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Letteratura per ragazzi e per ragazze: ma davvero c'è la necessità di dividere?

Davvero abbiamo ancora bisogno di distinguere tra cose per "ragazzi e ragazze"? Perché continuiamo a escludere che una bambina possa leggere Robinson Crusoe o un bambino emozionarsi per Piccole Donne? La diversità è davvero l'unico insegnamento che vogliamo continuare a dare ai nostri figli?

Questa riflessione è partita da un normale post di Facebook (che trovate di seguito) con cui un utente mostra le copertine di due libri per ragazzi, editi da Mammut, con una didascalia alquanto eloquente che recita, in maniera molto laconica ma piuttosto diretta “Ma porca puttana”.

I due volumi si intitolano “I magnifici 7 capolavori della letteratura per ragazzi“e “per ragazze” e contengono, rispettivamente, Robinson Crusoe, Il giro del mondo in 80 giorni, Le avventure di Tom Sawyer, Cuore, L’isola del tesoro, Peter Pan e Sandokan, per quanto riguarda i bambini; Piccole Donne, Alice nel paese delle meraviglie, Ragione e sentimento, Il giardino segreto, Pattini d’argento, Heidi e Pollyanna nel volume pensato per le bambine.

Sinceramente comprendere il perché della colorita espressione del post non ci è difficile, ed è, magari con altre parole, usando termini diversi, lo stesso pensiero che ci ha sfiorato la mente alla vista di queste due copertine. Un po’ come trovarsi di fronte a una cosa che ci sembra assurda e domandarsi, cadendo dalle nuvole, “Ma veramente?”

Già, veramente c’è ancora il bisogno di distinguere tra “cose da maschi e da femmine”, la necessità di catalogare, etichettare, dividere su una base che, in fin dei conti, è puramente ed esclusivamente sessuale? Davvero non abbiamo ancora superato l’impasse della dicotomia pene/vagina, e continuiamo a permettere che a definirci come persone, gusti compresi, siano i nostri organi genitali?

Libri da maschi e libri da femmine, così come sport, giocattoli, interessi da bambini e da bambine. Il calcio è per maschi, la danza per bambine; i calzini a pois sono per bambine, le femminucce non si sporcano mai giocando nel fango perché non è una “cosa da signorine”. Quante di queste frasi stereotipate, nate da una cultura maschilista di cui, nonostante tutto, facciamo fatica a liberarci completamente, alimentate da un’ottusità più o meno volontariamente sessista cui spesso persino le donne partecipano (anch’esse cresciute nel “falso mito” delle “cose che una signorina non fa”, e perciò biasimevoli sì, ma al limite solo di non aver “spezzato la catena” del cliché) sentiamo praticamente ogni giorno?

Sono frasi che “non nuociono, non fanno male”, non “offendono nessuno”, e allora continuiamo a dirle, magari senza minimamente sospettare che contribuiscano a perpetrare un ideale completamente discriminatorio, in cui a essere sottolineata è la diversità, non l’uguaglianza, il quale può facilmente trasmettersi ai nostri figli, che a loro volta, in questo modo, non riusciranno mai a liberarsi dal dualismo maschio/femmina, continuando ad attribuire a ciascuno dei due elementi valori, aggettivi, accessori differenti e ben distinti. In un processo che rischia di essere infinito, se non si abbatte questa mentalità partendo proprio dal principio, ovvero dalle generazioni nuove cui vale la pena insegnare la parità e non la differenza, ci saranno sempre “cose da maschi e cose da femmine”, anche se il concetto è sostanzialmente sbagliato, inesistente, non fondato su alcun dato oggettivo o criterio.

Sia chiaro, il nostro non è un attacco alla casa editrice che pubblica due volumi, uno per bambini e uno per bambine; anzi, crediamo sia doveroso sottolineare con apprezzamento il tentativo di riproporre grandi classici della letteratura da trasmettere ai più piccoli. Anche se, a essere puntigliosi, si potrebbe dire senza fatica che ne esistono di ben più rappresentativi – come è possibile non menzionare Zanna Bianca, Oliver Twist, I viaggi di Gulliver, I ragazzi della via Paal? Giusto per citare alcuni esempi -.

A essere claudicante e fuorviante è proprio l’intero sistema, la tendenza che, protraendosi a dismisura nel tempo con la connivenza – più o meno consapevole – di tutti, ha sempre tenuto a rimarcare che esistono cose adatte ai maschi e cose adatte alle femmine, prerogative maschili o femminili. Come se a una bambina non potesse piacere avventurarsi nel mondo di Sandokan o vivere l’isolamento immaginario del naufrago Robinson Crusoe, o un bambino dovesse vergognarsi di commuoversi leggendo Pattini d’argento.

No, signori, non funzionano così le cose; le bambine possono amare giocare a calcio e i bambini danzare sulle punte, e questo non deve, in alcun modo, dare il diritto a chicchessia di appellarli come “maschiacci” o “effeminati”. Idem, e a maggior ragione, dicasi per la lettura, che appartiene a una sfera tanto intima e soggettiva di passioni e interessi che ferisce profondamente persino la sola idea che qualcuno voglia “ghettizzarla” appioppandole sopra un nome: letteratura femminile vs letteratura maschile.

Solo perché si chiama Piccole donne qualcuno pensa davvero che un bambino non potrebbe imparare nulla dalla dolorosa storia delle sorelle March? O che la ricerca di un tesoro perduto appartenuto ai pirati non possa appassionare le ragazzine?

No, non è certo il nascere con un pene o una vagina che fa di noi lettori o lettrici di storie d’avventura o di romanzi d’amore, con l’impossibilità, per l’uno, di amare l’altro. E da stigmatizzare non è certo il genitore o l’insegnante che racconta di Phileas Fogg alle figlie o di Heidi ai bambini, ma semmai l’atteggiamento di chi vede lo “sbaglio” in questo. Di chi, forzatamente e con ostinata ignoranza mentale, pensa sia giusto continuare l’apartheid morale che vede le cose ben distinte fra ciò che appartiene alla sfera “uomo” e alla sfera “donna”.

Se abbiamo avuto persone eccellenti come Amelia Earthart, Rita Levi Montalcini, Rudol’f Nureev o Philip Mosley (il ballerino che ha ispirato Billy Elliot) è perché, grazie al cielo, nessuno di loro si è fermato di fronte al cartello con scritto “Divieto di accesso. Ingresso riservato ai soli uomini/donne”. Se ne sono infischiati, e hanno costruito carriere mirabolanti alimentandosi, talvolta, anche del livore di chi avrebbe tanto voluto vederli fallire perché le loro erano attività “destinate all’altro sesso”. Per fortuna, aggiungiamo noi.

Se vostro figlio vi chiederà di comprargli Pollyanna, o la vostra bambina vorrà leggere Il giro del mondo in 80 giorni, accontentateli. Saranno bambini felici e, soprattutto, liberi.