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Quando lui si sfila il preservativo: subire violenza senza rendersene conto. La storia di Stella.

Lei gli chiede il preservativo, ma lui se lo sfila durante il rapporto. La storia di Stella è solo una mancanza di rispetto, una disattenzione o qualcosa di più? Perché quando la tua fiducia viene tradita in questo modo non si può parlare solo di maleducazione. Quello che Stella ha subito è stata una vera a propria violenza, ma nonostante questo ha dovuto persino affrontare delle critiche.

Premessa: Stella è un nome di fantasia che abbiamo utilizzato per proteggere la privacy di questa ragazza che, con coraggio, ci ha raccontato la sua storia.

Questa è la storia di Stella, ma in realtà potrebbe essere la storia di chiunque di noi, in quanto le vicende narrate non hanno nulla di eccezionale e forse è proprio questo il problema. Si tratta infatti di un’esperienza che magari si verifica spesso, troppo, verso la quale non nutriamo la giusta (altrove tanto abusata) indignazione. Per questo Stella ha voluto condividere la sua storia, per dimostrare come ci siano forme di violenza che le donne subiscono, spesso senza rendersi nemmeno conto che sono tali. E ho voluto essere io, un uomo, a farmi portavoce di questa storia, per dimostrare che non occorre appartenere alla categoria maltrattata per sposarne la causa; che non si tratta di una battaglia tra sessi e, lo confesso, anche per salvare un pochino il genere maschile. I nostri genitali non devono per forza condannarci alla perenne stupidità. 

Stella ha 28 anni, una ragazza forte, avventuriera, che ama viaggiare da sola. A una festa conosce un uomo, amico di amici. I due si piacciono, si capisce subito che c’è una certa intesa. Sguardi, gesti, tutto concorre ad aumentare la tensione sessuale, che finalmente sfocia in un bacio appassionato. A fine serata lui le chiede di restare e lei tentenna, non è mai andata a letto con qualcuno che ha appena conosciuto. Però questa volta decide di seguire il desiderio e dai baci si passa presto ad altro. Lei gli chiede se ha un preservativo. Lui, non molto entusiasta, se lo mette ma, terminato il rapporto, Stella si accorge che qualcosa non va. L’uomo ha infatti eiaculato nella propria mano. E il preservativo? “L’ho tolto, non mi andava proprio”.

“Io non so come reagire, sono confusa e anche umiliata, ma non voglio rovinare quello che sembrava un bell’incontro facendo una scenata antipatica, in fondo è venuto fuori, starò esagerando? Mi sento a disagio. Lui mi coccola, ma io mi arrovello. Ci addormentiamo, il mattino ci salutiamo e nei giorni seguenti lui mi cerca. Io non rispondo. Questo ragazzo mi ha mancato di rispetto, mi ha messo in una situazione scomoda, ed è il minimo, se ne è proprio fregato della precisa richiesta di un rapporto protetto: io è a quello che ho dato il consenso. Non è che gli amici degli amici siano immuni da malattie sessualmente trasmissibili! Provo a non pensarci più e dico ai miei amici di non dirgli nulla di me, di non rimetterci in contatto. Dopo un mese in cui tengo il tarlo sotto controllo, scopro di essere incinta. Forse sarebbe stata meglio la candida, eh? Perché nonostante io ritenga l’aborto un diritto fondamentale, non avrei mai, MAI voluto praticarlo e sono sempre SEMPRE stata attenta a non rischiare. Ma ho 28 anni e un lavoro impegnativo che posso esercitare solo se resto “autonoma”, non posso, non voglio avere un figlio. Non ora, non così, non con lui.

