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Anna Magnani: una vita intera per imparare a rinunciare a quella carezza

Nannarella, Anna Magnani, interprete sublime del neorealismo e presenza sofferta. Nascondeva un animo fragile, segnato dalla ricerca disperata di un amore a cui aggrapparsi.

Nella sua vita pubblica appariva indomita, sregolata, con atteggiamenti spesso altezzosi e algidi, da vera diva. Ma, come accade molte volte alle persone più sensibili che si portano dentro un grande dolore e un vuoto incolmabile, Anna Magnani aveva indossato una corazza per mettersi al riparo dalla sofferenza, per sembrare meno vulnerabile, perché aveva già versato troppe lacrime.

Prima di essere una delle più grandi interpreti del cinema internazionale del dopoguerra, sicuramente la più grande in Italia per l’intensità e la dedizione con cui si calava nei suoi personaggi, studiandoli e analizzandoli fino a farseli entrare nella pelle, come in una sorta di trance emotiva, Anna era stata una figlia abbandonata.

La “divina”, simbolo del neoralismo e di tutta un’epoca che con furore e passione voleva rialzare la testa dopo la tragedia della guerra, lo strazio delle bombe, la perdita dei cari e la paura, era figlia di un padre mai conosciuto e portava il cognome della mamma,  Marina,  una sarta originaria di Ravenna.

Nel suo urlo straziante, nella corsa a perdifiato di Pina dietro al camion che portava via il suo amato, prima di morire sotto i colpi dei mitra tedeschi, in Roma città aperta di Rossellini, il film che, nel 1945, le diede la fama, in fondo c’era tutta se stessa, il suo volere disperatamente essere amata, la sua rincorsa verso un sentimento che le era sempre sfuggito.

Marina la abbandona alle cure della nonna materna Giovanna Casadio, per andare in Egitto, dove incontra un facoltoso uomo austriaco a cui si lega, lasciando la figlia in Italia. Solo dopo molti anni Anna scoprirà il cognome di suo padre, Del Duce, e, con genuina ironia, dirà di essersi fermata nelle ricerche per non passare come “la figlia del Duce“.

L’assenza di amore da parte dei genitori, per quanto quello della nonna e delle cinque zie sopperisse come poteva alla mancanza, influenzerà per sempre il modo di Anna di vivere i suoi rapporti, la sua tenacia nell’aggrapparsi all’amore come a una salvifica ancora. La grinta portata in scena nella sua carriera – iniziata in realtà nel 1934 con La cieca di Sorrento di Nunzio Malasomma, costellata da due David di Donatello, cinque Nastri d’Argento, un Globo d’Oro, un Golden Globe, un BAFTA, una Coppa Volpi a Venezia, un Orso d’Argento a Berlino, oltre che dall’Oscar conquistato per La rosa tatuata nel 1956 – Anna l’ha riversata spesso anche nelle sue relazioni.

Come con Marlon Brando, ad esempio: lei lo accusa di essere “un uomo volgarissimo e un grosso cafone”, come riporta il sito Dagospia, in realtà è attratta da lui, nonostante i 16 anni di differenza, tanto che un pomeriggio, lo ha raccontato lo stesso divo de Il Selvaggio, gli salta addosso.

Cominciò a baciarmi con passione. Mi sentii in dovere di restituire i baci, ma appena tentavo di sottrarmi lei si stringeva ancor di più. Per staccarla, l’afferrai per il naso e cominciai a strizzarlo con tutte le mie forze.

La stessa passione disperata Anna la metterà quando Roberto Rossellini, suo grande amore, la lascia per Ingrid Bergman; con la fine della loro storia terminerà, nel 1948, anche il loro rapporto lavorativo, con il film L’amore, dove Anna ha l’occasione di conoscere un’altra grande figura del panorama cinematografico italiano; Federico Fellini, che per ultimo la vedrà su un set, nel 1972, in Roma, nei panni di se stessa. Prima che il tumore al pancreas la porti via, il 26 settembre 1973, a 65 anni. Nonostante la fine del loro amore, Roberto Rossellini rimarrà però al suo capezzale fino all’ultimo, assieme a Luca, il figlio che Anna aveva avuto nel 1942 dall’attore Massimo Serato, più giovane di otto anni, che l’aveva abbandonata alla notizia della gravidanza (altro grande dolore nella tormentata vita sentimentale della diva).

E poi ancora Visconti, Pasolini, sono tanti i registi che Anna Magnani ha incontrato sul proprio cammino, che ha affascinato, che ha ammaliato con la potenza del suo sguardo segnato, la forza del viso dai tratti volitivi e per nulla docili, ma sofferti; tanti quanto gli scrittori che si sono innamorati della sua personalità dirompente, eppure così fragile, così esposta alle intemperie dei sentimenti e delle passioni. Da Tennesse Williams, che la vuole prima ne La rosa tatuata e poi in Pelle di serpente, passando per Ungaretti che ne stima l’acuta intelligenza, fino a Moravia, che già la veste da Cesira per La ciociara, prima che i diritti del film vadano a Carlo Ponti e la parte, di conseguenza, a Sophia Loren.

La definizione più bella di lei la diede, forse, proprio Fellini, voce fuori campo in quella scena di Roma in cui Anna fa rientro a casa, a Palazzo Altieri.

Ecco il simbolo della città, un po’ lupa e un po’ vestale… Aristocratica, buffonesca…

E dire che Anna nemmeno voleva farla l’attrice, e di se stessa e del proprio mestiere disse

Ho scelto questo mestiere perché volevo essere amata, per ricevere quell’amore sempre mendicato. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno.

Quelle carezze negate hanno forgiato una delle massime interpreti del cinema di tutti i tempi, una delle attrici migliori mai esistite, capace di trasformare il suo dolore in arte pura, e la sua debolezza in forza di volontà.

Anna Magnani: una vita intera per imparare a rinunciare a quella carezza

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