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Ragazza rifiutata al colloquio di lavoro: “Ci servono donne, non maschi mancati”

Rifiutata al colloquio di lavoro perché lesbica. "Ci servono ragazze, non maschi mancati", la motivazione folle del datore.

Non bastava essere sottoposte a un semi terzo grado sulle intenzioni future di famiglia, maternità, dichiarare lo stato civile o se si hanno familiari malati di cui doversi occupare, l’ultima (ma forse non tanto) frontiera della follia ai colloqui di lavoro è sentirsi rifiutare a causa del proprio orientamento sessuale.

Insomma, a dispetto della legge, che vieta discriminazioni del genere in fase di colloquio, la realtà sembra molto diversa, almeno leggendo quanto successo a una ragazza romana, Valentina, che si è sentita rispondere picche a un colloquio a causa di come vive il proprio orientamento sessuale.

La sua storia è stata riportata dal Messaggero: Valentina si era candidata rispondendo a un annuncio per un posto a uno stand di tiro al bersaglio durante la manifestazione “Lungotevere in Festa 2018”, che ogni anno si celebra nella capitale, ma dopo aver avuto una breve conversazione via chat con i responsabili si è vista negare persino l’opportunità di prendere parte al colloquio. Il motivo? “Non vogliamo maschi mancati, cerchiamo ragazze”, l’assurda spiegazione dei datori di lavoro.

Fonte: il messaggero

È inutile che vieni, non ti prenderà mai … Ci servono ragazze di bella presenza“, motiva la persona che si era occupata di valutare la richiesta di Valentina; che, dopo aver legittimamente replicato “pensavo servissero persone educate, gentili, sorridenti, ben disposte verso il cliente che venissero a lavorare nonostante la miseria di stipendio“, si è sentita rispondere

Non guarda, mi dispiace […] A noi servono donne, non maschi mancati. Ti presenti come donna, ma hai l’aspetto da maschio. Non sono io che comunico male, sei te che vuoi prendere da entrambe le parti e non hai capito cosa vuoi essere… Prima capisci qualcosa della tua identità, poi ti potrai proporre per lavori in cui si cercano RAGAZZE.

A leggere le poco simpatiche motivazioni del rifiuto, si capisce che forse, più che l’orientamento sessuale in sé di Valentina, a dar fastidio fosse il suo aspetto, ritenuto troppo mascolino. Seppure abbiamo, nonostante le nostre reticenze, imparato ad accettare il requisito della “bella presenza”  – che, chissà perché, resta sempre e comunque pegno richiesto alle donne, raramente agli uomini – ciò che rende davvero inaccettabile il rifiuto ricevuto dalla ragazza è quell’allusione alla presunta “confusione” di Valentina. Come se una ragazza lesbica, o meglio intersex (dato che si parla del suo aspetto e non delle sue preferenze sessuali, che possono o meno essere collegate) fosse necessariamente indecisa su “cosa essere”. Si tratta di una mentalità sbagliata, limitata solo al binomio maschio/femmina, uno schema che esclude moltissime sfumature che esistono, che le si accetti o meno.

Alludere alla presunta confusione riguardo al genere, non conoscendo affatto la persona, equivale a un’invasione di certi aspetti che nessuno dovrebbe permettersi. Questi aspetti appartengono solo ed esclusivamente alla persona, non alla lavoratrice, che dovrebbe poter almeno esser messa sullo stesso piano di tutte le altre, ed essere giudicata in base a criteri differenti, che riguardano skills, professionalità, competenze ed efficienza, non rispetto a quanti figli desideri avere o con chi vada a letto. “Persona” e “lavoratrice” sono, in questo senso, su due piani totalmente diversi, e un aspetto non deve affatto intaccare né, tantomeno, rappresentare un ostacolo alla realizzazione dell’altro.

Qualcuno potrebbe dire che chi ha scritto a Valentina le ha risparmiato l’umiliazione di essere scartata in fase di colloquio; ma siamo poi sicuri che lei non preferisse affrontarlo, avere almeno l’opportunità di guardare in faccia chi avrebbe osato rimandarla a casa, magari pur se preparata e adatta al lavoro, solo perché “mascolina”? E, soprattutto, da dove arriva la presunzione, figlia della mancanza totale di empatia e sensibilità, di chi, non conoscendo, può permettersi di parlare di “confusione di identità”, senza avere la benché minima idea di che percorso Valentina abbia compiuto con se stessa e con gli altri per prendere consapevolezza della propria sessualità, di come abbia maturato la coscienza della propria identità sessuale o degli ostacoli che può aver dovuto superare per accettarsi e farsi accettare?

Inoltre, ed è un aspetto ovviamente non irrilevante nell’analisi dell’intera vicenda, le assunzioni di dipendenti non possono essere discriminate in base all’orientamento sessuale, come da art. 3 a del Decreto Legislativo n. 216 del 9 luglio 2003.

A ribadirlo è anche Fabrizio Marrazzo, Portavoce di Gay Center e Responsabile del numero verde Gay Help Line 800 713 713, che, interpellato dalle amiche della ragazza rivoltesi proprio al numero verde, ha invitato il sindaco Virginia Raggi a “revocare la licenza dello stand presente nella manifestazione Lungotevere in festa 2018“.

Marrazzo è andato oltre, facendo  “appello a tutte le istituzioni, al fine che attivino politiche contro le discriminazioni sul lavoro, perché come dimostra questo caso spesso le persone lesbiche, gay e trans, non riescono neanche ad accedere al mondo del lavoro“.

 

 

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