nei locali o nelle scuole tra bianchi e neri, ma questo non significa che ideologicamente le cose siano migliorate.

Chiaramente, in un clima in cui il “diverso”, qualunque sia la manifestazione della sua diversità, viene visto con sospetto o comunque con una malcelata diffidenza, il compito più complesso è quello di educare una nuova generazione di futuri adulti a crescere senza il timore “dell’altro” o, peggio, nel pregiudizio o persino nell’odio. Complesso perché, se i primi a mandare input sbagliati sono proprio i genitori, o, in generale, chi dovrebbe insegnare a questi bambini il rispetto per tutti, è chiaro che insegnare loro concetti come “uguaglianza e tolleranza” sia decisamente più difficile. E il rischio, va da sé, è molto alto, dato che ci prepariamo a un futuro in cui la multietnicità e la multiculturalità saranno presumibilmente diffusissime.

Come spiegare quindi ai bambini che il “diverso” in realtà, non esiste? Molti oggi usano i cosiddetti esperimenti sociali per sostenere qualche tesi, lavorando direttamente sulle emozioni e sulle espressioni spontanee delle persone per valutarne atteggiamenti e pensieri e dimostrare qualcosa.

Ma rimangono certamente dei dubbi sulla bontà dell’esperimento promosso in una classe elementare di Foligno da un maestro, Mauro Bocci, che, per parlare di Shoah e integrazione – questa, almeno, è stata la sua difesa – ha letteralmente isolato l’unico bambino nero della classe, costringendolo a stare in piedi, da solo, alla finestra, e usando verso di lui espressioni come “Quanto sei brutto, non mi devi guardare”.

A raccontare l’episodio è stato proprio il bambino, che il Corriere della Sera ha chiamato Mike; vedendolo stranito, i suoi genitori – una coppia di nigeriani che da anni vive in Italia, tanto che il piccolo è nato nel nostro Paese – gli hanno domandato se fosse successo qualcosa, e a quel punto lui ha confessato l’umiliazione subita dall’insegnante, un supplente. La mamma di Mike si è confrontata con altre, che hanno confermato la versione del bambino, dato che anche i suoi compagni di classe hanno ripetuto la medesima storia ai loro genitori.

Il maestro ha invitato Mike ad alzarsi, gli ha detto quanto sei brutto, non mi devi guardare e gli ha ordinato di girarsi verso la finestra.

Mike, molto studioso ed educato, il lunedì rifiutava di andare a scuola, per paura di subire la stessa situazione; si è convinto solo perché ha saputo che il maestro sarebbe stato in un’altra classe. Ma le conseguenze per quel gesto orribile, su di lui, sono rimaste, tanto che i suoi genitori hanno deciso di rivolgersi all’avvocato Silvia Tomassoni per denunciare l’insegnante.

Nonostante la difesa del docente, infatti –  in collegamento telefonico a Porta a Porta ha spiegato che in classe stavano affrontando il tema della Shoah e che aveva anticipato agli studenti il gesto provocatorio chiedendo “Possiamo fare una cosa di questo tipo?”, trovando la loro risposta affermativa – sembra che anche la sorellina di Mike, minore di un anno, abbia subito lo stesso tipo di trattamento dal maestro, motivo per cui la famiglia ha optato per la denuncia e per cui il maestro è stato sospeso, per “incompatibilità ambientale”.

Rita Barbetti, vicesindaco di Foligno ed insegnante in pensione, ha detto di voler credere alla buona fede dell’insegnante, ma anche di nutrire perplessità verso il metodo che lei giudica “dirompente”: “Come si fa ad applicarlo in una classe di bimbi di 10 anni? Il prof ha senz’altro sbagliato”.

Chiaramente non possiamo sapere se l’intento del maestro fosse davvero quello di insegnare, in maniera pratica seppur brutale, cosa significhi essere oggetto di discriminazione, e non spetta a noi il compito di formulare una sentenza sul suo operato, soprattutto tenendo conto del fatto che chi di dovere abbia già preso i necessari provvedimenti, anche solo cautelari. Come del resto non spetta a chi, non dimostrandosi migliore di chi ha commesso la stupidaggine iniziale, ha cominciato a tempestare il profilo Facebook dell’insegnante con insulti e minacce, cosa che di certo non rende onore ai suoi autori nel tentativo di difendere una causa.

Possiamo però dire che probabilmente fare degli “esperimenti sociali” su un bambino di soli 10 anni, sottoponendolo alla pressione dell’isolamento, agli sguardi degli altri, mettendolo alla berlina di fronte ai coetanei non è, in tutta onestà, il metodo migliore per far imparare che il razzismo è sbagliato, se non per altro per le implicazioni psicologiche che questo genere di situazione può avere sul bambino stesso, per il senso di frustrazione e di umiliazione che difficilmente sono spiegabili a questa età. E perché c’è il rischio che a sentirsi “sbagliato” sia proprio lui.

Quello che però più ci colpisce in questa storia dove non sembra esserci niente di buono è invece proprio la cosa più bella accaduta, ovvero la difesa di Mike da parte di tutti i suoi compagni di classe.

Mi è piaciuto – ha detto il bambino alla mamma – vedere ragazzini e ragazzine, tutti con la pelle bianca, che si sono alzati e sono venuti vicino a me, si sono messi lì alla finestra e hanno detto al maestro: noi siamo uguali, noi siamo come lui, perciò anche noi ora stiamo qui, fermi, a vedere il mondo là fuori.

Questo ci rincuora. Perché significa che quel “mondo là fuori”, un domani, sarà in mano ad adulti che oggi si sono comportati così.

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