Portata per ambulatori da un’amica, come per mano, perché sono in una sorta di stato di intontimento, comincio le trafile per l’aborto, mi faccio pure insultare dall’anestesista che chiede “Ma si rende conto delle conseguenze?” Credo che siano che non avrò il bambino, cosa dice Dottoressa?! Con la morte nel cuore mi portano in sala operatoria e PRIMA di anestetizzarmi mi legano i piedi per aria, io rimango con tutte le grazie al vento per 5 minuti, appesa come un’anatra laccata alla pechinese, i medici che chiacchierano intorno a me. In tutto questo io pian piano realizzo. Realizzo la violenza del gesto di questo ragazzo, realizzo che mi ha costretto a farmi violenza e a subirla da altri. Non volete chiamarla violenza? Abuso? Ma chiamatelo come vi pare, non è una semplice mancanza di rispetto, va anche oltre la molestia. Io ci ho messo un mese e mezzo (UN MESE E MEZZO!!) prima che la sensazione di essere stata VIOLATA si facesse chiara dentro di me. E in questo mese e mezzo e per colpa sua ho dovuto subire altre spiacevoli e dolorose esperienze, che mi porterò dentro per sempre (e lo so benissimo che è questo che intendeva quella stronza dell’anestesista). Certo, non si potrà portare la pistola fumante in tribunale in questo caso: come lo dimostro che ho specificamente chiesto il preservativo? E ti pare che metto su un mulino per denunciarlo? E se non fossi rimasta incinta, non sarebbe stata violenza? Esiste il reato di “sfilamento infingardo di preservativo”?! Insomma, è stato bruttissimo, l’esperienza mi ha svuotato e schifato, ho realizzato però quanto sia condizionato il mio stesso inconscio. Mica ho rotto le palle alla fine del rapporto. Per carità, che figura ci avrei fatto? Mai più. Mai più!! Ditemi voi: è violenza sessuale questa oppure no?”

“È violenza sessuale questa oppure no?”

La domanda di Stella giunge chiaramente retorica, ma dopo aver raccontato la propria storia attraverso la pagina delle Caramelle in piedi (associazione per la tutela dei diritti lgbt e non solo) c’è stato chi ha avuto il coraggio di criticarla, affermando che il rapporto non è stato violento e che dopotutto si è svolto con il suo consenso. Tuttavia, non occorre essere particolarmente svegli per capire che non tutte le violenze sono “violente” e che il consenso di Stella sì c’era, ma era condizionato all’uso del preservativo. Tradire questo presupposto ha costituito un sopruso nei confronti della ragazza (o se vogliamo metterla in modo più notarile: si è venuti meno a una specifica clausola del “contratto” tra i due, rendendolo quindi nullo). 

Altri invece giudicano la vicenda esclusivamente per le conseguenze che ha avuto. Solo il rimanere incinta ha trasformato l’atto in violenza, ma comunque non certo equiparabile e uno stupro vero e proprio. Il punto è che le conseguenze, seppur gravi, non aggiungono nulla allo “sfilamento infingardo di preservativo”. Non possiamo certo far dipendere l’innocenza del ragazzo dal successo o meno della corsa di un singolo spermatozoo. Inoltre, riconoscere che si è trattato di violenza non toglie nulla agli altri abusi (come gli stupri) che hanno forme e gravità diverse. Appellarsi alle (presunte) uniche e vere altre vittime non ha alcun senso.

Si è dunque trattato di vera violenza? Assolutamente sì. Tuttavia, ogni volta che si parla di sesso sembra che il giudizio della gente si offuschi, non riuscendo così a comprendere anche le cose più ovvie. Il problema è che alla base di tutto, anche della lentezza della presa di coscienza della stessa Stella, c’è una mentalità maschilista che affida la responsabilità della tutela dell’atto sessuale a carico quasi esclusivo della donna. Perché, si sa, l’uomo in quei momenti non ragiona, non puoi farci affidamento. Lei sarebbe dovuta stare più attenta…

Oltre al fatto che il preservativo rimane il contraccettivo migliore di tutti (soprattutto per quanto riguarda le malattie veneree) e che quindi Stella non avrebbe potuto prendere precauzione migliore; personalmente mi fa alquanto incazzare l’appellarsi “all’animalità” del maschio. In primis perché, in quanto maschio, mi sento offeso e anche se so che siamo forse più soggetti a lasciarci andare all’istinto, ciò non ci trasforma in bestie. In più, chiamatemi sognatore, ma credo che proprio in virtù del fatto che noi uomini abbiamo il potere, durante l’atto sessuale, di poter prendere decisioni che rischiano di ricadere solo sulla donna, dovremmo quindi avere anche più responsabilità. L’atto di fiducia che la partner fa nei nostri confronti dovrebbe renderci più responsabili. Questo, ovvio, sempre nell’ottica della mia “assurda” idea che il sesso sia più che altro altruismo. Sono convinto che i veri uomini si riconoscano in questo, non certo in quanti rapporti sessuali hanno o in quanto è ampia la circonferenza dei loro bicipiti.

