Selvaggia Lucarelli e il coraggio di ridere quando tua madre ha l'Alzheimer

"C'è un modo di distillare il dolore per estrarne dolcezza, ammettere alla sofferenza che ha vinto una battaglia, non la guerra, e ostinarsi a non lasciare andare la bellezza di ciò che è stato, che c'è e che, tutto l'orrore del mondo, di un lutto o di una malattia che mangia inesorabilmente chi ami, non può portare via".

C’è un modo pazzesco e potente in cui si può non contrastare, ma forse almeno lenire il dolore nel vedere una persona che ami, tua madre in questo caso, andare pian piano inevitabilmente a pezzi e trasformarsi in qualcuno che tua madre non è.

O almeno per impedire che quella stessa cosa faccia del tutto a pezzi anche te e i tuoi ricordi più preziosi, come ha fatto e farà con i suoi, quelli della persona che ami, e che spesso non stanno negli album di famiglia, ma in alcuni piccoli e strani momenti apparentemente semplici, che con gli anni inspiegabilmente ci accompagnano e non vanno via.

Quest’arma potente è anche, e soprattutto, un’arma di difesa: si chiama ironia, quando è più tenera, sarcasmo, quando ci si salva sull’orlo della rabbia e della frustrazione per qualcosa che tutto il nostro amore, le nostre conoscenze e la nostra volontà non serviranno a mutare.

Selvaggia Lucarelli, che è scrittrice e, senza essere iscritta ad alcun albo, più giornalista dei tre quarti dei giornalisti italiani attualmente in attività, la padroneggia bene da sempre e ne paga quotidianamente il prezzo perché, al contrario di quanto si possa pensare, l’ironia non è cosa per cui si finisce per farsi voler bene. Non fosse altro che mette a nudo quello che in genere le persone preferiscono nascondere sotto il tappeto: i difetti, le rogne, il dolore, l’immagine di sé più spietata e venuta male, senza possibilità di appellarsi a filtri o a pruderie politically correct.

Ma quanto costa l’ironia quando si parla della propria madre, malata di Alzheimer, che diventa il fantasma sempre più trasparente della donna che era?

Quando, nei giorni scorsi, la madre malata è scomparsa (e poi fortunatamente ritrovata), la scrittrice ha dovuto affrontare anche il marciume di chi ha cavalcato la vicenda personale per intensificare la sua personale crociata contro di lei, fatta di auguri di morte e invettive.
Nel dolore e nello squallore, poi, questo post:

Ho riletto più volte queste parole di Selvaggia Lucarelli. Non ho letto, per scelta gli eventuali commenti, perché non avevo voglia di contemplare, anche questa volta, dove può arrivare la pochezza di molti subumani (e quando si tratta di parole scritte da lei, sappiamo bene che a seguire si troverà un fitto bestiario umano di nefandezze).

Ho voluto tenermi solo la bellezza dolente di queste parole, che mi ricordano la storia umana, anche se totalmente altra e non paragonabile, di una cara amica conosciuta sui social, Francesca Testoni, che anni fa ha perso il suo bambino a 7 anni a causa di un tumore e che mi parlò del valore della leggerezza e mi affidò parole preziose:

È possibile la leggerezza quando tuo figlio si ammala di cancro e, nonostante due anni di chemioterapie, radioterapie e tre autotrapianti, muore? Ebbene, assurdamente e follemente, mi sento di rispondere “Sì”; con tutto il fiato che ho in gola. Mi chiamo Francesca e sono la mamma di Nicolò.

Per poi raccontarmi al telefono:

Mi creda, in un reparto oncologico c’è più vitalità, leggerezza e amore per la vita che in qualsiasi posto “normale”.

La usò più volte, quella parola, leggerezza e, per quanto difficilmente comprimibile in una definizione, cerco di spiegarmi:

Poter vivere con leggerezza ha implicato per noi il trovare il giusto equilibrio tra il senso di realtà, necessario per affrontare con la dovuta responsabilità le cure, le loro conseguenze, senza rendere completamente medicalizzata la vita del bambino, e il distacco un po’ epicureo che permette di farlo vivere con serenità e “normalità”, rispettando il suo essere bambino.

E se, già so o almeno spero, che nessuno troverà qualcosa da ridire sulle parole di Francesca, so anche che in molti hanno deciso che, nella leggerezza della Lucarelli, c’è mancanza di partecipazione al dolore, egoismo o chissà cos’altro.

Non sanno, queste persone, che l’ironia e la leggerezza hanno un prezzo, che è poi al contempo il loro pregio: distillano il dolore e ciò che bello non è per estrarne dolcezza, indulgenza, un sorriso che ammettono alla sofferenza la vittoria della battaglia non della guerra. Lo fanno ostinandosi a non lasciare andare la bellezza di ciò che è stato, che c’è e che, tutto l’orrore del mondo, di un lutto o di una malattia che mangia inesorabilmente chi ami, non può portare via.

Lo saprebbero, queste persone, forse, se avessero quella strana valvola chiamata empatia, che permette ad alcune persone belle di sentire, toccare e sperimentare la sofferenza, la gioia e le emozioni altrui; lo potrebbero imparare forse se leggessero per esempio una poesia di Wislawa Szymborzska – “Sulla morte senza esagerare”, per dirne una -, ma dovrebbero avere gli strumenti umani per coglierne la forza dirompente e, senza empatia, non li hanno.

Quindi non lo sapranno mai, perché non hanno quella valvola e anche questo ha un prezzo: un encefalogramma piatto di emozioni, che risparmia sì il dolore altrui, ma anche la pienezza di una risata e di una cosa bella, se non addirittura della felicità. Restano il ventaglio delle emozioni animalesche e primordiali: la rabbia, la frustrazione, l’invidia, la violenza.

Che occasione persa!

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