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Se la pubblicità di San Valentino ironizza sullo stupro

Se lo slogan di San Valentino ironizza sullo stupro. Ecco perché non c'è proprio niente di ironico nel dire "Perché sedurle quando puoi sedarle".

Nessuna scusa, almeno inizialmente, solo un post di spiegazioni per difendere le ragioni – ammesso che ce ne siano, e obiettivamente è difficile trovarle – di quella scelta. I gestori del locale romano Niji probabilmente non si rendono conto della potenziale forza negativa del messaggio comparso nei giorni scorsi sulla loro pagina Facebook, quando per allettare la clientela in vista del San Valentino sono usciti con una pubblicità a dir poco raccapricciante, e si sono limitati a fare spallucce, dichiarando offesi che nelle cose “ognuno vede ciò che vuol vedere”. Il problema, cara Elisa Bonafede, proprietaria del Niji, che ha firmato il post, è che in questo messaggio c’è ben poco che possa essere considerato suscettibile di opinabilità, che lascia davvero uno spazio esiguo, se non nullo, alla libertà interpretativa. Perché scrivere

Perché sedurle quando puoi sedarle?

Non ha proprio niente a che vedere con l’ironia, con l’essere spiritosi, né con un certo talento nel marketing, e chi da una frase del genere si sente insultato non è particolarmente permaloso o scontroso, ha solo quel pizzico di buon senso che lo spinge a pensare che, in un momento storico in cui la battaglia per arginare la violenza di genere è una delle più pesanti, difficoltose e importanti che si stanno facendo, lanciare uno slogan simile equivale a sputare in faccia a tutti gli sforzi e a vanificare lotte e campagne, oltre che a umiliare ulteriormente chi l’abuso sessuale lo ha subito.

Il motivo per cui questa pubblicità infastidisce è piuttosto chiaro: non c’è buon gusto, né sensibilità, nell’ironizzare sullo stupro, come molti hanno fatto notare nei commenti sotto il post. “Di solito gli uomini che SEDANO le donne, poi le STUPRANO. SEDARE non vuol dire gustare insieme il piacere del bere. Alimentate la cultura dello stupro e giustificandovi risultate ancora più sgradevoli“. Impossibile ridurre lo spiacevole gioco di parole a uno sfortunato equivoco, se poi dal locale arriva una risposta del genere.

Oggi siamo stati criticati per questo ‘slogan’ – si leggeva nel post iniziale pubblicato sulla pagina Facebook del locale, poi rimosso e prontamente sostituito con un altro di scuse – Questo post non è stato fatto con nessun intenzione di mancanza di rispetto verso nessuna donna, in quanto il Niji è un locale di accoglienza verso ogni essere umano e che accanirsi verso un post così è al quanto esagerato. ‘sedarle’ facciamo riferimento alla nostra arte nel bere, non a casi o a persone in prima persona… Al contrario il post è stato scritto con l’intenzione di strappare un sorriso e non alludendo ad altro!!!!! Ognuno vede ciò che vuol vedere…

Il problema, però, è proprio questo: non solo la battuta, peraltro mutuata da un’infelice pagina Facebook, che di per sé è già di dubbio (eufemismo) gusto, paradossalmente potrebbe davvero far sentire qualcuno legittimato a usare questa “tattica”, ma se dopo ogni stupro o quasi il leit motiv che sentiamo ripetere incessante è “Anche lei però se l’è cercata”, pensate davvero che lasciar passare il messaggio – per dirla in modi bruschi –  “Fatele bere”, possa contribuire a risollevare una situazione in cui la colpevolizzazione della vittima è all’ordine del giorno? Sarebbe come aver scritto “Ma sì, sedatele/fatele ubriacare, e quel che succede succede”. Che è esattamente tutto ciò di cui non abbiamo bisogno.

Come detto, forse la proprietaria del Niji si è ravveduta, dato che hanno provveduto a far sparire il primo post in cui non era presente traccia di scuse, per sostituirlo con questo.

Non è un caso isolato

Quello che però lascia ancor più perplessi è pensare a quanto la mentalità sessista sia diffusa in generale nel mondo pubblicitario; e non parliamo solo di quegli spot in cui le donne sono quasi sempre associate al ruolo di casalinghe o madri devote mai uscite dagli stereotipi culturali di mezzo secolo fa, ma anche di quelli, come successo nel caso del Niji, che con l’intento di risultare ironici e simpatici contribuiscono a perpetrare esattamente questo tipo di concetti. Sicuramente in buona fede, ne siamo certi, ma questo poco importa, perché se lo scopo è cercare di abbattere cliché e discriminazioni di genere allora è evidente che la strada da percorrere è tutt’altra.

Evidente anche il motivo per cui La Repubblica definisca lo slogan della pubblicità apparsa in una cittadina pugliese “lesivo dei diritti delle donne”. Usare doppi sensi a sfondo sessuale, spesso banali, è diverso dal manifestare un sano senso dello humour di cui tutti, uomini e donne, possano sorridere. E non si tratta di fare le “solite femministe incavolate”, ma di indignarsi per qualcosa che non è solo uno spauracchio del femminismo di nuova generazione, ma una vera e propria piaga sociale che con molte complessità si cerca di arginare.

Per questo il messaggio del Niji, come quello di ogni altra pubblicità che riporti frasi sessiste o che ironizzano sulle violenze sessuali, dovrebbe non lasciare indifferente nessuno, indipendentemente dal sesso di appartenenza. A maggior ragione se si vuol celebrare il giorno degli innamorati, mentre qui, di amore, non c’è nemmeno l’ombra.

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