Ed è questo che andrebbe insegnato a ogni giovane uomo che sta per avvicinarsi al sesso. L’educazione è la strada più efficace per prevenire tali violenze. E mentre ai ragazzi andrebbe spiegato che il sesso non è un atto egoistico (per quello c’è l’autoerotismo) alle giovani donne andrebbe insegnato di contrastare con tutte se stesse una cultura che vorrebbe sempre vederle evitare “scenate antipatiche”. Stella stessa ha ammesso che è stata 

“condizionata da una cultura maschilista, che mi ha fatto fare la parte della donnicciola che sta al suo posto e non rompe gli zebedei. Io! Io la femminista, io la tigre!”

Una cultura che non le ha fatto comprendere sin da subito e in modo chiaro che quel fastidio che provava non era frutto di una semplice mancanza di rispetto. Una cultura che è assorbita dall’aria che ancora respiriamo e se prima Stella si è giudicata con quel metro e ha taciuto, poi si è arrabbiata con se stessa per non aver avuto maggior consapevolezza e fiducia nelle proprie sensazioni, nel non aver reagito subito. Insomma, una violenza dopo l’altra. E forse, se non fosse rimasta incinta, non sarebbe arrivata nemmeno a questa conclusione. E se si fosse trattato di due uomini? Il rischio di malattie, il dispregio per un accordo pattuito, la renderebbero meno violenza?  Stella si è ritrovata persino a provare la sensazione di essere stata troppo leggera (sensazione durata poco) come se fidarsi dell’uomo sbagliato fosse una colpa. Quello che dovrebbe apparire chiaro, ma sembra non essere così, è che il solo e unico colpevole di un tradimento della fiducia è il traditore, non il tradito.

Il tradito è la vittima. Parola che spesso si fa fatica ad accettare e per questo è un ulteriore motivo per rifiutarsi di riconoscere una violenza come tale. Ma senza vittime non ci possono essere reati e senza il riconoscimento di quest’ultimi, i colpevoli possono continuare ad agire indisturbati. Riconoscersi vittime è il primo passo per punire i colpevoli. Certo, in una società come la nostra in cui sembra ci si arrovelli più per trovare le colpe della vittima, che quelle del colpevole, ciò non è reso più facile. Per fortuna, però, pare che in questo senso la legislazione stia anticipando la società, prestando particolare attenzione alle varie forme di consenso o dissenso legate al rapporto sessuale, il che in Svizzera ha portato per esempio a una sentenza molto significativa, nella quale un uomo è stato condannato per stupro per essersi tolto il preservativo. Il Post ha scritto in modo molto dettagliato di questa vicenda, con un articolo i cui inevitabili commenti maschilisti hanno poi spinto Stella a condividere la propria storia. 

Ho infine chiesto a Stella se questa esperienza l’abbia influenzata negativamente, se è stata capace di fidarsi ancora degli uomini, se consiglierebbe a una propria eventuale figlia di evitare certi comportamenti per paura della bestialità maschile. Mi ha risposto di no, che gli uomini non sono tutti uguali (lei che forse avrebbe qualche motivo in più per pensarlo), che riconoscere di essere stata violata l’ha in realtà aiutata a superare la cosa e che certe violenze accadono a prescindere dal comportamento femminile (o dalla lunghezza della loro gonna per esempio). Quello su cui invece una donna dovrebbe prestare attenzione è di non ignorare questi atti, di non sottovalutarli, di non subirli in silenzio. Di avere l’eventuale coraggio di riconoscersi vittima, di parlarne, di ribellarsi.

E quando sento queste parole, quando ascolto queste storie, che mi rendo conto che ciò che rende davvero forte o debole un sesso non è certo ciò che si porta in mezzo alle gambe.

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