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La lettera di addio di Alan Rickman a Harry Potter e al suo Severus Piton

I ricordi dei grandi che non ci sono più a volte sembrano affievolirsi. Ma non succede con Alan Rickman. Ogni volta che rivediamo Harry Potter, lui è con noi, per sempre nelle vesti di Severus Piton.

Due anni fa ci lasciava Alan Rickman, attore teatrale britannico “prestato” al cinema con ottimi successi. Dai suoi 41 anni in poi, Rickman ha interpretato numerosi personaggi notevoli, rimasti nell’immaginario collettivo di cinefili e semplici spettatori causali. Dal suo esordio come Hans Gruber in Trappola di cristallo a una serie di film tratti da classici della letteratura, a un certo punto l’attore divenne l’idolo dei nerd di tutto il mondo. E lo fece interpretando dapprima Metatron in Dogma di Kevin Smith e comparendo poi in Galaxy Quest. Ma se dovessimo citare un personaggio che più di tutti identifica il volto (e il talento di Rickman) nella settima arte, quello è Severus Piton nella saga di Harry Potter.

Cosa accade quando un attore porta nella propria vita un personaggio? Alcuni studiano talmente tanto da non uscire dal personaggio neppure nelle pause. Altri dimagriscono o ingrassano per esigenze sceniche – in questo ha un particolare talento un altro grande attore britannico, Christian Bale. Altri ancora restano ancorati a quel personaggio nell’intimo, portandoselo dentro per il resto della propria vita. Deve essere accaduto proprio questo ad Alan Rickman con Severus Piton – che l’attore abbandonò alla fine della saga nel 2011, quando si completarono le riprese e il doppiaggio di Harry Potter – I doni della morte.

Che cosa accadde? Accadde che, come ricorda Huffington Post, Rickman acquistò una pagina pubblicitaria su Empire Magazine del 26 aprile 2011 e scrisse una breve lettera per raccontare come aveva vissuto quegli anni intensi e cosa gli avevano lasciato. Noi, da spettatrici, abbiamo provato un vortice di emozioni, che si rinnovano di visione in visione. Ma con gli attori è un po’ diverso, soprattutto quelli che interpretano personaggi molto complicati, com’è successo all’attore britannico con Piton. Comunque, quello che segue è il contenuto della missiva:

Sono appena tornato dallo studio di doppiaggio, in cui ho parlato in un microfono come Severus Piton per l’ultima volta in assoluto. Sullo schermo c’erano degli scatti in flashback di Daniel, Emma e Rupert di dieci anni fa. Avevano 12 anni. Tra l’altro sono recentemente tornato da New York, e mentre ero lì, ho visto Daniel cantare e ballare (in maniera brillante) a Broadway. Sembra trascorsa una vita intera in pochi minuti. I tre bambini sono diventati adulti da quando una telefonata di Jo Rowling, che conteneva un piccolo indizio, mi convinse che c’era ben più in Piton di un costume sempre uguale, e che anche se all’epoca erano stati pubblicati solo tre libri, lei aveva già l’intera, imponente e delicata storia nelle proprie sicure mani. È un bisogno arcaico quello di farsi raccontare storie. Ma la storia ha bisogno di un grande narratore. Grazie per tutto questo, Jo.

Fonte: Harry Potter e i Doni della Morte

Naturalmente, quando Alan Rickman parla di Daniel, Emma e Rupert, si riferisce a Daniel Radcliff, Emma Watson e Rupert Grint, gli ex attori bambini – oggi adulti di successo, talentuosi e affascinanti – che nella saga cinematografica interpretavano rispettivamente il protagonista Harry Potter e i suoi amici Hermione Granger e Ron Weasley. E altrettanto ovviamente, Jo, della quale si fa riferimento nella lettera, è la creatrice letteraria della saga stessa, ossia la mitica J.K. Rowling. Rickman scrive che Rowling aveva già la storia tra le proprie mani sicure, per dire come fosse già tutto nella sua mente.

La missiva di Alan Rickman ha rappresentato qualcosa di importantissimo per i fan di Harry Potter, soprattutto tra i più giovani. Per una volta, tutti hanno potuto percepire quanto in effetti quella storia fosse potente, tanto potente da affascinare non solo chi la guardava ma anche e soprattutto la viveva – anche se per finta. O forse no. La lezione più importante di Rickman in queste parole è forse un’altra e cioè che le storie sono vere e che lasciar andare un personaggio significhi rinunciare a un piccolo pezzo della propria anima o tenerla stretta, per se stessi, nascosta al mondo.

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