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Galleria: “Mi ucciderebbero”: chi è Rahaf Mohammed Al-Qunun, che non può tornare a casa

“Mi ucciderebbero”: chi è Rahaf Mohammed Al-Qunun, che non può tornare a casa

"Mi ucciderebbero": chi è Rahaf Mohammed Al-Qunun, che non può tornare a casa
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Si è barricata in una stanza d’albergo dell’area di transito dell’aeroporto di Bangkok, lanciando un disperato appello: “Non mi portate dalla mia famiglia, mi ucciderebbe“.

La storia di Rahaf Mohammed Al-Qunun, diciotto anni appena e coraggio da vendere, è quella di moltissime ragazze che pagano il prezzo, altissimo, di essere cresciute in una cultura misogina ed estremamente maschilista, in cui le donne sono considerate tutt’al più merce di scambio grazie a cui fare affari con le famiglie amiche o ingraziarsi quelle rivali.

Sia chiaro, la cultura dei matrimoni combinati è ancora fortemente radicata in determinate comunità e aree del mondo, ma non è un tema che “non ci riguarda”; anche perché, molto spesso le ragazze che vengono costrette a sposare dei perfetti sconosciuti nell’ambito di uno scambio tra famiglie vivono nei nostri Paesi, seguono i nostri usi, e vorrebbero semplicemente una vita “all’occidentale” che i loro padri non tollerano.

Ricordiamo, ad esempio, il caso di Sana, la ragazza pakistana, ma residente in Italia, uccisa pare dal padre e dallo zio proprio per aver rifiutato un matrimonio combinato, seguendo l’usanza del suo paese di origine.

Hina e Sana, due ragazze uccise per aver detto "no" al matrimonio combinato

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Rahaf, originaria dell’Arabia Saudita, paese che notoriamente è assolutamente rigido – eufemismo – nei confronti delle donne, è stata più fortunata, ed è riuscita a scappare da quella famiglia che la soffocava e da un paese dove sapeva che sarebbe stata oppressa, con la sola colpa di essere nata femmina.

Attraverso un video, postato su Twitter, la ragazza aveva mostrato la sua situazione, chiusa nella stanza d’albergo dove si è rifugiata per 24 ore dopo che a Bangkok il suo passaporto era stato sequestrato da un diplomatico saudita.

Il suo intento iniziale era partire dalla Thailandia per raggiungere l’Australia, dove avrebbe chiesto asilo politico, ma l’imprevisto ritiro del documento di viaggio ha scombinato i suoi piani, facendola propendere per la richiesta di asilo politico nel paese asiatico.

Il suo avvocato, Nadthasiri Bergman, come riporta Afp ha presentato un’ingiunzione al tribunale penale di Bangkok per impedire che la giovane venisse deportata, respinta però da una corte thailandese per insufficienza di prove. Il legale ha già fatto sapere che ricorrerà in appello, ma, almeno al momento, la situazione di Rahaf sembra aver preso una piega positiva, come vi raccontiamo in gallery, dove abbiamo ripercorso la sua storia.