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Chi sono gli "heihaizi", quei 14 milioni di bambini che per la Cina non esistevano

Negli ultimi anni la Cina ha riconosciuto ben 14 milioni di "heihaizi", persone nate durante la politica del figlio unico e mai legalmente riconosciute

Molte cose stanno cambiando in Cina negli ultimi anni. Tra queste, anche la registrazione ufficiale all’anagrafe di 14 milioni di cittadini, chiamati anche heihaizi, che per decenni hanno vissuto da sans-papiers. L’annuncio ufficiale è stato diffuso il 24 marzo 2017 dal Ministero della Pubblica Sicurezza sul sito china.org e ha rappresentato un enorme passo in avanti per le politiche sociali del paese.

Secondo quanto dichiarato dalle autorità, le procedure sono iniziate nel 2012, tre anni prima che venisse eliminata la politica del figlio unico. In modo altrettanto rivoluzionario, infatti, nel 2015 la Cina ha abolito una legge che era in vigore da trent’anni e che imponeva alla maggior parte delle coppie di avere un solo figlio. A partire da quella data il limite è stato spostato a due figli.

Nel 1979, in un momento in cui la Cina accoglieva circa un quarto della popolazione mondiale con a disposizione solo il 7% della superficie coltivabile, due terzi dei cinesi aveva meno trent’anni. Temendo la sovrappopolazione, il governo di Deng Xiao Ping varò un programma che puntava a controllare la natalità su tutto il territorio nazionale. Solo i primogeniti potevano dunque essere iscritti all’hukou, l’anagrafe cinese, che prevede l’accesso all’assicurazione sanitaria, alla scuola e alle pensioni.

Chi nasceva dopo, ovvero secondogeniti e così via, poteva accedere all’hukou solo dietro pagamento di una salatissima multa da migliaia di yen, una cifra inferiore ai nostri mille euro, che la maggior parte dei cittadini cinesi non poteva permettersi. Così si è formato un “popolo” di non cittadini, impossibilitati a ricevere qualsiasi tipo di assistenza pubblica: senza documenti, era vietato persino lavorare o sposarsi. Trattandosi di una società di tipo patriarcale, sono state soprattutto le bambine a finire nel folto gruppo di quelli che venivano chiamati anche black children.

Qualche anno fa la CNN ha raccontato la storia di una di questi heihaizi, la ventenne Li Xue. Pur amando la scuola, non ha potuto frequentarla nemmeno un giorno. L’unica cosa che poteva fare era prendere in prestito i libri della sorella maggiore e supplicarla di darle delle lezioni. Secondogenita, non aveva diritto all’istruzione pubblica e nemmeno alle cure mediche, tanto da essere costretta a fingere di essere la sorella per poter acquistare i medicinali in caso di malattia.

“Continuava a chiedermi perché non potesse andare a scuola come tutti gli altri e io non sapevo proprio come rispondere, se non dicendole che lei era la mia seconda figlia”, ha raccontato sua madre, l’ex operaia in pensione Bai Xiuling, alla CNN. Ha detto anche di aver tentato di protestare con le autorità, ma con esiti drammatici. “Io e il padre di Li Xue siamo stati picchiati brutalmente nel 2001. Non sono riuscita ad alzarmi dal letto per quasi due mesi, e sua sorella ha dovuto prendersi cura di me”.

Nel 2011 Li Xue ha aperto un blog su Weibe, l’equivalente di Twitter in Cina, sperando di poter mettere attirare attenzione sul problema. Ai tempi dell’intervista, stava attendendo che il tribunale di Pechino esaminasse il suo caso. Nell’attesa di sapere il suo destino, sognava di poter studiare giurisprudenza e diventare avvocato. “A volte mi domando se cambierà mai qualcosa, ma in ogni caso ce la farò”, scriveva nella sua pagina, poco più di anno prima della storica decisione della Cina di registrare lei e tutti gli altri heihaizi.

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