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'Che noia chi ci chiede del sesso': la vita di Roberta De Falco e Susanna Tamaro

Da quasi 30 anni vivono insieme, ma Susanna Tamaro e Roberta De Falco sono chiare e decise nel definirsi in una non relazione: "Che noia chi ti chiede della tua vita sessuale, come se alle gente interessasse solo ciò che le persone fanno dopo le otto di sera!"

Una convivenza, che è una non relazione e che dura da 29 anni. Susanna Tamaro e Roberta Mazzoni, in arte De Falco, si sono conosciute nel 1988, quando la prima aveva 32 anni, la seconda 38. Erano ancora lontani i tempi del successo clamoroso di Va’ dove ti porta il cuore, uscito nel ’94, lontana anche la vita da scrittrice di Roberta, che all’epoca faceva la sceneggiatrice. Il loro primo incontro lo ricorda proprio la De Falco, intervistata da Vanity Fair.

Ero a Roma, facevo la sceneggiatrice, e mi sentivo sola. Mi è sempre andata male sia con gli uomini che con le donne. Lei, invece, pesava 40 chili, era senza un soldo e con una bronchite asmatica che non la faceva respirare. Avevo una casa in campagna, a Orvieto, e Susanna voleva andare via da Roma, così è cominciata la nostra convivenza“.

Oggi Roberta De Falco è una giallista di successo, e a spingerla sulla strada della scrittura è stata proprio quella che lei chiama Sus, la donna con cui da quasi trent’anni vive sulle colline di Orvieto. Dopo una vita passata a scrivere alcuni tra gli sceneggiati più famosi andati in onda in Rai, fra cui I promessi sposi di Salvatore Nocita e proprio la versione televisiva di Va’ dove ti porta il cuore, diretta da Cristina Comencini, Roberta ha iniziato ad avvertire la noia e il peso della monotonia, così la Tamaro le ha suggerito, ricorda lei, di scrivere di “una badante con una vecchia cattiva“. Da lì è partito il successo del commissario Ettore Benussi, della Mobile di Trieste (città conosciuta sempre grazie a Susanna, che lì è nata) e dei suoi due giovani ispettori, Elettra Morin e Valerio Gargiulo.

L’ultima fatica letteraria di Roberta, Non è colpa mia, è uscita nell’agosto 2016, e al giallo mescola elementi, come accade sempre nei suoi libri, che toccano l’attualità, la società e i temi più delicati della cronaca contemporanea. In questo caso, la questione della maternità surrogata, dell’adozione e dell’inseminazione artificiale. Su cui dimostra di avere le idee chiarissime, e condivise con la sua compagna di vita.

Spesso ci dimentichiamo che i bambini poi diventano adulti che si fanno delle domande. ‘Basta solo che gli vuoi bene’ è una cavolata. Il bene è fondamentale, ma non risponde ai punti interrogativi. Noi siamo fatti di radici. Capisco che tutti hanno diritto alla felicità e tutti hanno diritto a volere un figlio, ma la genetica non scherza. Poi, soprattutto la maternità surrogata la trovo un atto di egoismo sconfinato, contro la donna e anche il piccolo.

Alla domanda “se aveste voluto un figlio, non sareste ricorse all’inseminazione”, Roberta rincara la dose: “No, perché il volere essere a tutti costi ‘proprietari’ di una vita mi fa orrore. […] La vera battaglia da fare, sia per me che per Susanna, è quella delle adozioni più veloci e per tutti: per i singoli, per le coppie gay ed etero. Lottiamo per rendere le adozioni più facili, ci sono tanti bambini che hanno bisogno“.

Inevitabile, date queste premesse, che il discorso cada proprio sulla loro relazione; che, Roberta tiene a specificare, è una non relazione, insomma è una convivenza che però non sfocia in nulla di fisico, di sessuale, come si desume essere la vita di coppia. “Ci vogliamo bene come una famiglia. Ma non siamo una coppia nel senso tradizionale del termine, se vuole saperlo non c’è mai stato sesso tra di noi“. Così Roberta sdogana definitivamente il nocciolo della questione, quell’interesse morboso e anche un po’ pettegolo che spinge le persone a sentirsi in diritto di sapere quello che avviene in camera da letto, o di poter entrare a tutti i costi nella sfera più intima di una persona, come se, riassume perfettamente lei, alla gente interessasse solo “quello che succede dopo le otto di sera

Io ho un mondo enorme da raccontare che va oltre le mie mutande.

È così, schietta, diretta, e sintetizza perfettamente un pensiero che anche la sua convivente esprime, forse più diplomaticamente ma senz’altro in maniera comunque assolutamente chiara. ” Mi chiedono di fare coming out, ma io non sono omosessuale, che cosa ci posso fare? Lo farei se lo fossi. Sono eterosessuale al 100 per cento, solo che vivo bene con una donna, perché non si può accettare che siamo una forma alternativa di famiglia? Ho avuto tanti fidanzati nella mia vita, ma non sono mai riuscita a vivere con loro perché spesso mi eclisso. Quando scrivo, per esempio. E tutti gli uomini che ho avuto soffrivano per questo“.

Già, alla base c’è sempre la solita cosa: la non accettazione verso qualcosa che ci sembra diverso, bizzarro, “strano”, che va al di là dei nostri ordini di idee e schemi mentali. Qualcosa che scatena la nostra pruderie e quel perbenismo scandalizzato che non prevede che due donne possano vivere insieme, pur senza amarsi. Quell’insana maldicenza di fondo per cui talvolta l’omosessualità è persino una seconda scelta, un ripiego a una vita di delusioni amorose eterosessuali. È un argomento affrontato non troppo tempo fa da Veronica Pivetti, che proprio contro questo tipo di preconcetti si era sfogata con un post su Facebook.

Roberta e Susanna sono decisamente molto meno toccate dall’opinione altrui, hanno l’atteggiamento sereno di chi se ne infischia e passa oltre; vivono la loro vita insieme meglio di quanto avrebbero potuto fare con un partner maschile, sentono di essere comprese e rispettate, condividono molto, ma non tutto, comprese alcune amicizie e… le camere da letto. “Abbiamo due bagni divisi, camere divise – racconta la Tamaro, che chiosa con una battuta – in pratica non sentiamo le nostre puzze“.

 

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