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Il figlio di Borsellino: "Mia sorella Lucia ci disse che morì sorridendo"

Paolo Borsellino è sempre stato un esempio per tutti e lo è anche oggi, attraverso le parole e i ricordi dei figli.
Paolo Borsellino

Qual è l’insegnamento più grande che un padre può lasciare ai figli? Sicuramente ognuna di noi avrà una risposta diversa, ma tutte ci commuoveremo leggendo le parole di Manfredi, figlio di Paolo Borsellino. Esistono tante testimonianze relative a quel 19 luglio 1992, meno di due mesi dall’attentato che costò la vita a Giovanni Falcone, ma le parole del figlio di Paolo Borsellino dopo la strage di via D’Amelio sono probabilmente le più significative.

Ci sono delle cose importantissime che i figli di Paolo Borsellino hanno rivelato di quel triste giorno. Come dell’assenza dell’agenda rossa, un quaderno che riportava annotazioni del magistrato relative al proprio lavoro e che naturalmente la sua prole non conosceva. I figli sono certi che il padre l’avesse con sé durante l’attentato: ai famigliari fu restituito tutto tranne l’agenda rossa. Che cosa c’era scritto?

Il giorno dopo, il magistrato avrebbe incontrato i colleghi di Caltanissetta per l’indagine sulla strage di Capaci, ma non fece, ovviamente, in tempo. Gran parte dei dettagli di quella giornata e e dei giorni successivi furono riportati dalle maggiori testate italiane come Repubblica. La lunga lettera di Manfredi è invece contenuta nel libro Era d’estate di Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi. Manfredi racconta che il giorno dell’attentato in via D’Amelio fu la sorella Lucia a voler ricomporre i resti del padre.

Mia sorella Lucia […] – scrive Manfredi – ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione, ha intravisto il solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La famiglia Borsellino aveva trascorso una giornata tranquilla prima del momento fatale. Il magistrato fece anche il bagno e ripose il costume nella valigetta che poi portò con sé in automobile. Lucia raccontò che cosa contenesse la valigetta del padre, come il costume da bagno ancora umido che fu restituito alla famiglia. Mancava l’agenda rossa, c’erano le altre.

Quando l’allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera ci ridiede la borsa – aggiunge Manfredi in relazione dell’agenda rossa – e vedemmo che l’agenda non c’era e chiedemmo conto della cosa, si irritò molto. Sembrava che gli interessasse solo sbrigarsi e che gli stessimo facendo perdere tempo. Praticamente disse a mia sorella Lucia che l’agenda non era mai esistita e che farneticava. Usò dei modi a dir poco discutibili.

La moglie di Paolo Borsellino testimoniò la sua versione alla Procura di Caltanissetta. Lucia raccontò però che un alto ufficiale dei Carabinieri, Antonio Subranni, attribuì alla donna il morbo di Alzheimer – una malattia che vede tra i sintomi la perdita parziale della memoria.

«Mia mamma era malata di leucemia ed è stata lucida fino alla morte» ha spiegato Lucia.

Oggi Manfredi è un dirigente di polizia, una carriera che non può non essere stata influenzata dal padre:

Mi piace pensare – conclude nella lettera – che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro, che nel suo piccolo serve lo Stato e i propri concittadini, come in una dimensione ben più grande e importante faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

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